Victoria [Berlino] – Un certo modo di essere giovani, di sperimentare e fare cinema

Probabilmente in Italia non sono in molti ad aver visto questo film tedesco.
Si tratta di un’opera talmente innovativa, talmente realistica e coinvolgente, che non merita di rimanere un gioiello per un pubblico di nicchia. Per fortuna ha vinto premi importanti ed è stato presentato ad alcuni tra i maggiori festival cinematografici del 2015.
Sulla locandina di Victoria si legge per sottotitolo: «una città, una notte, un’unica ripresa». La prima scena che insegue la protagonista mentre è sola in una discoteca tecno cattura da subito la mente dello spettatore trasportandolo con l’occhio sincero, crudo della telecamera, nel fascino e nella verità di quel tipo di notti.
Lo spettatore è costretto al folle viaggio che continua ininterrotto per due ore e venti minuti, quando l’unico piano sequenza del film ha finito di raccontare questa storia incredibile, allucinata e lucidamente realistica allo stesso tempo.

Il regista racconta, nelle interviste, com’è stato girare un film senza il classico taglio e montaggio, senza spegnere mai la telecamera. Quello che vediamo sullo schermo è stato ripreso tra le 4:20 e le 7.00 di mattina del 17 aprile 2014. È stato possibile arrivare a questo solo grazie al lavoro di tre mesi con gli attori, i quali, senza un preciso copione, ma con una chiara idea di ciò che deve accadere, improvvisano tutti i dialoghi.
È davvero un film tedesco in questo: preciso, senza sbavature; eppure resta un animale non addomesticato. Victoria è il frutto di pura istintività e vigile controllo. Come ogni vera opera artistica vive nello spazio che intercorre tra il concetto di limite, vincolo, labor limae e sfrenata libertà creativa.
L’occhio della telecamera accompagna la protagonista nelle varie tappe della sua notte ibrida di sogno, o meglio, di incubo.
Il plot sembra un semplice girl meets boy, quando, fuori dalla discoteca, l’annoiata e curiosa Victoria fa amicizia con un gruppo di ragazzi e decide di seguirli, affascinata dal loro coinvolgimento, nonostante essi si dimostrino fin da subito dei mezzi criminali improvvisati, ma che hanno qualcosa di innocente e sincero nel loro essere capaci di vivere con una certa gioia la notte e l’amicizia.

Lei li segue, flirtando tutto il tempo con uno di loro. Victoria è spagnola e i quattro ragazzi tedeschi, per comunicare usano una lingua franca. Infatti, la lingua del film è quella varietà di inglese approssimativo e tipico dei discorsi, per esempio, tra studenti Erasmus.
La lingua è uno di quegli elementi di sincerità del film. Eppure, l’onestà della pellicola ha una natura più profonda, che unisce tutti i vari elementi che la compone (l’improvvisazione dei dialoghi, il linguaggio, il percorso che mappa le vie di Berlino con scelte e sguardo credibili, dei ragazzi che davvero potrebbero abitare in quel modo i luoghi tra le strade e le discoteche).
È un’onestà attraente perché racchiude in sé una componente aggressiva, (auto)distruttiva, che rispecchia una strana, ma forse comune maniera di sentirsi giovane. Quella vertigine della mente che ti spinge a seguire situazioni e persone che hanno in sé un lato oscuro, a seguire il male come se fosse un coniglio bianco fino al fondo della notte.
Infatti, l’incontro di Victoria con i ragazzi con cui fa amicizia si trasforma, a metà del film, in un episodio pericoloso.

Il film diventa un thriller che parla d un’improvvisata rapina in banca, e lo fa così realisticamente che mentre lo guardo sento che una delle mie notti sarebbe forse potuta finire in quel modo. Il regista dice in un’intervista, citando e modificando una frase di Francis Ford Coppola: «il film non è su una rapina in banca. È una rapina in banca».
Anche se quando scorrono i titoli di coda il colpo in banca non è la prima cosa che ti rimane impressa di ciò che hai appena visto, il risultato dell’opera è la capacità di farti percepire quello che si sente trovandosi, all’improvviso, in una situazione del genere: l’adrenalina, la paura, la paura per la tua vita, l’eccitazione che segue il fatto, più forte quasi di una droga.
E forse la scena più bella di Victoria è di nuovo ambientata in discoteca, appena dopo la rapina, quando, solo per un momento, i personaggi e lo spettatore smettono di trattenere il fiato e si lasciano andare a un momento di convulsa e giocosa follia.
Dunque, concludendo, il film si snoda su una trama semplice sostenuta solamente dalla curiosità avventurosa della protagonista. Ma è credibile che una normalissima ragazza, ben lontana da qualsiasi aspirazione criminale, finisca a seguire degli sconosciuti fino all’estremo del pericolo? Nonostante il suo perfetto realismo, sono credibili il personaggio e la storia di Victoria?
Se è possibile rispondere di sì, è forse perché il personaggio della protagonista è, seppure grazie a pochissime scene, connotato dal suo non avere nulla da perdere, dal suo trovarsi sola in una città straniera, e dal suo bisogno di divertimento e contatto umano.

Quando suona al pianoforte il Mefisto Valzer di Liszt, e racconta della sua infanzia e adolescenza al conservatorio, si espone in quanto ragazza fragile e sola, affascinata dal male se, come per Faust, esso rappresenta sete di vita e conoscenza.
Sono tante le cose che si potrebbero ancora dire su Victoria, ma è uno di quei pochi film che bisogna solo guardare, per poter imparare qualcosa sull’esperienza del cinema.




