La Poetica dei fratelli Coen – Tra Caos e Caso

Tommaso Paris

19.12.2018

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«L’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo».

(Albert Camus, Il mito di Sisifo)

Fratelli Coen
Fratelli Coen

Artisti che hanno subito la condanna di nascere nell’era del postmoderno, uomini che, vivendo nell’oblio dell’assurdo, necessitavano di raccontarlo, autori che, più che fornire una risposta, tentano di far emergere la necessità stessa della domanda. Joel ed Ethan, scrivendo, dirigendo e, soprattutto, vivendo, dovettero confrontarsi con la dinamicità del reale. Questo incontro, però, si rivelò un autentico scontro, perché la realtà apparve ai loro occhi priva di giustificazione, senza ragione eppure profondamente tangibile.

Il reale si manifestò ai Coen come pura contingenza, pura indeterminatezza, espressa dal protagonista di A Serious Man, il professor Gopnik, che, riflettendo sul principio di indeterminazione di Heisenberg, sosterrà come «il principio di indeterminazione dimostra che non possiamo mai sapere davvero che cosa accade…».

Gli autori, incarnando la caduta dei valori della loro epoca, ricercarono una via da percorrere, un luogo, una radura in cui potersi esprimere. Al loro appello rispose soltanto l’assordante silenzio di Dio, o di qualsiasi altro principio ordinatore.

I fratelli Coen decisero di intraprendere l’unica direzione rimasta loro: fare propria l’irragionevolezza che permea il mondo, incorporando così la forza che si cela nell’Assurdo e scoprendo come l’autentico senso risieda proprio nell’insensatezza.

Da queste premesse nascono le storie dei Coen. Storie aggrovigliate, in cui la fine si confonde con l’inizio, costruite come castelli di carta destinati a crollare su se stessi, disseminate di malintesi, imbrogli e colpi di scena capaci di far perdere il senso dell’orientamento.

Il loro cinema è popolato da personaggi in crisi d’identità, incapaci di trovare il proprio posto in un mondo ormai orfano di ogni certezza. Questa crisi dell’uomo moderno trova espressione in uno dei loro grandi capolavori, manifesto esemplare di tale tematica: L’uomo che non c’era.

L'uomo che non c'era
Ed Crane in L’uomo che non c’era dei fratelli Coen (2001)

Questo film racconta la storia di un barbiere, Ed Crane, un personaggio che, concretamente, è un uomo che non c’è: un fantasma, assente nella propria presenza. Un protagonista che vive passivamente, lasciando scorrere accanto a sé tutto ciò che accade, come lacrime nella pioggia.

Quest’opera coeniana mostra la crisi dell’individuo nella società contemporanea, quella di un uomo che non riesce a trovare un luogo in cui sentirsi al riparo di fronte all’abissale indifferenza del mondo e degli altri.

L’uomo che non c’era potrebbe essere considerato un saggio sull’angoscia kierkegaardiana, sulla nausea sartriana o una trasposizione cinematografica della condizione umana de Lo straniero di Camus.

Ed Crane: «La vita mi ha servito delle mani perdenti, o magari non le ho sapute giocare, chissà… Ora volevo parlare, ma non avevo nessuno accanto a me: ero un fantasma, non vedevo nessuno, e nessuno vedeva me. Ero il barbiere…».

In piena crisi esistenziale, un uomo solo e abbandonato, che affronta ogni cosa con un’imperturbabile apatia, viene soffocato dall’imprevedibile volontà del Caso. Ed Crane si aggiunge così all’interminabile lista di perdenti che i Coen scelgono di raccontare. Il loro cinema, paradossalmente, ama i propri personaggi, ma al tempo stesso non è in grado di salvarli, perché il caso, il caos, l’assurdo o qualunque cosa sia, è sempre inevitabilmente un passo avanti.

I film dei Coen potrebbero essere descritti come puzzle con dei pezzi mancanti, non perché siano scomparsi o andati perduti, ma perché è proprio così che il puzzle è concepito. Lo stesso accade nelle loro storie, che appaiono prive di logica e di reali giustificazioni, proprio perché è così che il mondo si rivela ai loro occhi. I due narrano ciò che esperiscono quotidianamente, senza attribuire a qualcosa un valore o una superiorità morale rispetto a qualcos’altro, ma limitandosi a esprimerlo senza filtri, così come accade.

