Still life – C’è ancora vita dopo la vita?
John May: «Le viene in mente qualcuno che l’abbia conosciuto? Che magari avrebbe voglia di partecipare al suo funerale?».

I morti possono avere ancora vita? È una domanda che non sentirete pronunciare da uno dei personaggi, ma che aleggia durante tutto l’arco della storia. È la domanda a cui John May, solitario, preciso e sensibile funzionario del comune vuole dare risposta positiva. Almeno finché c’è lui.
John (Eddie Marsan) è un impiegato del comune che si occupa di rintracciare i parenti delle persone decedute che non hanno più nessuno. Egli va oltre il suo lavoro, e va oltre il suo modo diligente di svolgerlo. Presenzia ai funerali, organizza le celebrazioni, scrive alcune righe da leggere per chi non ha nessuno che lo pianga, nessuno che lo ricordi.
Sembra proprio essere questa la chiave di Still life. Il ricordo.
John sembra combattere contro il destino crudele dei poveracci che muoiono da soli, e poi muoiono ancora, perché non c’è nessuno che li ricordi.
La sua vita è impostata, modesta e tranquilla. Sicuramente una vita solitaria. E forse anche proprio per questo ha la tendenza a vedere la morte come un passaggio finale, ma non definitivo.
Pasolini ci suggerisce sottovoce che i funerali, alla fine, servono più ai vivi che ai morti, per superare i propri traumi, la tristezza e il disappunto di aver conosciuto e fatto parte della vita di una persona che, isolatasi dal mondo, li aveva delusi. Lo fa con una regia puntuale, profonda e allo stesso tempo dinamica.
Per John però questo non è tutto: per lui la sepoltura e il funerale sono un modo di restituire dignità non solo ai parenti e amici del defunto, ma anche a chi non c’è più. Un modo per essere cullati verso l’eterno che ci aspetta, con cura e con dolcezza. Le stessa cura e la stessa dolcezza che John mette nel suo lavoro, alla memoria di chi non c’è più.
Queste attenzioni vorrebbe estenderle ai vivi, ma fa fatica; non per cattiveria, ma piuttosto per un senso di inadeguatezza e inerzia che ha caratterizzato il corso di tutta la sua vita.

John però si trova a essere esuberato dal comune, che non ha più bisogno di lui per motivi di efficienza. Chiede così di poter terminare un ultimo lavoro: rintracciare i parenti di un povero ubriacone, trovato morto vicino a casa sua. Nessun parente sembra più voler avere a che fare con quel vecchio alcolizzato che è stato niente più di una ferita aperta per chiunque l’abbia conosciuto. Nessuno vuole più riaprirla.
Ma John è convinto che non ci sia solo questo. John è convinto che il ricordo di lui nei suoi cari sia sufficiente a farlo vivere ancora un po’, con la dignità che merita la memoria dei defunti, che non possono più difendersi. Allora li difende lui e cerca di convincere i suoi parenti a fare lo stesso.
E così quest’ultimo lavoro lo porterà lontano da casa, e lontano dalla sua solitudine.
Una solitudine che John non rimpiange. Egli sembra abbandonare la sua vecchia vita, in cui si sentiva più vicino ai defunti, perché forse sentiva che anche loro si erano sentiti soli, come lui.
In fondo, abbandonata l’idea che i morti siano la sua unica prospettiva, anche lui, sembra convincersi che c’è ancora vita, solo finché c’è vita. O no?





