All’alba degli anni ’80, il regista americano Ridley Scott si cimentò nella realizzazione di un film di fantascienza atipico e complesso. Tratto dal romanzo Gli androidi sognano pecore elettriche? del visionario Philip P. Dick, Blade Runner (1982) suscitò le perplessità del pubblico dell’epoca a causa dell’angosciosa ambientazione e della natura intricata e pessimistica degli eventi narrati.

Blade Runner (1982)
Los Angeles, anno 2019. La tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettere la creazione di replicanti, ossia esseri sintetici dalle sembianze umane, ma dotati di capacità ancora più sofisticate dei loro stessi creatori. I replicanti possono vivere solo quattro anni e sono utilizzati come schiavi dagli uomini. Un giorno, sei replicanti del modello più evoluto, guidati dal carismatico Roy Batty (Rutger Hauer), si ribellano ai loro creatori, decisi a diventare immortali. L’ex blade runner (nome dato ai poliziotti) Rick Deckard (Harrison Ford) è chiamato a tornare in servizio per dare la caccia ai replicanti e “ritirarli”, ossia ucciderli.
L’intricata storia di Blade Runner è narrata dal doppio punto di vista di Umani e Replicanti. Essi appaiono quasi impossibili da distinguere, tanto i secondi sono esteticamente perfetti e psicologicamente simili ai loro creatori.
In fase di costruzione, viene loro persino inserito un apposito “background” di ricordi affinché ognuno possa avere una propria identità. Per poterli riconoscere, gli esseri umani si servono del cosiddetto test “Voight Kampff”: un’analisi delle reazioni emotive del soggetto, a cui sono poste specifiche domande. Ma cosa distingue davvero un umano da un replicante?
Apparentemente i replicanti sono incapaci di provare quella gamma di emozioni complesse proprie degli esseri umani. Questi ultimi, infatti, vivono continuamente delle esperienze, da cui scaturiscono i sentimenti che formano l’empatia. I replicanti sono sprovvisti proprio di empatia, poiché sono mero oggetto di una creazione di una programmazione altrui.

Blade Runner (1982)
Nel corso delle sue indagini, Deckard incontra l’affascinante Rachel (Sean Young), una delle replicanti più sofisticate e perfette mai create. La donna, convinta di essere umana a causa dei ricordi innestati nella sua mente, appare vulnerabile e sensibile, destando subito l’attenzione di un Deckard da tempo immerso nella solitudine.
Ciò che inquieta maggiormente è infatti la condizione in cui riversano gli esseri umani in questo (ormai trascorso) futuro immaginato da Dick e Scott.
Gli unici umani protagonisti della pellicola, Deckard e l’inventore J.F Sebastian (William Sanderson), sono totalmente soli, immersi nel proprio lavoro e lontani da ogni tipo di affetto o contatto con gli altri. Eppure, Deckard e Rachel si innamorano, lasciandosi andare a un sentimento passionale, sincero e più umano che mai.
Ma in fondo chi sono i veri esseri umani? È una domanda che accompagna l’intero film, ma che non trova mai soluzione; anzi, si può quasi affermare che è proprio negli ultimi minuti della pellicola che questa domanda si presenta prepotente nella nostra mente. Dopo aver ritirato la maggior parte dei replicanti ribelli, Deckard si mette alla caccia del loro capo, Roy Batty. Ne segue un inseguimento finale violento, in cui sembra avere la meglio l’abile Roy. Inaspettatamente però, quando Deckard sta per precipitare da una trave, il replicante gli salva la vita. Segue l’ormai celeberrimo monologo pronunciato da Roy sotto la pioggia, poco prima di morire.
Roy Batty: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e ho visto i raggi balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».

