Amadeus – L’illusione di Dio

Giulio Gentile

Settembre 10, 2018

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Gli Academy Award, è cosa nota, spesso non sono altro che un incidente di percorso nella vita di un grande film – si pensi a Il padrino, The departed o Non è un paese per vecchi: film destinati comunque a lasciare un segno nella settima arte, a prescindere da quelle statuette, così come Toro Scatenato, Apocalypse Now o La sottile linea rossa. Snobbati alla notte degli Oscar, eppure destinati ad essere ricordati a lungo. Per Amadeus, sotto molti aspetti il massimo lavoro di Miloš Forman, un discorso simile calza a pennello.

Undici nomination e otto statuette che non aggiungono nulla a una grande pellicola, che nel più puro gusto del gioco, dello scherzo, della burla, mostra una profondità e una sottigliezza rare, seppur poste in sordina sullo schermo.

Una breve sinossi, benché la pièce di Peter Shaffer da cui è tratto sia ormai quasi alla stregua di un topos narrativo: ormai rinchiuso in manicomio e in preda a un esaurimento nervoso, Antonio Salieri, un tempo compositore alla corte viennese e maestro di musica dell’imperatore Giuseppe II, confida a un sacerdote in una confessione priva di pentimento di essere la causa più diretta della morte di Wolfgang Amadeus Mozart, artista geniale e al contempo infantile, sboccato, libertino; indegno secondo lui, che ha sacrificato la sua vita in voto a Dio pur di diventare un compositore, di essere Theophilus, un amico degli Dei.

E’ stato spesso detto che Amadeus sia una sottile e giocosa riflessione sull’invidia, e sul conflitto tra genio e mediocrità. Se con quest’ultima si può essere d’accordo, la prima appare alquanto imprecisa. Salieri, in fondo, non è mai invidioso di Mozart, per un semplice motivo: un vero invidioso non ammetterebbe mai la propria inferiorità rispetto all’oggetto della sua invidia – si limiterebbe a dire alpiù “si dà un sacco di arie”, “ha una risata falsa e fastidiosa”, oppure “i suoi temi sono monotoni e tutti scopiazzati da Haydn o Haendel”, non certo “la tua musica è la voce di Dio“.

Quella di Salieri, personaggio di sinistra grandezza, non è invidia, ma frustrazione.

Frustrazione che possiamo in un certo senso ricondurre ad eerie – una situazione inspiegabile in modo angosciante, in cui si rileva la “mancanza di una presenza”  o la “mancanza di un’assenza”. Nel suo patto di totale asservimento a Dio – portato alle estreme conseguenze nel film ancor più che nella pièce, ma sempre vista dal personaggio come una sorta di imposizione esterna attraverso dei minuscoli, sagaci dettagli -, Salieri rileva entrambe queste sfaccettature di un termine così intraducibile appieno nella lingua italiana: rileva la mancanza di un Dio che, egoisticamente in linea con la sua personalità sordidamente narcisista, ne celebri la devozione, e parallelamente sviluppa una paranoia secondo cui questa assenza è soppiantata da un Dio sadico e torturatore, il cui unico scopo è farsi beffe di lui attraverso la musica di Mozart.

Musica che, pur col progredire inesorabile di quel sentimento, non può comunque esimersi dal celebrare, come nessun vero invidioso potrebbe mai fare.

Perchè oltre al viaggio nella mente di Salieri, Amadeus è anche un viaggio nel genio mozartiano, seppur questo commento potrà far storcere il naso a molti mozartiani integralisti.

E’ indubbio che un film possa pesantemente scostarsi dalla realtà storica – qualcosa che si accetta fin dall’inizio, quando si prende la decisione di assistere a uno spettacolo piuttosto che un documentario -, ma finchè il messaggio di fondo, il linguaggio adottato rimangono in sintonia con quanto sia voglia trasmettere allo spettatore, secondo l’opinione di chi scrive la coerenza storica può anche lasciare il tempo che trova.

Perchè, su lunghe linee, c’è molto della vera anima di Mozart lungo tre ore di Amadeus, che scorrono via senza che lo spettatore se ne accorga, come le quattro delle Nozze di Figaro: la sua velata malinconia (la seconda delle caratteristiche fondamentali dei grandi spiriti, nel senso inteso da Schopenhauer) sempre presente ma via via sempre più radicata nella sua vita come nella sua musica, e che comunque, anche nei toni violenti oscuri delle ultime opere, sottostanno sempre “alla misura espressiva e alla padronanza delle emozioni che si addicono ad uno spirito ellenico, adoratore della simmetria e della bella forma. Un trepido melodismo, un’aura di attica serenità che accoglie, avvolge ed attenua ogni accento sospiroso.

Una pulsione quasi inconscia, mascherata dietro la giocosa ingenuità del suo vivere e l’armonia imperturbabile delle sue composizioni, come un Dio inadatto a vivere nello spietato mondo degli uomini.

“Dato che la morte, a ben guardare, è la vera meta della nostra vita, già da un paio di anni sono in buoni rapporti con questa vera, ottima amica dell’uomo, così che la sua immagine non solo non ha per me più niente di terribile, ma anzi molto di tranquillizzante e consolante. Ringrazio Dio per avermi concessa la fortuna e l’occasione – lei mi capisce – di riconoscere nella morte la chiave della nostra vera beatitudine.  Non vado mai a dormire senza pensare che – per quanto io sia giovane – il giorno dopo potrei non esserci più, e di tutte le persone che mi conoscono nessuno potrà dire che io abbia un modo di fare imbronciato o triste, e ringrazio tutti i giorni il signore per questa beatitudine, che auguro di cuore a tutti gli uomini.” (Lettera al padre Leopold Mozart, 4 aprile 1787)

E così vedrà Salieri la sua dipartita, nella sua paranoia allucinata: Dio che ha chiamato a sè il suo eletto, piuttosto che lasciarlo corrompere dal pantano in cui si dibattono i comuni mediocri come lui.

Mediocri che assolverà tutti – lui, il loro santo patrono -, senza rendersi conto che, in fondo, la sua sia solo un’allucinazione: l’illusione della presenza di un disegno superiore, di un punto fisso a cui affidare la propria sorte, di un pendolo di Foucault.

L’illusione della presenza di Dio.

Autore

  • Giulio Gentile

    Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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