Control – Il ritratto in bianco e nero di Ian Curtis

Valentina Palermo

Settembre 18, 2018

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È stato uno dei cantanti più iconici del movimento post-punk. La sua carriera come frontman dei Joy Division è durata poco più di tre anni, ma ha lasciato un’impronta indelebile nella scena musicale inglese. La sua vita si è interrotta tragicamente a soli 23 anni, ad un passo dal raggiungimento del successo oltreoceano. Stiamo parlando di Ian Curtis, figura attorno a cui ruota il film Control di Anton Corbijn.

Siamo a Macclesfield, cittadina nei pressi di Manchester. È qui che vive un adolescente annoiato dalla vita di provincia di nome Ian. Le sue giornate trascorrono fra i poco stimolanti impegni scolastici e la ricerca di qualche piccolo sballo che possa alleviare la tediosa realtà che lo circonda. Ian però non è un ragazzo come tutti gli altri. Chiuso nella sua cameretta, scrive poesie dal sapore decadente e ascolta musica rock provando ad emulare il suo mito David Bowie. Il suo senso artistico ha bisogno di essere espresso, perciò decide di unirsi ad una band che di lì a poco sarebbe entrata a far parte della storia della musica: i Joy Division.

Passa qualche anno e Ian, impiegato di giorno e musicista di notte, si esibisce con il suo gruppo in vari locali nei dintorni di Manchester e appare in alcune trasmissioni musicali. I ragazzi iniziano a crearsi un seguito sempre più consistente portando sul palco il loro stile inconfondibile che si discosta dai fronzoli dei cantanti glam rock o dalle rudi esagerazioni dei gruppi punk rock che incendiano i teatri inglesi. Ian non ha bisogno di nessun orpello. A soli venti anni è capace di attirare su di sé l’attenzione del pubblico che ogni sera si nutre avido della sua voce profonda. Ma mentre i Joy Division diventano sempre più popolari nell’ambiente musicale inglese, dentro Ian qualcosa inizia a spezzarsi. Il matrimonio con Debbie, celebrato quando i due erano poco più che adolescenti, va in crisi a causa dell’interesse del cantante per una giovane giornalista belga. Gli attacchi di epilessia che affliggono il ragazzo si intensificano. Le pressioni per il successo crescente aumentano il suo stress. Ian si sente totalmente perso e inizia a provare un forte malessere  psicologico e fisico.

Tutto questo malessere, questo dolore, la paura e l’immensa fragilità di Curtis, sono gli elementi chiave di Control e vengono resi straordinariamente dal protagonista Sam Riley. L’attore inglese non si riduce semplicemente a recitare una parte, ma sembra quasi vivere su di sé tutto il tormento provato dal musicista nell’ultimo periodo della sua breve vita. Il punto forte della pellicola è infatti proprio l’interpretazione di Riley che è anche stato in grado di ricalcare il timbro vocale e le inconfondibili movenze di Curtis sul palcoscenico.

Il risultato è un film che non è semplicemente la biografia di una delle tante rock star che si è bruciata troppo in fretta, ma vuole offrire uno spunto di riflessione su quanto il successo possa logorare un artista estremamente fragile come lo era Ian Curtis. Il suo manager e la sua etichetta, per quanto vengano dipinti come amici più che come lupi affamati desiderosi di divorare il suo talento, sembrano comunque non accorgersi dell’abisso in cui il giovane cantante sprofonda di giorno in giorno perché troppo impegnati a cercare un modo per far emergere nome dei Joy Division. La logica del profitto e dello show business logorano velocemente lo spirito di un ragazzo forse troppo sensibile  per fronteggiare le responsabilità derivate dal crescente successo e dalle attenzioni dei fan. L’epilessia, che con gli improvvisi e violenti attacchi gli sottrae il controllo del suo corpo, diventa poi un altro motivo di malessere che fiacca ulteriormente la sua anima.

Tutto questo, unito all’infelicità coniugale e al senso di colpa per essersi innamorato di un’altra donna, provano profondamente Curtis trasformandolo in una figura spettrale che si trascina controvoglia sul palco mentre il pubblico gli succhia la linfa vitale.

Niente patetismo. Niente autocommiserazione. In Control è quasi possibile compenetrarsi con le sofferenze del protagonista e riuscire a vederlo per quello che realmente è: non un ribelle, né una rock star dalla vita eccessivamente dissoluta. Solo un ragazzo di poco più di venti anni col sogno di scrollarsi di dosso la vita di provincia e dare voce al suo estro creativo, ma che poi si ritrova a fare i conti con qualcosa di più grande di lui.

La pellicola (girata totalmente in bianco e nero per aiutarci ad immergerci meglio nel mood dell’epoca) ha segnato il debutto dietro la macchina da presa del fotografo olandese Anton Corbijn. Un debutto ben riuscito che vuole essere un omaggio ad un personaggio che ci ha lasciati troppo presto ma che ci ha regalato un’eredità musicale che ha poi influenzato moltissime altre band negli anni successivi.

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