Roy Batty
Per tutta la durata del film, Roy sembrava il più brutale e implacabile dei replicanti; eppure, nei suoi ultimi istanti di vita, decide di salvare la vita al suo cacciatore. Non prima però di avergli raccontato che anche lui ha vissuto, che anche lui, proprio come un essere umano, soffre al pensiero di dover lasciare questo mondo. Il gesto e le parole di Batty colpiscono profondamente Deckard, che, esattamente come lo spettatore, si chiede che cosa voglia dire esseri umani.
Rick Deckard: «Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata… Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: “Da dove vengo?” “Dove vado?” “Quanto mi resta ancora?” Non ho potuto far altro che restare lì e guardarlo morire».
Questa domanda appare ancora più significativa nel momento in cui viene messa in discussione la reale identità di Rick Deckard. Sebbene questa teoria si scontri con il romanzo, molti indizi fanno presumere che Deckard stesso sia un replicante. Uno tra tutti: la presenza costante nei suoi sogni di un unicorno e il successivo ritrovamento di alcuni origami a forma proprio di unicorno, rilasciati dal suo collega Gaff (Edward James Olmos). Un indizio che sembra suggerire la presenza di ricordi innestati anche nella mente di Deckard.
E se Scott avesse volutamente lasciato la questione in sospeso, insinuando il dubbio nella nostra mente? Alla fine, chi è davvero umano? Come si può distinguere l’Uomo dalla Macchina se anche quest’ultima è in grado di provare emozioni?
Negli anni, Blade Runner è divenuto un vero e proprio cult del genere fantascientifico ed è tuttora considerato il capolavoro di Ridley Scott. Dopo ben trentacinque anni, il regista canadese Denis Villaneuve realizza un sequel, ambientato trent’anni dopo le vicende del primo film: Blade Runner 2049 (2017). Nel 2049, l’industriale Niander Wallace (Jared Leto) ha creato nuovi replicanti, immortali, ma soprattutto completamente obbedienti ai loro creatori. Compito dei blade runner, tra cui il replicante K (Ryan Gosling), è rintracciare i vecchi modelli e ritirarli.

Blade Runner 2049 (2017)
Proprio come accadeva a Deckard nel primo film, anche l’agente K è una persona estremamente sola.
La sua unica compagnia consiste in un’intelligenza artificiale formato ologramma di nome Joi (Ana de Armas), perfettamente programmata per essere l’amante ideale di chiunque. La visione dell’amore in Blade Runner 2049 si rivela ancora più pessimistica: se nel primo film vedevamo l’instaurarsi di un rapporto vero tra Deckard e Rachel, qui assistiamo a un completo annichilimento della possibilità di amare davvero. Tra K e Joi sembra spesso trapelare un sentimento sincero e umano, ma questo non è altro che una dolce illusione per colmare la propria solitudine.
Nel giardino dell’abitazione di un replicante che aveva ritirato, l’agente K rinviene un oggetto sepolto sotto un albero morto. Al suo interno viene trovato uno scheletro, che si scopre appartenente a una donna, morta in seguito alle complicazioni di un parto cesareo. La cosa più strana è che la donna era una replicante, quindi in teoria incapace di avere figli. Presto lo scheletro viene identificato: si tratta dell’androide Rachel e il figlio è frutto della sua unione con il blade runner umano Rick Deckard.
Com’è possibile che una tale unione abbia potuto generare la vita? A causa di una serie di coincidenze, K si convince di essere il figlio perduto di Rachael e Deckard, mettendo così in discussione la sua natura di semplice replicante.
Ancora una volta: replicante o essere umano? Come si possono distinguere, se anche un presunto replicante come l’agente K è in grado di interrogare la sua stessa natura? Dove finisce l’Uomo e inizia la Macchina?
Attraverso la fotografia mozzafiato di Roger Deakins, lo spettatore viene immerso in un mondo ancora più desolato e confuso di quello rappresentato nella prima pellicola. Le numerose scene in cui K si trova a camminare solo, in mezzo a luoghi immersi nel silenzio più totale, tradiscono uno smarrimento della coscienza ancora più destabilizzante. L’individuo, uomo o replicante che sia, mette costantemente in discussione la propria identità, perduto in se stesso e nelle proprie domande senza risposta.

Blade Runner 2049 (2017)
La speranza di essere speciale e unico al mondo smuove la monotona vita dell’agente K, che si mette alla ricerca dell’ormai anziano Rick Deckard. Quando, alla fine del suo viaggio, scoprirà di essersi sbagliato, di non essere altro che un replicante a cui erano stati innestati dei ricordi, la sua delusione non sarà totale. Egli comprende di aver vissuto un’esperienza intensa e indimenticabile: ha amato, ha lottato, ha sperato e, alla fine, ha fatto ricongiungere un padre alla propria figlia perduta.
Ha assistito al miracolo della vita, sentendosi umano pur non essendolo di natura.
Cosa significa quindi essere davvero umani? Probabilmente non c’è una risposta assoluta a questa domanda. Dall’analisi di queste due pellicole, comprendiamo però che è umano tutto ciò che coinvolge le emozioni. L’amore per Rachel, la malinconia per Roy, la speranza per K sono tutti sentimenti umani complessi, che ci fanno tutti, consapevoli o meno, parte di questo mondo. Così come gli uomini, anche i replicanti sono unici e autentici, nonostante i tentativi dei loro creatori di renderli completamente obbedienti e controllabili. Ciò che rende Deckard e K ugualmente autentici non è la loro natura, ma le esperienze vissute, fatte di dubbi, paure e emozioni.




