Le mani sulla città – Quando un film è “Necessario”

Silvio Giannini

Luglio 2, 2018

Resta Aggiornato

Inizio questa mia collaborazione con la rivista “Settima arte” con un intento preciso. Ho avuto la fortuna di trovare un libro di Goffredo Fofi, storico critico del cinema italiano e internazionale, in una di quelle preziose edicole di Bari dove è possibile recuperare materiale del passato non più in circolazione. Dalla lettura di “Capire con il cinema, 200 film prima e dopo il ‘68”, ho iniziato un processo di ricerca per “rileggere” i film del passato calandomi in quella che era la realtà degli anni passati. Fofi, come è noto, è una voce fuori dal coro nel panorama della critica cinematografica e pertanto ho voluto comprendere se le sue recensioni fossero ancora oggi condivisibili.

Su “Le mani sulla città” Fofi scrive: “…la scarsità stessa di invenzione di cui il film dà prova, soprattutto a paragone con lo splendido risultato del Salvatore Giuliano, tutto questo ci fa considerare il film come minore nella carriera di Rosie di interesse assai relativo, specialmente se paragonato coi suoi rivali veneziani così trascurati, Muriel e il Servo”.

IL MOMENTO STORICO-CINEMATOGRAFICO

E’ bene precisare sin dalle battute iniziali di questo articolo che il film di Francesco Rosi fu il vincitore della XXIV mostra d’arte cinematografica di Venezia; il “Leone d’argento” fu assegnato ex aequo a Louis Malle  (al suo quarto film dopo l’esordio con “Ascensore per il patibolo”) per “Fuoco Fatuo” e a Igor Talankin per “Introduzione alla vita”. Dall’elenco dei vincitori pertanto restano esclusi nomi eccellenti nel come Alan Resnais (Muriel) e Joseph Losey (Il servo). In questa sede non possiamo aprire un giudizio di merito sui film selezionati ma possiamo comprendere il calibro degli autori in concorso in quella edizione.

Rosi è al suo quarto film, tutti girati rigorosamente in bianco e nero. Aveva debuttato, dopo il tirocinio presso Visconti, con “La sfida”, un lungometraggio in cui mette sulla bocca degli attori parole importanti come “camorra” e “mammasantissima”. Il regista napoletano ha una chiara visione della realtà che lo circonda. Il suo secondo film, “I magliari”, si svolge invece in Germania. Per un attimo il regista sembra distaccarsi dalla geografia italiana ma in realtà il film approfondisce il punto di vista degli italiani che sono emigrati all’estero vivendo di raggiri. Con il terzo film “Salvatore Giuliano”, Rosi ripercorre la vita del bandito siciliano mescolando il genere drammatico con elementi documentaristici, la narrazione in tempo reale con i flashback.

DELLE MANI E DELLA SOCIETA’

Ed eccoci al film in questione: le mani giocano un ruolo fondamentale in questo film come limpidamente mette in risalto il titolo. Nella prima scena, le mani mostrano come lo sviluppo edilizio della città debba essere trasferito sui terreni ancora incontaminati, portando ad ampi margini di profitto. Se nel suo primo lungometraggio Rosi aveva evidenziato come il profitto non si verifica “nei mercati” ma nelle campagne, dove i contadini costituiscono una classe sociale sfruttabile e controllabile, in questo scenario la periferia rimane ancora una volta il luogo del guadagno. A questo punto il Ministro si reca a Napoli per vedere con i propri occhi dove e come verranno utilizzati i soldi provenienti dal Fondo speciale che servirà alla costruzione della zona. La dipendenza da Roma è ancora evidente, non essendo stato attuato in quegli anni il decentramento amministrativo. In una delle scene finali, la paura di essere commissariati da Roma in caso di mancato accordo sul sindaco e di conseguenza di non poter mettere le mani sulla città, sarà l’elemento di svolta per mettere tutti d’accordo.

Si passa ai titoli di testa: una panoramica dall’alto, accompagnata dalla musica di Piero Piccioni, mostra la mappa della città con l’intento di fotografare la nuova urbanistica di Napoli, città che funge solo da espediente narrativo per raccontare il mezzogiorno, la corruzione, la speculazione edilizia e i giochi di potere. Dopo i titoli di testa, a livello narrativo si verifica l’evento che fa da motore allo sviluppo della storia: il crollo improvviso di una palazzina in un quartiere popolare della città provoca morti e feriti. Quest’evento ci permette di parlare di Rosi come di un autore dal realismo sociale nella misura in cui il regista sceglie di non raccontare il punto di vista delle vittime ma di aprire un’indagine a trecentosessanta gradi sulla norme giuridiche e sociali che regolano il funzionamento della città.

Da questo momento in poi si apre lo scontro in un consiglio comunale rappresentato da soli uomini ( nei film di Rosi le donne sono spettatrici dell’autorità maschile ) che porta la destra, il centro e la sinistra a scontrarsi sull’accaduto. Per la sinistra parla il consigliere De Vita, che nella vita di tutti i giorni è realmente un esponente della Partito comunista italiano. I suoi capi d’accusa sono chiari e precisi: il consigliere evidenzia il conflitto di interessi dell’ingegner Nottola, privato cittadino a cui la Costituzione concede la libertà dell’iniziativa economica ma anche consigliere comunale della destra, ruolo che gli serve a “manovrare” i suoi interessi economici.

