Million Dollar Baby – Il coraggio di sognare

Francesca Casciaro

Ottobre 5, 2017

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Million Dollar Baby – Il coraggio di sognare

Ho sempre amato i film sul pugilato. Sono film che parlano di riscatto, di gente che parte dal nulla, assuefatta dall’orrore di una vita di miserie, ma che riesce a forza di pugni a farsi largo nel mondo.

Credo che questo genere di film, da quelli più semplici sino ad arrivare ad autentici capolavori del calibro di Cinderella man, abbiano sempre una preziosa lezione da insegnare. Per quando possa essere angusto e oscuro il buco di mondo in cui siamo precipitati, se troviamo dentro di noi la forza per rialzarci e salire sul ring, potremo sempre tornare a essere i protagonisti della nostra vita.

Eppure Million Dollar Baby, sebbene appartenga in gran parte al vasto genus di queste apologie del riscatto, presenta indiscutibili tratti di originalità. Questi ne fanno non solo un’opera nuova e inedita, ma la rendono un’autentica perla della cinematografia mondiale.

Ma dove risiede l’originalità di Million dollar baby?

Tanto per iniziare la protagonista, Maggie Fitzgerald, è una donna. Anche lei, come la maggior parte dei pugili dei film, è una disperata che proviene da un luogo sperduto tra il nulla e l’addio, ed è cresciuta avendo come unica consapevolezza quella di essere spazzatura. È solo comprendendo le origini della protagonista che possiamo prendere a pieno coscienza della sua grandezza. Si tratta di una donna a cui, sin da bambina, è stata inculcata l’idea di essere una completa nullità, ma che decide di non arrendersi al triste destino che era stato scritto per lei.

Maggie trova dentro di sé la forza di sognare una vita diversa, e, nel fare questo, decide di trovare il suo posto nel mondo prendendo a pugni quella vita che l’aveva sempre messa al tappeto.
Quindi Maggie, una donna forte, sceglie il pugilato come strada per il suo riscatto, ma è una scelta quasi inconsapevole la sua, dolorosamente necessaria. Non potrebbe mai immaginare una vita diversa, perché lei si sente bene solo quando si allena. Solo in quei momenti riesce a far tacere quella voce che, nella sua testa, continua a sussurrarle quanto sia inesauribile la miseria della sua vita.

Un mentore e una nuova famiglia

Quello che Meggie sceglie come allenatore, quasi in virtù di un principio darwiniano, inizialmente si rifiuta di insegnarle. Frankie Dunn è in realtà un uomo spezzato capace solo di sopravvivere. È incapace di vivere avendo, a seguito della rottura del rapporto con la figlia, apparentemente rinunciato a ogni ambizione e speranza nel futuro.

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Frankie (Clint Eastwood) e Maggie (Hilary Swank)

Eppure quell’uomo interrotto, Maggie lo sa, è per lei l’unico mentore possibile.

L’iniziale sesto senso di Maggie si rivelerà poi un’autentica premonizione. Nonostante un primo approccio burrascoso, il vecchio e la ragazza troveranno l’uno nell’altra quel perno sul quale far ruotare ciò che resta della loro esistenza. Così, il loro legame arriverà a incarnare la speranza che, un giorno, la vita potrà tornare a donare qualcosa per cui valga la pena andare avanti.
I ruoli di maestro e allieva finiscono per mescolarsi e confondersi: entrambi insegnano e imparano ad aprirsi al mondo e alla speranza. Entrambi insegnano e imparano a sognare, imparano a credere che i sogni, nella vita vera, si possono anche avverare.

Così, Maggie e Frankie, diventano una famiglia: maestro e allieva, ognuno la cura per l’anima dell’altro.

E il pugilato torna a essere una metafora di vita, ma di una vita autentica, che non accetta compromessi e ha il coraggio di votarsi totalmente a un sogno. Bisogna lottare sempre, se si vuole andare avanti. E solo quando si arriverà all’agognato traguardo le fatiche e il dolore saranno ripagate con la gloria e il clamore di un applauso. E non è proprio in quell’applauso finale che si risolve l’essenza di una vita intera?

Una vita vissuta rincorrendo un sogno. La vita di pugile, la vita di chiunque abbia il coraggio di lottare per conquistarsi con le unghie e con i denti il proprio posto nel mondo.

Il finale

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Avevo fatto una domanda all’inizio dell’articolo, a cui sino a ora non ho dato che parziale risposta.

In cosa consiste realmente l’originalità di Million dollar baby? Certo, la protagonista è donna, e, di sicuro, il suo profondo legame con Frankie è qualcosa di inedito.

Ma la più grande originalità di Million Dollar Baby sta nel suo sconvolgente finale.

Avevo detto che i film sul pugilato parlano di riscatto, eppure il riscatto di Maggie Fitzgerald resta incompiuto, brutalmente interrotto. Dopo un climax ascendente fatto di strabilianti vittorie, che ci preparano emotivamente a un sicuro trionfo, un pugno alle spalle, come un fulmine a ciel sereno, frammenta la speranza e devasta il sogno.

E Maggie perde l’uso del suo corpo, dal collo in giù.
La seconda parte del film è un climax discendente, un’analisi straziante sulla disgregazione della forza vitale della protagonista.

Lei, la donna forte, tenta strenuamente di adattarsi alla sua nuova condizione. Per mesi riesce a mantenere inalterato il suo sorriso, ma poi, pian piano, la sua luce inizia a spegnersi.
Frankie è obbligato ad assistere impotente alla dissoluzione del suo Mo Cuishle (il suo sangue, il suo tesoro), sino a quando quel coraggio di vivere, da cui Maggie era sempre stata contraddistinta, si tramuta nel coraggio di morire.

Ed ecco che la ragazza supplica il suo mentore di liberarla dalla prigionia di una forzata sopravvivenza. Quando lui rifiuta, Maggie compie un gesto estremo, si strappa a morsi la lingua per chiudere definitivamente ogni contatto col mondo.
Così Frankie travagliato dall’angoscia e dal dolore, precipitato ormai in un baratro da cui mai più avrà possibilità di risalire, decide di annichilire tutto quel che resta di sé stesso esaudendo l’ultimo desiderio di Maggie.

Così la lascia andare.
Lei, che era stata a un passo dal coronare il sogno in cui aveva riposto il senso di tutta la sua esistenza, era giunta alla consapevolezza che lo scopo di una vita non è né una cintura né un applauso.

Il grande premio non può che essere la speranza stessa perché, in fondo, conta poco come sia andata a finire, l’importante è aver sognato.

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