«Prima o poi bisognerà fare davvero i conti con i fratelli Coen e col loro cinema ingordo di tutto altro cinema, letteratura, fumetti, filosofia, teologia».
(Fabio Ferzetti in una recensione per Il Messaggero)
Questo scriveva il critico cinematografico Fabio Ferzetti nel 2008, a proposito del loro nuovo film. Non è un paese per vecchi è, in fondo, un’opera unica all’interno della loro produzione, ma al contempo una delle più rappresentative, proprio in virtù di quel loro «modo ingordo» di fare cinema.
Ovviamente, non dimentichiamolo, i meriti vanno sicuramente condivisi con Cormac McCarthy, tra i più grandi scrittori contemporanei. Eppure, dal suo libro i Coen sono riusciti a estrarre un’opera ancor più distaccata, cinica, in cui sembra davvero venir meno quella luce di speranza sempre presente nei romanzi dello Shakespeare del West, per quanto tenue possa essere.
Le analogie stilistiche e tematiche tra queste due entità – McCarthy e i Coen – sono immense: era soltanto questione di tempo prima che si trovassero a percorrere insieme un tratto del loro cammino. Harold Bloom ha accostato Meridiano di sangue alla tradizione di Moby Dick, riconoscendo in McCarthy un erede di Melville e Faulkner. Così, anche in Non è un paese per vecchi, riemergono con forza richiami biblici.
Non si sa quanto questi siano frutto della speculazione dell’autore o, piuttosto, di una fantasticheria di chi qui sta interpretando l’opera. Ma, in fondo, forse non ha molta importanza. Ogni opera è una macchina pigra, diceva Umberto Eco, finché riusciamo a mantenerci entro i limiti del buon senso, forse possiamo concederci anche una lettura di questo tipo.
Moss – La caduta dall’Eden

Chiariamoci: la condizione di vita di Moss difficilmente può essere associata al Paradiso Terrestre. Eppure, nella visione fatalista dei Coen e di McCarthy, era quanto Dio, o qualunque cosa governi questo mondo, aveva stabilito per lui. Il ritrovamento della valigetta sembra offrirgli l’occasione perfetta per cambiare vita, per ribellarsi al destino che gli è stato imposto. Chi mai potrebbe biasimarlo per questo? Nessuno. Nessuno, tranne la legge della causalità: lui non era adatto a una vita del genere, da fuggitivo, da reietto. Wells prima e Chigurh poi glielo faranno presente, ognuno a modo suo.
«Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna […] prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito […]. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi».
(Genesi 3, 1-7)
Come afferma il Bianco in Sunset Limited, la volontà di conoscere il perché della propria condizione è causa di dannazione, e lo è ancor più il tentativo di modificarla, di opporvisi. Nella visione dei Coen, l’illusione di poter cambiare vita senza lasciarsi nulla alle spalle, di poter sfidare quanto il fato gli ha dato in sorte, ne decreta la fine nel momento stesso in cui decide di cogliere quel frutto proibito, di portare con sé la valigetta: la superbia è il primo, il più grave dei peccati capitali. E Moss, decidendo di sfidare il Fato senza avere le carte giuste dalla sua parte, se ne macchia indelebilmente, trascinando la propria storia sua e della di sua moglie, Carla Jean, verso l’unica risoluzione possibile.

«Non tutti sono adatti a lavorare in questo settore.» dice Chigurh nel libro. «La prospettiva di guadagni smisurati porta certa gente a sopravvalutare le proprie capacità. Mentalmente, intendo. Si illudono di avere il pieno controllo sugli eventi, mentre forse non è così».
(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)
Un’ulteriore conferma del fatto che la caduta di Moss nel baratro della sconfitta fosse già preordinata dai flussi degli eventi che sottendono l’universo dell’opera. Lasciare la strada vecchia in favore di quella nuova, per dirla alla Verga – scrittore nel quale si possono rintracciare molte analogie con McCarthy -, senza essere preparati ad affrontare ciò che ci attende, non può che condurre a un epilogo tragico.
Chigurh – Servire Dio e Mammona
«Alla fine gli ho chiesto se sapeva chi era Mammona. E lui: Mammona?
Sì. Mammona.
Cioè, come quando si dice Dio e Mammona?
Proprio così.
Be’, ha detto, di preciso non lo so. So che è nella bibbia. È il demonio?
Non lo so. Ma voglio fare qualche ricerca. Ho la sensazione che dovrei conoscerlo meglio».(C. McCarthy, Non è un paese per vecchi)

