Chiamami col tuo nome – Lo sguardo (di chi ha) perso

Enrico Sciacovelli

Aprile 15, 2018

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Vi è mai capitato di amare, sapendo che era destinato a finire?
Capita più spesso di quanto vogliamo ammettere. Capita forse ogni giorno, anche solo inconsciamente, nei pochi secondi di uno sguardo fugace.
Una volta che si accetta questo sentimento, che viene accolto dentro di noi, ci investe, come un cavallone sospinto dal vento che si abbatte sulla spiaggia. E così come è arrivato, si ritira, lasciando solo un alone della sua presenza e un desiderio di riavere quella prima ondata, e sentirsi di nuovo senza controllo, anziché senza ciò che ci spinse sul bagnasciuga.

Chiamami col tuo nome è un film con tanti meriti e tante persone che possono dividerli: Luca Guadagnino, regista capace di rendere ogni singolo fotogramma desiderabile, dai corpi dei protagonisti al panorama lombardo, con la consapevolezza del loro significato al di là dell’estetico; Thimotéé Chalamet e Arnie Hammer, coppia capace di abbandonarsi ai loro ruoli con la stessa devozione dei loro alter ego, Elio e Oliver; Sufjan Stevens, che contribuisce alla colonna sonora in modo talmente incisivo da associare il ricordo del film alla sua voce delicata, sospesa tra il sognante e il nostalgico… ma tra di loro solo uno degli artisti dietro il film ha portato a casa una delle ambite statuette degli Academy Awards: James Ivory, sceneggiatore dietro l’adattamento del libro di André Aciman.

Un veloce confronto tra il libro e il film mostra come il lavoro di James Ivory consista perlopiù in una riduzione degli elementi più erotici, più spinti e più audaci nell’originale, per sottolineare invece le sensazioni di curiosità e meraviglia verso una nuova dimensione più intimamente spirituale che sessuale, pur senza censurare totalmente l’opera di Aciman.
Riduzione e amplificazione, anziché omissioni e aggiunte: Ivory lavora sul libro originale non con delle forbici, ma con ago e filo, sfilando il tessuto della trama in modo da rendere la storia di Elio e Oliver universale, anche per chi non è mai stato un ragazzo 17enne bisessuale italo-americano.
La storia che possiamo facilmente riconoscere è quella di un amore giovane, goffo e impulsivo, destinato a finire con la stessa velocità con cui si è presentato.
E l’ultima scena del film è scritta in modo tale da far trapelare perfettamente la piccola, infima tragedia che ha luogo quando questo idillio si conclude.

Elio si siede di fronte al camino. La sua faccia persa nei pensieri.
I titoli di coda scorrono sul suo primo piano.

Queste sono tra le ultime battute scritte sullo script di James Ivory, e forse le più significative di tutta la pellicola.
Chiamami col tuo nome non è riguardo al tipo di amore definitivo, quello che conduce a un bivio nella propria vita. Parla invece del tipo di amore che rimarrà sempre un ricordo agrodolce, una piccola cicatrice di cui ci si può dimenticare finché non si rivede, ma che nel momento fa male come un arto amputato.
Un dolore fantasma di ciò che non c’è, di una mancanza che non riusciamo a spiegare, perciò la si cerca di riempire coi pensieri, persi in uno sguardo.
Che sia il fuoco di un camino, un muro privato di una fotografia, un cielo stellato o gli occhi di un altro amante, la ricerca di consolazione e di significato attraverso uno sguardo perso è un’immagine dolorosa per quanto reale.

Ivory e Guadagnino però hanno però la lungimiranza di farci sapere che il mondo non finisce lì, in quello sguardo. I titoli di coda scorrono sulla storia di Elio e Oliver, ma Elio continua a piangere davanti al camino, perchè avrà altri amori e altri pianti all’infuori dei 132 minuti del film.
Il pubblico diventa così testimone del cuore spezzato di Elio, e magari, in quelle crepe, il pubblico può riconoscere anche le proprie amarezze passate, guidate da uno sguardo perso nel volto di Elio, come il suo si spegne nel fuoco del camino.

Leggi anche: Chiamami con il tuo nome – Dove è finita quella pura, libera emotività?

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