Epica è l’inquadratura in cui, dopo l’attacco della sinistra, i consiglieri alzano le braccia per mostrare che le loro “mani sono pulite” ( termine che ricorrerà anni dopo per etichettare una maxi inchiesta politica italiana ). E’ questa l’inquadratura che ci permette di parlare di questo film come un film necessario. Mentre nei tre film precedenti Rosi non aveva rinunciato a qualche colpo di pistola ( all’epoca assai limitato per via della censura ), in questo film mostra come il potere, in un regime democratico, si possa esercitare senza colpo ferire per via di accordi e di interessi. Subito dopo il sindaco, di fronte alla supplica di danaro da parte di alcune donne del popolo, elargendo banconote si rivolge a De Vita domandandogli: “Avete visto come si fa la democrazia”?

Si può ipotizzare, e molti lo hanno fatto, che il regista abbia scelto De Vita per esternare il proprio punto di vista. A De Vita le mani servono per placare le ire dei suoi oppositori ogni qualvolta apre bocca oppure per puntare l’indice contro il malaffare. Per confutare questa ipotesi, bisogna analizzare una scena: al termine della commissione d’inchiesta chiamata a valutare il buon operato della p.a. sull’incidente vicolo Sant’Andrea, un consigliere esponente del centro invita De Vita ad accompagnarlo nell’ospedale in cui lavora. E’ una scena importante perché è l’unica in cui vediamo il bambino che è stato ferito durante il crollo della palazzina di vicolo Sant’Andrea e che ora si trova in stampelle ( mentre un consigliere di destra verrà ripreso nell’atto di allenare le proprie gambe a bordo di una piscina). Secondo il consigliere di centro, ora nelle vesti di medico, tutti i bambini che si trovano ricoverati dovrebbero abitare in costruzioni più stabili, dove i servizi primari come acqua e luce arrivino senza problemi.

In questa scena Rosi inizia ad insinuare il dubbio che tutto sommato l’operazione edilizia di Nottola non sia del tutto deplorevole come la si è raccontata. Quanto viene detto a parole viene successivamente mostrato. Ci troviamo nella scena in cui viene eseguito lo sfratto nelle palazzine adiacenti a quella crollata, per cui il popolo è in rivolta. Dalle retrovie spunta Nottola che invita De Vita a visitare quanto sta costruendo: gli mostra un’abitazione di tipo moderno, con un cesso e un lavandino nuovo, i cavi dell’elettricità e tutto quanto serve per progredire. Il direttore della fotografia di questo e dei precedenti film di Rosi, Gianni di Venanzo, esalta l’uso della luce: quando incontra De Vita, Nottola è in penombra, per poi ritrovarsi a parlare con lo stesso De Vita con una profondità di campo che mette a fuoco le vecchie abitazioni che si trovano alle sue spalle e che rappresentano il passato da cui Napoli deve distaccarsi per crescere.

Quando la situazione politica inizia a farsi incandescente soprattutto per le imminenti elezioni politiche, Rosi sembra smentire quelle che sarebbero state le accuse di Fofi: schematismo e povertà psicologica dei personaggi. Il consigliere Nottola recepisce il consiglio proveniente dal popolo ( da cui arrivano i suoi voti ), personificato da un cameriere, secondo il quale la colpa non è di Nottola ma del partito che non funziona più e che pertanto “le idee camminano”. A queste condizioni Nottola valuta il suo passaggio dalle file della destra a quelle del centro. E’ il momento del trasformismo, dal passaggio dei consiglieri dalle file monarchiche a quelle democristiane. I personaggi non sono ingabbiati sotto loro bandiere, come scrive Fofi, ma si rendono conto di essere i veri protagonisti della scena politica, capaci di essere decisivi per le maggioranze. Quanto detto trova conferma subito dopo. Il consigliere di centro (Balsamo) si reca dal dott. De Angelis, futuro sindaco della città, per comunicargli il ritiro della propria candidatura vista l’incompatibilità morale con Nottola.

De Angelis afferma che questa è una questione politica e non morale, e che l’indignazione non serve a niente, l’unico peccato in politica è la sconfitta. Il conflitto tra la questione morale e l’identità politiche è riassunto limpidamente senza retorica.

Gli ultimi minuti del film sono importanti per due motivi: l’elezione del nuovo sindaco non è ancora frutto dell’elezione diretta da parte del popolo ma è interna, con un grave deficit di democrazia. Infine il consigliere Nottola, nel frattempo passato al centro e diventato addirittura assessore, si difende dalla accuse di De Vita e replica per consegnare al pubblico un giudizio positivo sul suo operato: meglio progredire per far vivere il popolo in costruzioni migliori, o meglio lasciare il popolo nelle vecchie abitazioni per conservare l’elettorato di riferimento? Un carrello all’indietro si distacca lentamente dalla risposta di De Vita all’accusa di Nottola. Con questo movimento di macchina Rosi sembra distaccarsi dall’interesse della storia e si distacca anche dalle parole di De Vita, per passare ad un’inquadratura in cui viene inaugurato il cantiere. Dove prima non c’era niente ora si costruisce.

Rosi non conclude il film con toni moralisti: “i buoni” non vincono i cattivi e i “cattivi” ottengono quel che vogliono. C’è la presa di coscienza e la forte denuncia nei titoli di coda che i personaggi sono inventati ma reale è lo scenario che li ha prodotti. Un finale forte che, a differenza della “Sfida” dove tutto sembrava frutto di fantasia, qui diventa un’esplicita presa di coscienza del regista per il pubblico.

Ecco quando un film diventa necessario: “per la delicatezza o per la complessità nell’interpretazione di un tema, un film è necessario quando serve a comprenderlo, anche a posteriori”.  

Autore

Share This