Ciò che maggiormente rimane impresso di Non è un paese per vecchi sono senza dubbio l’accento esotico e il ghigno inquietante di Javier Bardem, che è riuscito a dare vita a un personaggio già epico sulla pagina scritta, rendendolo qualcosa di indicibile e terrificante sullo schermo. Lucido nella sua efferatezza, più simile a una macchina che a una bestia, massacra le sue vittime con una pistola captiva, uno strumento utilizzato per macellare le vacche.
Un «profeta della morte e della distruzione», come lo definisce Bell.
Un essere che sembra irriconducibile a qualunque personaggio atavico, che pare non avere origine né scopo, se non una cieca e assurda fedeltà alla propria missione. Tornano in mente Fargo e Barton Fink – quest’ultimo non a caso legato all’universo letterario di Faulkner, uno dei grandi ispiratori di McCarhty -, film in cui il Male si manifestava come enigma imperscrutabile e quasi necessario. Ma torna alla mente, in fondo, un po’ tutta l’opera di McCarthy, dalla Trilogia della frontiera a soprattutto Meridiano di sangue, un romanzo intriso di violenze e crudeltà indicibili, in cui Bene e Male sembrano costruire una dicotomia in lotta, salvo poi apparire quasi abbracciarsi, stringersi, mescolarsi fino a diventare indistinguibili.

Il Male è parte di noi, la parte più spontanea e genuina, quella che ci spinge a perpetuarlo nel mondo.
Non necessita di spiegazioni né di chiarimenti: è lì, e lo subisci e lo fai. Come i monologhi del giudice Holden, così i giochi di Chirgurh non sono didascalie a margine, ma pura alétheia, disvelamenti delle concatenazioni di eventi e delle causalità che muovono e plasmano il mondo.
Proprio qui si colloca Chigurh: più che una vera personificazione della morte, la sua figura sembra quella di un emissario della causalità, che, nella visione dei Coen come in quella di McCarthy, non può che essere legata a doppio filo con la casualità.
È un Male nel pieno stile di questi due autori, osservato con distacco e lucidità.
Un’entità priva di qualsiasi forma di compiacimento nei propri atti di violenza, se non la cieca e immutabile convinzione che, per farsi strada nel mondo, non possa che diventare una macchina inarrestabile.
«Non sei obbligato a farlo, disse. Non sei obbligato. No.
Lui scosse la testa. Mi stai chiedendo di rendermi vulnerabile, e questo non lo posso fare. Ho un solo modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina».(C. McCarthy, Non è un paese per vecchi)
Un cacciatore solitario, solo contro il mondo, animato da una fedeltà assoluta nella propria visione del mondo, come dimostra nell’epilogo con i due ragazzini, rifiutando di accettare il loro aiuto disinteressato. È Mammona, come lo definisce Bell, indubbiamente: lo specchio di un mondo che «non è altro che una saga fatta di stragi, avidità e follia», per dirla con il Bianco di Sunset Limited.

Ma Chigurh è soprattutto il Leviatano, il caos primordiale che si riversa sul mondo, una potenza che appare cieca e priva di controllo e che sembra riflettere quella del manovratore dei fili di questo mondo. Fili a quali, tuttavia, non può sottrarsi, proprio come il Leviatano, destinato a essere distrutto insieme a Behemoth e Ziz nel giorno del Giudizio.
«Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui».
(Ecclesiaste 9, 11-12)