Non avrebbe senso sostenere che il mondo sia tragico o malvagio: per i Coen, la realtà non è buona né cattiva, ma è semplicemente se stessa, in tutte le sue forme.

I registi sembrano accettare questa condizione, tanto che, in una visione d’insieme, il paradosso finisce quasi per non apparire più tale. Non così per i personaggi, che si ostinano a cercare un briciolo di ragionevolezza, una qualche forma di necessità in un mondo tanto fragile.

Un esempio emblematico è A Serious Man, film che incarna la filosofia coeniana e in cui il protagonista, Larry Gopnik, è un uomo moderno che, da un momento all’altro, si ritrova a dover fronteggiare disavventure assurde e contraddittorie, proprio come accadde a Ed Crane o al Drugo Lebowski.

A Serious Man
Larry Gopnik in A Serious Man dei fratelli Coen (2009)

Larry, l’uomo moderno, l’uomo serio, va alla ricerca di una ragione, di qualcosa che gli permetta di capire perché tutto ciò stia accadendo proprio a lui, che gli consenta di alzarsi al mattina e affrontare il mondo con un minimo di speranza. Tutto questo, però, non lo porta a reagire, ma a osservare passivamente il proprio mondo crollare pezzo dopo pezzo, rimanendo completamente immobile, perché per lui tutto deve avere un senso, perché deve esserci un piano capace di giustificare anche la tragedia più incomprensibile.

Così il nostro protagonista ebreo si rivolge a tre rabbini, chiedendo loro perché Dio non gli dia risposte. Larry non ottiene alcuna soluzione e, di fronte all’insensatezza tragica della propria esistenza, è costretto ad affrontare da solo, senza alcun aiuto, tutto ciò che accade.

Questo film è la degna rappresentazione della solitudine esistenziale dell’individuo contemporaneo, abbandonato all’ascolto del silenzio di quel Dio che ormai, come annunciato da Nietzsche, è morto.

I Coen mostrano un mondo che procede indipendentemente dalla volontà dei singoli, un mondo al quale sentiamo il bisogno di conferire un valore, ma che esiste e accade di per sé, senza alcuna buona ragione.

Anche quando tutto sembra concludersi per il meglio, quando l’ineludibilità del Caso pare essere stata sopraffatta dalla volontà umana, l’Assurdo torna a prendere il sopravvento, questa volta, nell’ultima inquadratura, attraverso le forme di un uragano. A Serious Man, più che un dramma comico e paradossale, è un’angosciante analisi del senso dell’esistenza e dell’ipotetica salvezza offerta dalla religione.

I Coen vogliono mostrare l’assurdità del Caso, la sua irragionevolezza e la sua totale indifferenza verso le sorti degli uomini. Così facendo, attribuiscono una forma al Caso, lo modellano e gli conferiscono sembianze umane.

Nel loro cinema, il Caso, mescolandosi al Caos e all’Assurdo, assume un ruolo centrale: diventa un vero e proprio personaggio, una forza che agisce da elemento ordinatore, pur ignorando i destini dei singoli. I registi riescono così a individuare un ordine personale nell’ineffabilità del Caos.

Questa dinamica è perfettamente rappresentata nella loro commedia drammatica, dai risvolti tragici, Burn After Reading. In questa storia grottesca, i personaggi sono volutamente ridicoli, tendendo all’assurdo e vivono in una condizione di inconsapevole alienazione all’interno di una società opprimente.

In quest’opera vengono esplorati i rapporti umani nelle loro più orribili degenerazioni, rivelando la banalità del male in quella piccola America chiusa e cinica, che trascorre le proprie giornate immersa nell’indifferenza e nella brutalità.

I personaggi sono incatenati ai propri problemi, alla paura della solitudine, all’ossessione per la bellezza, alla volontà di trasgressione e all’alcool. Problemi che, tuttavia, vengono nascosti, mentre ognuno cerca di sfuggire da se stesso, evitando così di affrontare le proprie debolezze.

Burn After Reading - A prova di spia
Chad e Linda in Burn After Reading – A prova di spia dei fratelli Coen (2008)

In questo intrecciarsi di vicende che coinvolgono un’ex spia, alcuni dipendenti di una palestra, intrighi amorosi e la CIA, si susseguono una serie di eventi casuali e inspiegabili, originati da fraintendimenti che condanneranno tutti i personaggi a vivere una situazione assurda, di kafkiana memoria.

