«Quella che vedrete è una storia vera. I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato».

Fargo dei fratelli Coen (1996)
Con queste parole si apre il sipario su uno dei film più geniali degli ultimi trent’anni. A dire il vero, la dichiarazione iniziale da di Joel e Ethan Coen, sceneggiatori e registi della pellicola, non corrisponde a verità: gli eventi narrati in Fargo non sono realmente accaduti. Si tratta di uno stratagemma metanarrativo, utilizzato per coinvolgere pienamente lo spettatore nell’assurda vicenda. In questo modo, egli presterà maggiore attenzione a ciò che vede, liberandosi della rigida separazione tra realtà e arte a cui è generalmente abituato.
«Quella che vedrete è una storia vera».
Nella fredda e nevosa Fargo, città del North Dakota, il venditore di automobili Jerry Lundegaard (William H. Macy) entra in un bar, dove ha appuntamento con Gaear Grimsrud (Peter Stormare) e Carl Showalter (Steve Buscemi), due sicari. Oppresso dai problemi economici, Jerry intende infatti inscenare il rapimento della moglie Jean, in modo da costringere il ricco suocero a pagare il riscatto e appropriarsi del denaro. Un piano perfetto, in teoria.

Jerry in Fargo dei fratelli Coen (1996)
In pratica, i due sicari sono tutto fuorché metodici ed esperti: la loro superficialità li porterà a uccidere un poliziotto e due testimoni. A indagare sul caso viene chiamata l’intuitiva e ostinata capo della polizia locale, Marge Gunderson (Frances McDormand), al settimo mese di gravidanza.
Ma perché, esattamente, Fargo è entrato nella storia del cinema? Quali sono gli elementi che rendono questa pellicola davvero originale?
Un uomo assolda due sicari per rapire la moglie e intascarsi i soldi del riscatto: la trama del più ordinario dei film crime. In Fargo, tuttavia, essa non è altro che una semplice base sulla quale i fratelli Coen costruiscono una delle sceneggiature più brillanti degli ultimi anni.
Brillante è, innanzitutto, il completo ribaltamento della figura del criminale. Personaggio solitamente mitizzato dal cinema, qui viene del tutto ridicolizzato attraverso la caratterizzazione dei due sicari. Si pensi alla lunga ed esilarante scena del rapimento: i due incontrano diverse difficoltà prima di riuscire finalmente a tramortire la donna. L’intera sequenza, grazie anche alla bravura degli interpreti – tra cui spicca un sottovalutato, ma eccezionale, Steve Buscemi -, risulta genuinamente divertente.
O ancora, si pensi all’uccisione del poliziotto e dei due testimoni, nel bel mezzo di una strada principale del Minnesota, immersa nella neve. Razionalmente, nessuno riderebbe di fronte al brutale omicidio di tre innocenti. È la messa in scena grottesca degli eventi, volta a mettere in ridicolo i carnefici, a rendere possibile una simile reazione. Il black humour in tutto il suo splendore.
I due villain di Fargo non sono dunque né impavidi né temibili, ma semplici esseri umani, capaci di discutere degli argomenti più vuoti e banali mentre, nel bagaglio della loro auto, è nascosta una donna urlante.

Carl e Gaear in Fargo dei fratelli Coen (1996)
A proposito di pavidità, non si può non citare il vero artefice di questi tragicomici eventi, colui che ha dato inizio a tutto: Jerry Lundegaard, interpretato da un bravissimo William H. Macy. Colui che dovrebbe essere una vera e propria mente criminale ci appare, in realtà, come un modesto e imbranato venditore di automobili. Jerry entra subito nel panico di fronte alle domande della detective Gunderson, palesando fin da subito il proprio coinvolgimento nel rapimento della moglie.
La caratterizzazione della «buona» della storia è, invece, del tutto opposta a quella dei personaggi che abbiamo incontrato finore. Interpretata dalla due volte premio Oscar Frances McDormand, Marge Gunderson è una donna forte e rispettata. Innanzitutto nella vita privata: nonostante le difficoltà economiche, facilmente intuibili dalla modestia della casa in cui vive, Marge è felice. Ha un marito che la ama e un figlio in arrivo. Poi, sul lavoro: non solo è a capo della polizia locale, ma si dimostra anche molto più sveglia e intelligente dei suoi colleghi, riuscendo a risolvere il caso praticamente da sola.
Paradossalmente, Marge, che non pretende dalla vita altro che affetti e tranquillità, è l’unica a risultare, in qualche modo, vincitrice alla fine del film. Gaear e Carl, spinti dall’avidità, finiranno per distruggersi con le proprie mani. Il primo ucciderà la moglie di Jerry per il semplice fatto che non sta zitta e, in seguito, anche Carl. Quest’ultimo, all’insaputa di Gaer, nasconde il denaro in mezzo alla neve prima di morire, rendendo l’intera impresa completamente inutile. Jerry, invece, verrà scoperto e arrestato.
L’essenza del perfetto finale si riassume in un breve monologo pronunciato da Marge a Gaer dopo averlo arrestato per gli omicidi.
Marge: «Così era la signora Lundegaard quella distesa per terra… E quello che stavi triturando era il tuo complice… E quei tre poveretti uccisi a Brainerd! E tutto per cosa?! Per quattro biglietti di banca… C’è altro nella vita che quattro biglietti di banca… Non c’ha mai pensato?!».

Marge in Fargo dei fratelli Coen (1996)
In poche parole, viene messa in luce l’assurda vanità degli eventi scatenati da Jerry Lundegaard. Nessuno ha guadagnato nulla; tutti hanno perso qualcosa, persino la libertà e la vita. Un conflitto sanguinoso e inutile tra esseri umani, consumatosi tra le candide nevi del Minnesota. Fargo, teatro di questi piccoli grandi eventi, continuerà a esistere imperturbabile, incurante dell’arroganza e dell’avidità dei suoi abitanti.
«Quella che vedrete è una storia vera». Certo, se non vera, quantomeno verosimile. In superficie, Fargo sembrerebbe raccontare una vicenda assurda e improbabile. Analizzandola attentamente, scopriremo invece che è molto più reale di quanto possa apparire: per quanto l’essere umano si sforzi di pianificare tutto nei minimi dettagli pur di ottenere ciò che vuole, l’imprevedibilità degli eventi è sempre dietro l’angolo. Ed è proprio quando l’uomo, nella sua arroganza, viene schiacciato dall’inevitabile che mostra tutta la propria piccolezza e mediocrità.
Fargo dei fratelli Coen merita senza dubbio un posto nella storia della settima arte. Il ritratto del Male, dipinto con dissacrante realismo, in tutta la sua banalità.