A differenza del giudice Holden, infatti, Chigurh non è un essere che trascende il mondo: ci sguazza come chiunque altro, consapevole che ogni bivio, ogni evento, ogni momento dell’esistenza non sia altro che una sequenza immutabile di lanci della moneta, a cui nessuno può sottrarsi.
Sottrarsi – eventualità che compare soltanto nel film, ma non nel romanzo – equivale, in fondo. a non vivere, a rinunciare a «danzare», per citare ancora il giudice Holden, e dunque a essere annientati, come accade a Carla Jean.
Bell – La sofferenza del giusto
«Ero sereno e Dio mi ha stritolato, mi ha afferrato la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà egli mi trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, apre su di me breccia su breccia, infierisce su di me come un generale trionfatore».
(Libro di Giobbe 16, 12-14)
Bell è sicuramente la vera anima del film, come lo è nel romanzo, e il personaggio al quale – benché spesso la cosa passi in sordina – si possono ricondurre i maggiori riferimenti biblici.
I legami con la figura di Giobbe sono immani: entrambi hanno perso dei figli – Bell una figlia, in circostanze misteriose, sebbene alcuni indizi nel libro facciano pensare al crollo di una casa, analogamente a quanto accade al personaggio biblico -; entrambi vengono dipinti come persone rette che, tuttavia, subiscono sofferenze immani, non meno degli altri, se non addirittura più di loro; infine, entrambi sembrano perdere gradualmente la convinzione che il mondo sia guidato da un’entità benevola, che abbia cura del destino dell’uomo, premiando i giusti e punendo i malvagi. È questa, almeno inizialmente, la visione un po’ ingenua del mondo Bell sembra avere.
«Sono stato costretto a guardare le cose con occhi nuovi, sono stato costretto a guardare me stesso. Se sia stato un bene o un male non lo so. Non so se vi consiglierei di prendere la mia stessa strada, e dubbi di questo genere non ne avevo mai avuti. Forse sono arrivato a capire meglio il mondo, ma ho pagato un prezzo. Un prezzo salato, oltretutto».
(C. McCarthy, Non è un paese per vecchi)
Nell’incipit del film, Bell ci espone i racconti degli sceriffi del passato: uomini che, a suo dire, giravano senza armi, poiché non ve n’era alcun bisogno per far rispettare la legge. Un’idea che si rivela nient’altro che una bugia, come gli spiega lo zio Ellis, raccontandogli dell’assurda – e, in fondo, silenziosa agli occhi di Dio – morte dello zio Mack.
Ellis: «Quello che stai vivendo tu non è una novità. Questo paese è sempre stato duro con la gente. Non puoi fermare ciò che arriva. Non sta aspettando il tuo intervento. È solo Vanità».
«Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. […] È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco che tutto è vanità e un inseguire il vento».
(Ecclesiaste 1, 9-14)

Se ne potrebbero citare un’infinità di riferimenti al Qoelet (o Ecclesiaste) presenti in Non è un paese per vecchi, di cui il libro biblico sembra costruire la vera anima portante, così come il libro di Giobbe lo è per il personaggio di Bell.
Ritorna indubbiamente l’analogia con l’episodio dell’albero della conoscenza narrato nella Genesi.
Bell inizialmente non comprende il Male, ma, quando ne riconosce il vero volto, non può che sentirsi angosciato, atterrito, sopraffatto e impotente di fronte alla sua presenza incontrastabile, fino a ritirarsi sconsolato: «Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è inseguire il vento» (Qo, 1, 17).
Tre volti, un solo personaggio
Già, il vento. Il vento è un elemento fondamentale del film e, in un certo senso, si potrebbe definire il suo vero protagonista. Il vento che tutto cancella, che corrode ogni impronta del passaggio dell’uomo, che spolpa e rinsecchisce i cadaveri, per poi ridurli in polvere.

Il film è una sfilza di cadaveri, di uomini come di animali, tra i quali non vi è alcuna differenza: tutti muoiono allo stesso modo – persino uno dei protagonisti, Moss, la cui morte non viene neanche mostrata allo spettatore, quasi a sottolinearne la futilità nel quadro generale -, come se tutti si annullassero nella grande vanità dei loro propositi.
«Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. […] Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorno nella polvere».
(Ecclesiaste 3, 18-20)
Uomini e bestie: ogni cosa subisce il passaggio del vento incessante e annichilente, al cui corso è vano opporsi, anzi, «è semplice vanità», come dice Ellis. Così come è inutile cercare di opporsi alla morte o alla gravità, è altrettanto inutile pensare di poter raddrizzare un mondo che trova le proprie fondamenta nella legge del più forte, nella sopraffazione: un mondo nato già storto («Ciò che è storto non si può raddrizzare, e quel che manca non si può contare», Qo 1,15).
Non a caso, la musica è assente all’interno del film: una scelta coraggiosa quanto superba, profondamente autoriale.
È il vento la vera musica, costantemente presente, quasi a sottolineare l’assenza di un Dio regolatore, come si è già detto, e la presenza, piuttosto, di una qualche confusa logica del caso, che muove i fili passo dopo passo. È lo spettro dell’agire di una Natura che appare malvagia e distruttrice, ma che, in fondo, è sempre e solo sé stessa: fredda e indifferente, perfetta e lontana.