I Coen, attraverso la forza dirompente del Caso che si trasforma in Caos, raccontano una storia dai tratti insensati, in cui si generano situazioni paradossali e ridicole. Ma è proprio qui che, nell’assurdità generale, i due autori rivelano al mondo il proprio pensiero, mostrando come il senso risieda proprio nell’assenza di senso.

Tutti i personaggi, come se assistessero dall’esterno alla propria esistenza, vedono cambiare radicalmente le loro vite; alcuni sono addirittura costretti ad assistere alla morte in circostanze insensate e prive di logica. E in tutto questo non c’è alcuna ragione, alcun piano.

Presidente Cia: «Cristo, che cazzo di casino!».

Agente Palmer: «Già!».

Presidente Cia: «Che abbiamo imparato, Palmer?».

Agente Palmer: «Non lo so, signore».

Presidente Cia: «Non lo so nemmeno io… Forse abbiamo imparato a non farlo più!».

Agente Palmer: «Sì, signore!».

Presidente Cia: «Anche se non so cosa abbiamo fatto!».

Agente Palmer: «Sì, è difficile… A dirsi».

Presidente Cia: «Cristo, che cazzo di casino!».

I Coen, con una rara consapevolezza autoriale, lasciano un pezzo di sé in ogni loro opera. In questo modo, è possibile ritrovare in ciascuno dei loro film un richiamo, seppur lieve, al pensiero dell’esistenzialista Albert Camus.

La sua filosofia tematizza il concetto di Assurdo, e, in sintonia con i Coen, sostiene che la nostra sia una realtà senza ragione, priva di una logica o di un senso da attribuire preliminarmente al mondo.

In Camus, come nei Coen, il mondo è Assurdo: accade così come accade. Ma questa consapevolezza non deve essere intesa come il termine della ricerca, bensì come suo autentico inizio.

L’uomo è così condannato a essere straniero nel mondo, e, come Sisifo, a confrontarsi con la tragicità della propria esistenza, della quale è ormai consapevole. Ma sta a me, come singolo individuo, trovare un senso autentico da attribuire al mondo e lottare per esso, nonostante l’assurdità che lo caratterizza.

I Coen, per fare tutto ciò, hanno individuato una possibile certezza, un ipotetico appiglio. Hanno intrapreso la via tracciata da quell’arte insuperabile che è il cinema.

Padre: «Scontro culturale! Lei diffama, materia per denuncia!».

Larry: «Mi faccia capire, lei minaccia di denunciare me per aver diffamato suo figlio?».

Padre: «Sì».

Larry: «Non capisco… ma potrei fingere che i soldi non siano mai apparsi, così non si diffama nessuno».

Padre: «Sì, ma con una sufficienza all’esame però…».

Larry: «Quindi o una sufficienza o mi denuncerà?».

Padre: «Sì, lei ha intascato soldi!».

Larry: «Ma, quindi suo figlio gli ha lasciato quei soldi…».

Padre: «No, questa è diffamazione!».

Larry: «Non ha molto senso, o lui ha lasciato i soldi oppure no…».

Padre: «La prego… accetti il mistero!».

I Coen ci suggeriscono di accettare il mistero che la vita, soggiogata dalle forze del Caso, è ancora in grado di custodire. Ci invitano ad accettare questo mistero e a viverlo attivamente, senza limitarci a osservare apaticamente la realtà, come fanno tanti dei loro protagonisti.

Bisogna quindi abbandonare l’ingenua pretesa di poter conferire al mondo un ordine prestabilito: è necessario viverlo e amarlo anche nella sua più totale assenza di significato.

Occorre accettare il Caos e, magari, scherzarci su, prenderlo alla leggera, un po’ come fa il personaggio forse più consapevole della filosofia coeniana.

Il grande Lebowski
Il Drugo ne Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)

Il Drugo: «Questa è solo… La tua opinione e basta…».

Ed ecco che il legame tra i fratelli Coen e Albert Camus si rivela sempre più tangibile, perché, come sosterrebbero all’unisono, «bisogna immaginare il Drugo felice».

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  • Tommaso Paris

    «Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento molto bene»

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