Stranger Things – La potenza della nostalgia

Andrea Martelli

Ottobre 27, 2017

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Stranger Things – La potenza della nostalgia

Stranger Things

Il termine nostalgia deriva dal greco nostos, ritorno alle origini, e algos, dolore e tristezza; indica «uno stato psicologico e sentimento di tristezza e di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari o per un evento collocato nel passato che si vorrebbe rivivere», come recita Wikipedia.

Ritorno al passato

Ultimamente sta prendendo sempre più piede il fenomeno del revival. Dopo il ritorno prepotente sul mercato di vinili e giradischi, i nati negli anni Ottanta stanno producendo valanghe di prodotti retrò. Basti pensare alle nuove case di videogiochi che hanno riproposto nuove versioni delle vecchie console, come il primo Nintendo a otto bit o il SuperNintendo.

Un fenomeno di tale rilievo non poteva che estendere la sua influenza anche alla settima arte, in particolar modo al piccolo schermo, dove si cavalca questo sentimento riproponendo vecchi format di programmi televisivi o vecchie serie tv, rinnovate nel cast ma non nelle idee.

In mezzo a questo ritorno al passato, arriva Netflix insieme ai fratelli Duffer, che trasformano questa nostalgia in Stranger Things, un gioiellino della durata di otto ore, che tiene incollati allo schermo.

Stranger Things
Dustin, Lucas, Mike e Undici

Stand by me

Gordie Lachance: «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?»

Con questa frase dal film Stand by me, Stephen King racchiude tutta la purezza delle amicizie giovanili e, per chi ha vissuto un’infanzia senza i social, i quali spesso dividono più che unire, non può rimanere impassibile di fronte a questo gruppo di ragazzini che sembra uscito dalle pagine del romanzo It.

Il ricordo ci porta indietro nel tempo, quando regnava la spensieratezza e l’illusione di appartenere a un gruppo come i Goonies, immedesimati nelle loro avventure, e quando l’evoluzione moderna si rispecchiava nei televisori con tubo catodico e nella poltrona reclinabile del padre.

In Stranger Things tutto è solcato da questi riferimenti, già dalla prima scena con la scomparsa nel nulla di Will, che in sella alla sua bici in mezzo al bosco riporta alla mente l’Elliot di E.T.

Ma è tutto il gruppo di ragazzini che coinvolge e trascina nell’avventura, fatta di partite a Dungeons & Dragons e riferimenti continui alla cultura pop (il Bosco Atro del Signore degli Anelli, Star Wars e X-Men su tutti). Ma, soprattutto, lo spettatore si appassiona a un’amicizia incrollabile, che nemmeno la scomparsa di Will o il ritrovamento di Eleven, una ragazzina dai poteri speciali, riescono a scalfire. Anzi, questa serie di eventi la rafforza, spingendo gli amici ad affrontare un mondo più grande e più cattivo di loro, fatto di forze governative, e a combattere un alieno proveniente da un altro mondo, con la convinzione che l’amicizia e la lealtà siano i valori più importanti al mondo.

Stranger Things
Wynona Rider interpreta Joyce Byers

Christmas lights

Stranger Things è costituita da altre due linee narrative, che rappresentano altrettante tipologie di film horror o di fantascienza.

Una di esse riguarda Jonathan, il fratello maggiore dello scomparso Will, e la sua amica Nancy che si uniscono per svelare il mistero dietro alle improvvise sparizioni della cittadina, nel bel mezzo dei primi problemi adolescenziali.

L’altra linea narrativa si svolge nel mondo degli adulti, dove due genitori affrontano il lutto combattendo l’oltretomba, l’una per riavere il proprio figlio e l’altro per riscatto personale verso il destino.

La madre di Will, interpretata da un’intensa Winona Ryder, è costretta a combattere anche con gli abitanti della cittadina che la credono una pazza furiosa. In una delle scene più iconiche della serie, con le luci di Natale riesce a comunicare col figlio intrappolato nell’altra dimensione, con chiari rimandi all’elettricità di Twin Peaks, o al protagonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che costruisce montagne di fango e purè, vittima di una vera e propria ossessione.

Il modo in cui le due dimensioni (Realtà e Sottosopra) comunicano, attraverso le pareti, ci ricorda da vicino le vicende di Poltergeist o del più moderno Silent Hill. Invece con l’omaggio finale a Twin Peaks la serie si tinge di una natura chiaramente lynchiana.

Will Byers interpretato da Noah Schnapp

Ritorno al futuro

Il colpo di genio dei Duffer Bros sta nel pescare a piene mani da quel sentimento di nostalgia che ci contraddistingue, per rielaborare le vicende in un linguaggio moderno, aggiungendo temi più attuali e complessi come i viaggi spazio-dimensionali.

Il tutto costruito su una colonna sonora perfetta, fatta di musica di repertorio saggiamente selezionata, che va dai Toto con Africa, passando per i Jefferson Airplane e i Joy Division, fino ai The Clash con Should I Stay Or Should I Go.

In definitiva Stranger Things non è solo una pura operazione nostalgica, ma è la consapevolezza che quel cinema di qualche anno fa, fantastico e forse più intimo, qualcosa di buono ha lasciato.

Certi personaggi, certi stereotipi e certe vicende funzionano bene anche oggi e non bisogna per forza essere originali per fare qualcosa di buono. Basta solo saper scrivere bene!

Leggi anche: Stranger Things 3 – A Hawkins non c’è posto per la felicità

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