Fight Club – La rappresentazione della Società del Disagio.

Daniel Fabiani

Ottobre 11, 2018

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“Non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo”.

Questa è senza dubbio una delle frasi che meglio esplicano ciò che Fight Club vuole fare intendere al grande pubblico. David Fincher, autore della pellicola, si addossa l’arduo compito di mettere in scena il disagio che si cela nell’animo dell’uomo moderno, sottoprodotto di uno stile di vita ossessionante.

Edward Norton, il protagonista il cui nome, Jack, non verrà mai rivelato, veste i panni di un supervisore di una grande casa automobilistica, in costante viaggio per visionare incidenti stradali, dei quali deve redigere rapporti molto spesso tendenti a favorire la sua azienda a discapito della sicurezza delle persone. Questo confine sempre più labile tra casa e lavoro lo porta a reprimere qualsiasi suo istinto, si trova imprigionato in una enorme catena di montaggio consapevole che quella è la sua vita e sta finendo un minuto alla volta. L’acquistare arredi per la casa, vestiti firmati, accessori inutili, è l’unica valvola di sbocco per dare sfogo alla sua creatività, venire in contatto con il dolore è l’unico modo con il quale riesce a sentirsi ancora vivo. Si sente realizzato soltanto nelle sue funzioni bestiali.

Non è una perfetta descrizione dello stato in cui stanno versando milioni e milioni di persone?

E proprio in questa situazione di apocalisse dell’animo ecco arrivare Tyler Durden, il Messia dei giorni nostri. Tyler fornisce al protagonista l’antidoto della ribellione contro la morsa sempre più serrante della città malata. In lui domina la volontà di distruggere tutto quello che il mondo attuale ci propina, è la personificazione della ribellione. Potenzialmente tutti sono Tyler Durden, anche tu che stai leggendo, e forse per questo un costante senso di scissione dell’Io accompagna lo spettatore durante tutta la visione della pellicola. Non lasciare che si diffonda come un morbo nel vostro cervello è la regola da seguire, ma si sa, le regole sono fatte per essere infrante.

Congratulazioni, ora hai fatto un passo verso il fondo”.

Il rapporto che viene a costituirsi tra i due protagonisti è un legame quasi morboso, non c’è Tyler senza Jack, non c’è Jack senza Tyler.

Il regista ci introduce poco a poco questa figura, molteplici ammiccamenti ci fanno presagire la potenza esplosiva che assumerà nel finale. Tyler, come un moderno Cheronte, traghetta Jack verso la negazione di ogni principio morale, gli inferi nei quali distruggere la vetrina di un negozio solo per il gusto di farlo è concesso e lodato. Da bravo ragazzo dedito al lavoro Jack diventa un combattente alla deriva nel mare metropolitano, raggiungendo quell’annientamento interiore in grado di dargli la forza per andare contro il sistema.

La trasformazione del Fight Club in un esercito terroristico paramilitare segue di pari passo la presa di potere sempre maggiore di Tyler, il cui culmine sarà raggiunto dalla catartica missione di cui vuole essere il mandante: un attentato alle maggiori società di credito, in modo da eliminare qualsiasi differenza tra le classi sociali, seminando il caos.

Voci di corridoio dicono che Chuck Palahniuk, autore dell’omonimo libro a cui Fincher si è ispirato, abbia avuto l’ispirazione per il personaggio di Tyler Durden dopo un episodio controverso: in un campeggio venne picchiato dai suoi vicini di tenda, il giorno dopo al lavoro nessuno fece commenti sugli evidenti lividi stampati sulla sua faccia, da quel momento capì che nessuno è disposto a superare la linea che separa la relazione fittizia da un rapporto interpersonale, serviva quindi creare nel pensiero comune un personaggio che facesse crollare entrambi.

Intrappolati in un rapporto conflittuale e, allo stesso tempo, complementare, i due protagonisti si trovano coinvolti in una lotta il cui vincitore avrà come premio il poter esprimere a pieno titolo il proprio ego.

Ruolo importante per lo sviluppo dell’intera vicenda è quello di Marla Singer, ulteriore personalità diroccante. Questa donna entra prepotentemente in scena, occupa fin da subito un posto nei pensieri di Jack instaurando un rapporto intriso di sesso e violenza con Tyler, di cui è una sorta di trasposizione al femminile. Il trio assume la forma caricaturale della famiglia felice propinataci dal sistema, il rapporto violento e corporale tra le tre personalità è specchio ed amplificazione della rottura con il patto sociale necessaria per l’emancipazione dell’essere dal corpo.

Il senso costante di violenza, la sofferenza fisica, il rapporto psiche/corporeità sono i tratti fondamentali del film, la ricerca di una identità nel labirinto rappresentato dalla società fa da sfondo alle vicende narrate. Il solo fatto di non nominare Jack indica la profonda crisi identitaria del soggetto anonimato, una evidente strizzatina d’occhio del regista alla condizione in cui versa il protagonista. Rinchiudere Jack nella sua corporeità, scindere il suo essere interiore impregnandolo di violenza e psicosi, è questo il modo mediante il quale quest’opera vuole mostrarci la propria visione della realtà. Fino ad arrivare all’atto finale, dove lo spettatore viene destato dal mondo allucinante in cui era stato brutalmente condotto, non potendo fare altro che contemplare il disfacimento di qualsiasi ideale propinatoci dalla società odierna.

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