Venezia 76: Waiting for the Barbarians – L’agghiacciante necessità di odiare

Giacomo Zanon

17.10.2019

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Waiting for the Barbarians ritrae un magistrato (Mark Rylance) comandante di un avamposto ai confini di un non specificato impero, oltre i quali vivono i cosiddetti “barbari”, popolazioni nomadi che vivono nel deserto. Lo spietato colonnello Joll (Johnny Depp) arriverà all’avamposto per scoprire se i barbari rappresentano un’effettiva minaccia per l’impero.

Presentato in concorso alla settantaseiesima Mostra del Cinema di Venezia e tratto dall’omonimo romanzo del 1980 dello scrittore Premio Nobel J. M. Coetzee, Waiting for the Barbarians – sceneggiato dallo stesso Coetzee – è il debutto in lingua inglese del colombiano Ciro Guerra, celebre per l’acclamato El abrazo de la serpiente del 2015.

Waiting for the Barbarians si regge su una struttura semplice e divisa in quattro capitoli, ognuno rappresentante una stagione diversa. La linearità del film è anche un grande pregio, in quanto l’evolvere della storia si segue con grande piacere e il ritmo lento non risulta mai pesante, ma esso è sempre giustificato dal fatto che la sceneggiatura si basa principalmente sulle personalità dei personaggi e la loro evoluzione, piuttosto che sulla trama vera e propria.

waiting for the barbarians

Scena del film “Waiting for the Barbarians”

Il personaggio del magistrato – interpretato divinamente da Mark Rylance, attore sempre più lanciato che dona una potenza drammatica incredibile al protagonista, grazie all’intensità delle sue espressioni – è il perno dell’opera: se all’inizio appare come un uomo piuttosto passivo pur diligente, volto solamente a svolgere bene il suo dovere amministrativo, nella seconda parte apre gli occhi riguardo il clima di odio e razzismo che lo circonda e si trasforma nell’eroe della situazione, dedito alla giusta causa e con l’obiettivo di combattere le torture che i potenti compiono sui barbari innocenti.

Guerra non mitizza la figura dell’eroe protagonista, ma lo rappresenta come un uomo comune che, con la sua razionalità e intelligenza, inizia a proteggere e difendere i barbari – ovvero le vittime ingiustificate – con tutto ciò che può.

Il tema principale di Waiting for the Barbarians è quindi quello del razzismo e della xenofobia, ma inquadrato sotto un’ottica specifica: non solo l’odio razziale in sé, ma la necessità dell’uomo di avere qualcuno da odiare e disprezzare. Una tematica molto interessante e raffinata, e senza dubbio molto attuale.

Guerra mette in scena un film raffinato ed elegante registicamente, dove ogni inquadratura è utile alla costruzione del racconto, e dove le psicologie e i rapporti tra i personaggi sono al centro del microcosmo — bellissima l’idea di non specificare il luogo e il tempo dell’azione, rendendo il tutto universale — descritto: la glacialità dell’ottimo Johnny Depp (che nasconde il suo sguardo dietro gli occhiali da sole) e la relazione tra il magistrato e la donna barbara costituiscono dei punti a favore del film non indifferenti.

Sebbene la prima metà sia innegabilmente sotto tono e leggermente più fiacca della seconda, intensissima parte, e nonostante alcune superficialità tematiche che potevano essere meglio approfondite e alcuni personaggi restino solo abbozzati — come quello del bravo Robert — Waiting for the Barbarians ha un ampio respiro epico che manca a molti film odierni, anche grazie alla perizia tecnica di fotografia e montaggio.

Guerra si dimostra un autore estremante valido e da seguire con attenzione, perché confeziona un film intrigante dall’inizio alla fine, con alcuni personaggi e situazioni memorabili (come il pazzesco finale) e un messaggio etico ben preciso e importantissimo.

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