Vero come la finzione
Il Merito di una Sceneggiatura
Il cinema è un’arte potenziale, un’arte che si sviluppa nel tempo e nei luoghi, un’arte fatta di intrecci. Tanti membri partecipano alla stesura di un’opera filmica, membri umani e membri concettuali. Il cinema è un’arte di infinite possibilità, un’arte che ingloba e si determina in tante forme. Ma cosa porta un film a fiorire, quale concime rende i suoi fiori meravigliosi?
Ogni film ha i suoi motori primari e secondari, esistono film dove ogni parte, quella estetica, musicale, narrativa sono equamente rilevanti ed esistono film che premiano un elemento su tutti. Ecco una rubrica che proverà ad analizzare vari film la cui sceneggiatura, meravigliosamente sviluppata, ha determinato un risultato davvero rimarcabile.
Eccoci con uno studio su Il Merito di una Sceneggiatura, il cui oggetto concettuale, i cui tempi narrativi, la cui caratterizzazione dei personaggi, talvolta, possono, silenziosamente, connettersi tra loro verso una perla la cui rarità non può che tramutarsi in un sorriso consapevole di uno spettatore incantato, nella dolcezza, nella tristezza o nella paura.
Questo articolo proverà ad addentrarsi nei meandri del variegato mondo delle commedie.
Oggi spesso sminuite a cinema da famiglia, a cinema di passaggio, dove non c’è nulla su cui soffermarsi, le commedie hanno in realtà una tradizione davvero importante. Certo, dalla Commedia dell’arte Italiana a oggi ne è passato di tempo, dal cinema di Sordi e Vittorio De Sica ad American Pie c’è una muraglia cinese in quanto a decrescita cinematografica, ma esistono ancora grandi commedie, la cui sceneggiatura ha saputo narrare emozioni, risate e riflessioni morali, di quelle sempre verdi, ma non per questo dimenticabili.
Abbiamo analizzato in precedenza: Un’ottima annata – Commedie da recuperare
Pt. 3: Vero come la finzione – Un film è un romanzo che non ha mai smesso di crederci

Un film è un romanzo che non ha mai smesso di crederci.
Con questa frase, assolutamente ironica e connessa con l’analisi di questo film, vorrei provare a giocare sull’interessantissimo intreccio narrativo che Vero come la finzione, in tutta la sua leggerezza, ci racconta.
Harold Crick (alias Will Ferrell) è un ispettore del servizio fiscale americano, puntuale e ossessionato dai numeri. Egli è inconsapevolmente un personaggio interessante, in tutte le sue manie, come contare le volte in cui spazzola i denti, e nella sua innata condizione buffa.
Ma interessante per chi?
Sicuramente per quelli sguardi affascinati dalle personalità sui generis, alienate, ma con qualcosa da dire, senza neppure volerlo, qualcosa da riscoprire, senza neppure saperlo, qualcosa per cui lottare, senza ancora averne ragione. Si potrebbe dire dunque un personaggio interessante per chi osserva le storie, così come per chi le scrive.
Ma cosa gli manca per essere un personaggio perfetto per una storia?
Forse un elemento chiave nello sviluppo della trama, che travolga i ritmi, forse un orologio che da un momento all’altro ritardi il suo orario, e di conseguenza la sua vita intera, di tre minuti.
E infine cosa manca perché il lettore, o forse spettatore, si connetta con empatia e simpatia al personaggio, lo veda come un eroe in cui credere?
Sicuramente una donzella nevrotica e affascinante, con quel cuore d’oro immancabile nelle commedie romantiche, in più cuoca incredibile, che in questo caso è Ana Pascal (alias Maggie Gyllenhaal).
Ma perché sviluppare questo articolo come se fosse un’analisi dei canoni su come scrivere una storia?
Perché Vero come la finzione è esattamente questo, la storia di un uomo che scopre di essere il personaggio di un romanzo che, nella sua stessa realtà (cioè quella del film), detta i tempi della sua vita.

Il film inizia con una voce narrante: si tratta della meravigliosa Emma Thompson, nella finzione Kay Eiffel, scrittrice depressa con accenni psicotici, la quale vagabonda cercando un modo per morire, o meglio per far morire il suo personaggio.
Questa voce stravolge per sempre la vita del solitario Harold. Prima viene definito pazzo, poi è coinvolto da un bizzarro professore di letteratura (alias Dustin Hoffman) nel capire se la sua sia una commedia o tragedia; infine si libera dalla sua stessa paura.
Eccoci al punto, analizziamo il Merito di questa Sceneggiatura.
La trama è già di per sé molto originale: si connette, proprio sfruttando la finzione dello schermo, a uno scenario narrativo in bilico tra il realistico e il surreale. In bilico perché una voce narrante è uno strumento frequente in un film, ma, nel momento in cui questa si rivolge al film stesso, nel momento in cui è nel film che viene scritto il libro, lì si disperde la distinzione tra realtà e finzione.
La narrazione solitamente si rivolge allo spettatore. Tuttavia questo caso non è così delineato, perché essa si rivolge anche alla realtà del film stesso, dove però non può esistere un uomo che è a sua volta un personaggio di un romanzo. Questo è lo splendido gioco sceneggiaturale che ci innesta in un surrealismo davvero comico e di semplice accesso concettuale, pur divenendo un’avventura narrativa divertente e ritmica.
Questo sviluppo di una meta scrittura ci conquista su due livelli:
il primo nella storia di Harold, ovvero la parte romantica della commedia, quella del film che si dimentica, o meglio sfugge, dal romanzo. Qui abbiamo splendide caratterizzazioni: un eroe inetto con la sua imprevedibile sensibilità (è bellissima la scena della chitarra), una ragazza affascinante che sa capirlo, permettendogli di accettare l’idea di comprendersi.
Il secondo è nella storia di Harold che cerca la sua storia. Egli infatti cerca la sua scrittrice per impedirgli di scrivere un altro finale tragico, come fa sempre nei suoi libri. Questa è la parte comico surreale del film, dove lo stesso protagonista rivela tratti della sua personalità più nevrotici e buffi, assieme a uno splendidamente caratterizzato Dustin Hoffman. Inoltre in questa parte valutiamo la qualità della scrittura di Vero come la finzione.
Scrivendo infatti un film che al suo interno ha un protagonista di un romanzo scritto nel mentre dello stesso film da una scrittrice di successo, la sceneggiatura si vincola alla scrittura di enormi parti che devono sembrare tratte da un romanzo. In questo compito è davvero eccellente.
In questo modo abbiamo i tratti di un film semplice, comico e romantico, accostati, sempre grazie al ponte surreale della meta scrittura, ai tratti di un romanzo di grande qualità. Si permette così alla leggerezza di connettersi all’intensità, all’emozione di connettersi alle giuste parole.
Questo è a mio avviso l’obiettivo sceneggiaturale di questa commedia meravigliosamente riuscita.
Ed ecco un film divenire uno splendido romanzo che non ha mai smesso di crederci. Il protagonista stesso non ha mai smesso di crederci, potendo dire la sua alla sua scrittrice, portandola forse a cambiare il finale, o forse no.
Leggi anche: Il Lato Positivo – Il Merito di una Sceneggiatura: Pt. 1.