Non solo – scopre infine Bell – non è un paese per vecchi, metafora di un paese per deboli: non lo è mai stato. Ritorna così il riferimento al nihl sub sole novum. Lo stesso Texas che ci viene mostrato è un paese di morti e per morti, «fuori dal tempo ma non dalla storia», come ha scritto Morandini. Siamo negli anni Ottanta, ma potremmo trovarci anche nella Preistoria, agli albori dell’uomo, in un mondo dove non c’è spazio per la pietà: il grande errore di Moss, quello che innesca la tragica girandola di eventi destinata a condurlo alla rovina.

C’è spazio soltanto per la presa di coscienza dell’onnipresenza del Male nel mondo, della vita come una lotta costante e spietata per la sopravvivenza, e dunque per la sopraffazione: un meccanismo crudele che porta unicamente a schiacciare i deboli e permette ai forti di vincere. Un meccanismo che nessuno potrà mai cambiare, perché intrinseco alla natura stessa.
Un messaggio che nel libro appare mitigato da quel fioco spiraglio di luce della mirabile rappresentato dalla mirabile scena dell’abbeveratoio nell’explicit, mentre nel film si fa ancora più sconsolato e privo di speranza.

Bell: «Ne ho fatti due [sogni]. E in tutti e due c’era mio padre […] il primo non me lo ricordo tanto bene, ma lo incontravo da qualche parte in città, mi regalava dei soldi. Ed io li perdevo. Il secondo era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo. Io ero a cavallo e attraversavo le montagne di notte. […] Lui mi superava col suo cavallo e andava avanti. Continuava a cavalcare senza dire una parola. Lui era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa. Mi ha sorpassato, e io mi sono accorto che teneva una fiaccola, ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi. E il corno alla luce della fiamma che c’era dentro era del colore della luna. E nel sogno sapevo che stava andando avanti. Per accendere un fuoco da qualche parte, in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo. E che quando ci sarei arrivato, lo avrei trovato lì. Poi mi sono svegliato».
Quella parte finale, che molti hanno individuato come il punto debole del film, è dunque proprio il momento in cui i Coen ci spiattellano in faccia il risultato della loro analisi e la loro volontà di conoscere, da sempre presenti nelle loro opere, ma forse mai come qui così evidenti, complice, probabilmente, la vicinanza con lo Shakespeare del West.
Eppure, pur nel mondo senza pietà che il film rappresenta, si avverte uno sguardo di compassione sui tre protagonisti.
È come se fossero tre volti di uno stesso personaggio, con cui il Dio del racconto si diverte a giocare a dadi – o meglio, a testa o croce. L’ineliminabile solitudine in cui ognuno di loro, pur con modalità diverse, si ritrova invischiato; gli sforzi quasi patetici per darsi una ragione di esistere, una ragione del proprio errare, o comunque un senso alle loro pene. Un senso al perché della loro rovina, poiché tutti e tre, alla fine, si ritrovano a essere dei vinti.
È difficile inquadrare il mondo con stile, compassione e ironia nel momento stesso in cui lo si rappresenta come un posto totalmente impazzito, alla deriva, fuori da ogni logica comprensibile all’uomo, in cui c’è spazio solo per l’avidità e la più cieca violenza incontrollata. E i Coen, riuscendo a farlo con un tocco così magistrale, classico e personale allo stesso tempo, rientrano, nell’opinione di chi scrive, tra i più grandi autori del cinema americano contemporaneo.




