
The Meyerowitz Stories.
Comprimere una sofferenza in un agire passivo e subordinato alla sofferenza stessa.
Creare un distacco, una competizione sotterranea e divenire silenziosamente la stessa chimera che combatti.
Il più amato fugge, i meno amati rincorrono.
Tutto ciò è un albero in perenne autunno, sempre in fin di vita, sempre in stallo, sospeso in una fase di passaggio mai risolta. Tutto ciò è la famiglia Meyerowitz.
Non ammettersi, agire in maniera contraria al proprio reale volere, condannarsi a rintanarsi in quell’emotività compromessa e mai superata. L‘umanità spesso non sa essere se non in maniera disfunzionale.
Un padre vittima del suo stesso ego ha proiettato il suo conflitto – genio o fallito? – sui suoi figli, condannandoli a inseguire un’ombra giudicante e irraggiungibile, condannandoli a rimanere sempre figli.
The Meyerowitz Stories ci ricorda la potenza di una narrazione osservativa. In un clima umano già avviato, riesce a renderci partecipi di ogni sfumatura di una famiglia sospesa in un loop eterno di incapacità comunicativa.
Tante storie girovagano tra le figure principali di un piccolo spaccato di umanità disfunzionale. Con delicatezza, con delle connessioni narrative sottili, ma di crescente impatto, il film ci rende voyeurs in primo piano di emozioni sbalzate, nevrosi irrisolte e tristezze nascoste.
Lo sguardo dialogico. La regia eccelle nel guidarci all’ascolto, come una guida che sa seguire un litigio o rendere buffo un momento nevrotico. La fotografia non vuole dipingere ideal tipi visivi, non cerca un’estetica oltre il realmente vedibile. Quello che vuole ricreare è invece un sincero occhio arrugginito, da colori caldi, ma spenti, voglioso di darci l’impressione che realmente avremmo se incontrassimo questi bizzarri personaggi.
Adam Sandler interpreta magistralmente il suo personaggio, ricordandoci quella piccola meraviglia di Punch Drunk Love, una compressione frustrante, un rifiuto perpetuato in piccoli atteggiamenti quotidiani di un padre deluso prima ancora di aver avuto una delusione.
Ben Stiller è un uomo dalla patina apatica, lontano da tutti. Lontano anche da un orgoglio paterno totalitarizzante, imposto da sempre e per sempre senza mai aver permesso a egli di guadagnarselo. Una condanna di eterna inferiorità rispetto all’essere idealmente il figlio prediletto.
Dustin Hoffman è il padre, giunto oramai a un età veneranda, ma non realizzata. In pensione, è giunto a essere quasi sconosciuto nel mondo dell’arte, vive in un eterno loop di auto celebrazionismo, con una sotterranea, sempre presente insoddisfazione. È incapace di ascoltare e di dare ascolto ai sussurri mai appresi sui suoi fallimenti come padre.

Eppure, l’umanità ci stupisce sempre, fallisce ed eccelle costantemente, forse proprio in maniera contraria alle nostre aspettative.
Proprio il figlio ignorato rimane attaccato al padre. on eccelle nell’arte come avrebbe potuto, ma cresce una figlia splendida e matura, consegnandole un’intuitività artistica che sembrava impossibile tramandare.
L’altra sorella (Elizabeth Marvel), la figlia maggiore dello scultore in pensione, il cui capitolo del film scritto tra parentesi rafforza la sua perenne inesistenza nell’emotività familiare, è semplicemente una bella persona, incasinata, ma buona.
Il figliol prodigo, di successo, ma incapace di esprimere la sua emotività, è pronto a non stanziare nell’errore egocentrico del padre, è pronto a non seguirne involontariamente le orme.
Dunque, dinnanzi al momento di unità massima, dovuto a una necessaria riunione familiare, ognuno è capace di fare quel passo – zoppicando un po’ – per slegare le sofferenze da sempre represse ed essere una persona migliore: libera, imperfetta, ma compiuta.




