Herzog, Gorbačëv e l’Amore per un ideale – Quando il cinema incontra la politica

Giordana Campobasso

Marzo 2, 2020

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Amore romantico, incondizionato, non ricambiato, filìa (amore di affetto, tipico tra amici), Eros (amore passionale e sessuale), storgè (amore familiare, naturale e istintivo), amore platonico: questi sono solo alcuni tipi di amore che ritroviamo nella letteratura classica e in quella di tutti i tempi, oltre al riscontrarli in varie circostanze delle nostre stesse esistenze.

Poi c’è un altro tipo di amore, quello per un ideale, spesso definito come qualcosa di perfetto e senza eguali, e in virtù di ciò irraggiungibile. Come tutti gli altri tipi d’amore sopra citati, anche questo, nella sua forma pura ed essenziale, è così potente da portare ciascun uomo a essere la versione migliore o peggiore di se stesso, creando smisurata felicità o irruenta distruzione.

È il tipo di amore che spinge Robert Jordan, il protagonista di Per chi suona la campana di Hemingway, a prendere parte alla guerra civile spagnola nelle file dell’esercito repubblicano, per garantire «il diritto di tutti gli uomini di lavorare e di non avere fame», come spiega alla sua amante Maria.

Ma in verità ci viene da pensare che, se etimologicamente l’ideale è definito come qualcosa di così perfetto da discostarsi totalmente dalla realtà, chi di noi potrebbe seguirlo così ciecamente senza allontanarsi dal principio originario?

Questo amore trova luogo soprattutto in politica, dove «contano due principi: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire». In quest’ottica si inquadra la figura di Mikhail Gorbačëv, l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, un uomo che ha dedicato la sua vita al perfezionamento e costante aggiornamento dell’amore per il suo ideale di comunismo: le sue parole d’ordine, non a caso, sono state glasnost ossia trasparenza, e perestrojka, ossia ricostruzione.

Werner Herzog ritrae l'ultimo presidente dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbačëv, nei suoi ultimi anni tra amori, dolori e vittorie politiche.

Ed è proprio su di lui che Werner Herzog ha deciso di girare un meraviglioso e intimo documentario di 90 minuti. Anche se poi, alla fin fine, quelli di Herzog non sono né film né documentari, ma personali omaggi ora alla storia ora all’estetica o alla filosofia.

Il film è una lunga intervista intramezzata da immagini e video di repertorio inediti, che coprono i principali eventi della seconda metà del secolo breve, e rapide interviste ad altri politici di spicco dell’epoca che hanno collaborato con Gorbačëv.

Si comincia dalla sua infanzia, svoltasi in una cittadina nel nulla del Caucaso. Misha dimostra già di essere un ragazzino intelligente, infatti racconta, sorridendo, che spesso aiutava il padre (contadino) nei campi, e che riusciva a dire cosa andasse storto nel raccolto dal suono che emetteva la mietitrebbia. Poi arriva l’età adulta. Discendendo da una famiglia molto umile, si sente troppo provinciale per cominciare i suoi studi alla prestigiosa Scuola di Legge dell’Università di Mosca. Ma decide di iscriversi comunque, ponendosi un personale obiettivo: darsi da fare per acculturarsi autonomamente. Diventa un’attivista, e poco dopo aderisce al Partito Comunista.

Finita l’università, capisce ben presto che il suo futuro non sarà quello di avvocato, e sceglie la carriera politica. Da subito lo anima la necessità di sapere in quali condizioni vivesse il popolo, in particolare la fascia più povera di esso, la stessa da cui proveniva. E questa premura, questo amore, viene contraccambiato: il popolo lo ama. Sale pian piano i gradini del potere divenendo uno degli esponenti principali del Partito.

È il 1983: Breznev presiede l’Unione Sovietica e il sistema si sta sgretolando, non regge più. Dopo la sua morte, gli succedono altri due esponenti del partito, deceduti ben presto anche loro.

Poi, la svolta: è il 1985, Gorbačëv sale al potere, e con lui anche un vento di apertura dell’URSS al mondo intero.

Nel documentario egli ammette che, paradossalmente, è stato proprio il disastro di Chernobyl lo spartiacque, la grande lezione, che gli fece comprendere come far partire il cambiamento.

E fu così che il leader comunista fu capace di liberare il mondo dalla minaccia nucleare attraverso il dialogo con un leader conservatore del calibro di Ronald Reagan. Entrambi sapevano meglio di chiunque altro cosa avrebbe significato una guerra nucleare: la morte della civiltà. E oggi, avverte, le armi nucleari stanno di nuovo proliferando e bisognerebbe fare nuovamente un passo indietro ristabilendo un dialogo tra Stati Uniti e Russia.

Siamo al 1991: di fronte al crescente desiderio di autonomia delle diverse Repubbliche Sovietiche sviluppatosi negli ultimi anni nell’URSS, Gorbačëv tenta la trasformazione in uno Stato meno centralizzato. Contro questo disegno, i conservatori dentro lo stesso partito comunista tentano un colpo di stato che fallisce miseramente, ma la situazione a quel punto era ormai fin troppo compromessa. Il 25 Dicembre Gorbačëv rassegna le dimissioni da Capo dello Stato e lo Stato Sovietico viene dissolto: è la fine di un’era.

Il crollo dell’URSS fu terribile per tante persone, più che mai per lui. Ammette che rimpiange di aver apposto quella firma ancora oggi. «Forse avrei dovuto trattare più duramente – dice – e mandare qualcuno al confino in un posto lontano, ma io non sono quel tipo di persona».

In questo momento dell’intervista Gorbačëv è diverso dagli istanti precedenti: è visibilmente scosso, fragile; si tratta dell’unico frangente in cui il peso dei suoi ottantotto anni si rende manifesto. Herzog, quindi, gli domanda:

Herzog: «Come si sente? Sente dolore?»

Gorbačëv: «Sì, è dura. È il mio più grande problema.»

E qui Herzog, introducendo il tema della riunificazione della Germania, mette in gioco le sue emozioni rincuorando l’ex leader, arrivando addirittura a confessare «io la amo». Il regista racconta attraverso la sua esperienza, quella di un uomo che ha marciato lungo tutta la Germania in segno di pace e unità, e di quanto l’operato di Gorbačëv sia stato di monumentale importanza in primis per milioni di abitanti dell’ex Germania Est, ma anche per la Germania intera.

Herzog e Gorbačëv

C’è spazio, infine, anche per sondare un altro aspetto della sua vita: l’amore per la moglie Raisa, conosciuta il secondo anno di università e scomparsa precocemente, nel 1999.

«Ricorda la sua voce, la sua risata, il suo profumo?» gli domanda il regista con insistenza febbrile. Gorbačëv risponde che ricorda tutto perfettamente, lascia che le lacrime scorrano, e conclude dicendo «quando è morta mi è stata portata via la mia vita, mi è stato tolto tutto».

Meeting Gorbačëv è un atto d’amore di Herzog verso un uomo che ha regalato al mondo la fine della Guerra Fredda. È un atto d’amore verso un uomo amato e osteggiato, simbolo di ciò che poteva essere e non è stato, o, viceversa, di ciò che è stato proprio a causa sua.

È il ritratto di un uomo che ha dovuto veder morire l’ideale che amava, ma che continua ancora, novantenne, a difenderlo.

«E la frase che vorrebbe come epitaffio?»

«Ci abbiamo provato»

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