Nell’anno 1893 lo storico statunitense Frederick Jackson Turner terminò i suoi complessi studi riguardanti il comportamento sociale del popolo americano. Un popolo “anomalo” fin dalla sua formazione. Il popolo più multietnico della storia dell’umanità. Un popolo composto da europei, africani, nativi americani, asiatici. Una specie di microcosmo dell’intero pianeta.
Come si sono evolute le interazioni sociali tra le persone che compongono questa popolazione? Cosa ha spinto popoli con culture e caratteristiche diverse, in alcuni casi addirittura opposte, a convivere? Durerà questo “accordo” tra etnie?
Queste sono le domande a cui Frederick J. Turner prova a rispondere nella sua celebre La tesi della frontiera, pubblicata per l’appunto nel 1893. La frontiera, secondo Turner, è la risposta a tutti i quesiti. E’ stata la terra stessa a forgiare gli uomini, non il contrario. Lo spazio fisico dell’America ha fatto sì che l’America intesa come stato venisse alla luce.

La frontiera è composta da territori selvaggi e pericolosi. Luoghi in cui non vige alcuna legge, se non quella antica e primordiale del più forte. L’uomo americano è colui che ha affrontato la frontiera, ha sofferto per causa di essa, ma, alla fine, è riuscito a trionfare.
La nostra memoria cinefila ci suggerisce numerosi titoli storici che hanno affrontato egregiamente il vasto argomento della frontiera; Sentieri selvaggi di John Ford, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! di Sydney Pollack, Là dove scende il fiume di Anthony Mann; sono solo alcuni tra i tantissimi titoli che in passato ci hanno consegnato una descrizione, a volte realistica a volte metaforica, di questo misterioso luogo che cambia gli uomini nel profondo della loro anima.
E’ su questo che ha riflettuto lo scrittore Cormac McCarthy con le sue opere letterarie (Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Città della pianura): l’anima che cambia, incupendosi sempre di più.
Lo stesso McCarthy è stato autore del soggetto di uno dei capolavori della cinematografia moderna, Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, che aveva, tra i temi trattati, proprio la distruzione spirituale dell’uomo in terre desolate.
Lo sceneggiatore Taylor Sheridan decide di approfondire il discorso cinematografico iniziato da McCarthy, scrivendo una trilogia “ideale”, incentrata su situazioni e personaggi diversi tra loro, ma con lo stesso amaro sapore di sconfitta.

La trilogia della frontiera, composta dai film Sicario di Denis Villeneuve, Hell or High Water di David Mackenzie, e I segreti di Wind River dello stesso Sheridan, parla proprio di questo in fin dei conti: sconfitta.
E’ un ritratto estremamente decadente quello che ne esce fuori. Un quadro malinconico dove tutte le certezze, soprattutto morali, vengono annientate dalla crudeltà dell’ambiente circostante. L’ideale della giustizia, come nel caso di Sicario, diventa un valore solamente di facciata, utile a fare propaganda, sostituito in pratica dal controllo e dalla vendetta privata; Kate Macer, la protagonista del film interpretata da Emily Blunt, imparerà a sue spese la dura lezione impartita dai personaggi di Josh Brolin e Benicio Del Toro. Il lavoro in cui tanto credeva, quel lavoro che aveva come fine proteggere le persone, assumerà nella sua mente una sfumatura completamente opposta alle sue convinzioni, provocando una totale distruzione dei concetti di moralità e giustizia.

La frontiera è, dunque, una terra corrotta e che non dà speranza ai propri figli. E’ il caso dei due fratelli rapinatori Toby e Tunner Howard (rispettivamente interpretati da Chris Pine e Ben Foster), tra i protagonisti di Hell or High Water. La loro madre è morta, lasciando come eredità solamente un piccolo ranch, un minuscolo angolo di purezza in un pascoliano atomo opaco del male. Ma a parte questo il loro futuro non è affatto roseo, in quanto condannati alla vita che il mondo ha scelto per loro: la criminalità.
Lo sceriffo Marcus Hamilton (Jeff Bridges) è l’uomo che dà la caccia ai due rapinatori, ma, dopotutto, lui non è diverso da loro. Anche il vecchio sceriffo, infatti, è condannato ad una vita solitaria e malinconica, costretto a vedere i suoi migliori amici morire, costretto a capire che le cose, nella frontiera, non cambiano mai davvero.
Nell’ultimo atto del film il vecchio sceriffo capisce proprio questo. E’ finito il tempo in cui credere a storie a lieto fine e non ha alcun senso perseverare nel tentativo di cambiare le cose.

Tuttavia, non tutti hanno la grande fortuna di avere un piccolo angolo di purezza come Toby.
Questi luoghi sono rari, perché tutto è corrotto, perfino i luoghi più impensabili. Perfino una riserva di nativi americani, dove ne I segreti di Wind River avviene un terribile delitto, l’omicidio di una giovane ragazza, prima brutalmente stuprata, poi lasciata morire di freddo sulla glaciale neve del Wyoming.
Il malinconico cacciatore Cory Lambert (Jeremy Renner) si troverà ad aiutare l’agente dell’FBI Jane Banner (Elizabeth Olzen) in questo controverso caso. La soluzione di questo delitto non sarà alla Agatha Christie né come se stessimo leggendo un romanzo di Arthur Conan Doyle. La rivelazione del colpevole non è stata pensata dal regista/sceneggiatore per stupire il pubblico con mirabolanti acrobazie intellettuali.

No, il disegno di Taylor Sheridan è molto chiaro: la depravazione della società americana è stata insita in quella terra da talmente tanto tempo da riuscire a corrompere perfino gli ultimi sprazzi di una cultura antica e pura come quella dei nativi americani.
Questa volta, però, c’è un pizzico di speranza in più per il futuro. Dopo la conclusione della vicenda, non rimane altro da fare che piangere le persone scomparse; quelle persone forse troppo sensibili da riuscire a sopravvivere in un mondo come questo, e provare a ripartire.
E’ un’interpretazione opinabile, anche perché il finale del film è tutto tranne che gioioso. Ma in un mondo così devastato dalla malvagità delle persone, non voglio credere che questa sia l’inevitabile percorso che l’umanità dovrà percorrere; non voglio credere che questo mondo diventerà una terra di lupi senza speranza, un purgatorio di anime perse.

La trilogia della frontiera di Taylor Sheridan è un monito. Un monito rivolto non solamente all’America. Una strada che siamo sul punto di imboccare, un cancello che può essere aperto.
Non siamo obbligati a seguire queste orme, ma naturalmente questo dipende solamente da noi, che possiamo scegliere cosa fare.
Personalmente, come il cacciatore Cory Lambert, scelgo di sedermi, di alzare gli occhi verso un cielo terso, sperando di veder comparire il sole.




