Fuga da Alcatraz – La social catena leopardiana
Uno dei capolavori del Clint Eastwood regista, Gli Spietati, termina con una particolare dedica finale: «a Sergio e Don». Il primo è Sergio Leone, l’uomo che consacrerà il bel californiano come «l’uomo senza nome» nella Trilogia del Dollaro. Il secondo è Don Siegel, colui che trasformerà il rude cacciatore di taglie del West nel burbero ispettore Harry Callaghan.
Clint deve molto a entrambi, perché sono stati capaci di rendere quel volto così glaciale uno dei più amati dell’intera Hollywood. Per questo non smetterà mai di omaggiarli in qualsiasi modo. Come? Citando i capolavori diretti da quest’ultimi di cui lui stesso è protagonista.
Uno di questi è Fuga da Alcatraz, in cui l’ormai conosciuto Eastwood interpreta la reale fuga compiuta dal detenuto Frank Morris. L’opera è la quinta e ultima collaborazione fra il nativo di San Francisco e l’esperto Don Siegel.
Come già detto, Fuga da Alcatraz è la trasposizione cinematografica dell’evasione compiuta da Morris e i fratelli Anglin l’11 giugno 1962 proprio dal carcere più inespugnabile che sia mai esistito, Alcatraz. I tre, di cui ancor tutto oggi non si è mai saputo il destino, riusciranno (almeno così pare) nell’impresa proprio laddove tutti fino a quel martedì notte avevano fallito.

La storia vuole che Morris, rapinatore seriale già evaso da diversi altri istituti penitenziari, venga trasferito ad Alcatraz proprio per scongiurare qualsiasi tentativo di fuga. Lo stesso vale per i fratelli Anglin. Ma i tre, nonostante le avversità, realizzeranno la più grande evasione che sia mai stata compiuta.
L’opera di Siegel, però, non si limita a seguire pedissequamente il racconto della fuga. Ne analizza i dettagli, ne coglie i lati oscuri, ne percepisce le paure e le emozioni.
Proprio i primi cinque minuti del film, ovvero il momento in cui Morris è trasferito ad Alcatraz a bordo di un piccolo battello, sono un esempio di quanto Siegel cerchi di trasmettere allo spettatore l’ipocondria percepita dello stesso Eastwood. Non c’è una parola; la pioggia batte fortissima; è notte fonda e il mare è agitato. Le luci sono accecanti. I poliziotti sono numerosi e cupi. Il fruscio del vento origlia impetuoso nei nostri timpani. Non c’è nulla che trasmetta serenità.
D’altronde stiamo andando ad Alcatraz. La particolarità è che stavolta siamo anche noi su quella barca.
Siamo anche noi folgorati su “una via che non porta a Damasco”, ma a uno dei più duri carceri federali degli Stati Uniti. Siamo anche noi, come Morris, nudi in uno stadio primordiale dove la lotta alla sopravvivenza è l’istinto stesso dell’uomo.
L’istinto non ci abbandona mai, fido compagno di sventure e d’armi, proprio di qualsiasi animale. Siamo animali evoluti, ma pur sempre animali.
È questo il primo insegnamento che Alcatraz porge ai detenuti. Un rammento che abbiamo dimenticato e che sdegniamo perché assoggettato, da un certo punto della storia in poi, al vivere allo stato brado.

Alcatraz rende i galeotti privi addirittura delle forchette, così di come qualsivoglia dignità. Come dice il direttore:
Direttore: «Se disobbedisci alle regole della società civile, vai in prigione; se disobbedisci alle regole della prigione, vai ad Alcatraz».
Ma ciò non basta a privare i detenuti dell’essere branco, unione, “parte di una qualsiasi cosa che li renda tutto”. Così Morris stringe amicizie: dapprima in mensa con Tornasole, così chiamato perché rosso quando fa caldo e blu quando fa freddo; dopo in biblioteca con English, condannato a centottant’otto anni per aver ucciso due bianchi colpevoli di aver commesso tre sbagli.
English: «Dieci anni fa stavo in un bar in Alabama, e due stronzi hanno cominciato a darmi addosso. È stato il loro primo sbaglio. Tirarono fuori i coltelli, ed è stato il secondo sbaglio. Non sapevano neanche usarlo, e questo è l’ultimo sbaglio che hanno fatto».
Infine, nell’ora d’aria con Doc, conoscerà un pittore che pagherà a caro prezzo la sua espressione artistica. Gli unici con cui non stringe amicizia sono Wolf, un omone disposto a tutto pur di assetare la propria fame carnale, ma soprattutto il perfido direttore, emblema del sistema penitenziario non come luogo di rieducazione dell’anima ma come punizione da infliggere per gli errori del passato.
Difatti la prigionia ad Alcatraz rappresenta un mondo non così dissimile da ciò che esiste fuori. Ranghi, gerarchie, fazioni. Tutto come nella realtà quotidiana. Esprimere se stessi diventa quindi l’unica via di fuga da un luogo così inaccessibile. Tuttavia qui anche questa possibilità è negata per paura di forgiare uomini liberi, mai più schiavi dei comandi altrui, per timore di rendere le coscienze finalmente leggere dai fardelli del proprio passato. Così funziona, e così purtroppo continuerà a funzionare.
Non resta quindi che scappare. L’evasione è necessaria per ottenere una seconda possibilità, per tornare a sentirsi vivi, per fuggire dallo status perenne di condannato. Perché Alcatraz, circondata dal nulla, è essa stessa il nulla. È «solo una conta che non termina mai» ripete English.
Per questo la solidarietà fra gli uomini, ciò che Leopardi chiamò la “social catena” da contrapporre alla natura malvagia, fa sì che Morris, gli Anglin, English e gli altri tifino affinché qualcuno ce la faccia.
Tutti per uno, uno per tutti.

Frank Morris: «Vale sempre la pena rischiare se vuoi qualcosa».
Quella social catena di cui Leopardi cotanto decantava è riuscita nel suo intento: unire gli uomini per combattere l’oscurità che giace in noi stessi e nella natura, liberandoli dalle catene di qualsiasi prigionia, mentale e non.




