Maureen è una ragazza solitaria, introversa, taciturna. La sua vita parigina si districa intorno a due poli: da una parte il lavoro da personal shopper, ovvero quel mestiere in cui si selezionano e acquistano capi d’abbigliamento per una ricca celebrità; dall’altra parte, c’è l’attività di medium, che porta la protagonista a frequentare spesso la casa dove il giovane fratello gemello ha perso la vita. I due avevano fatto un patto: il primo che morirà darà segnali dall’aldilà all’altra.
In qualche modo, insomma, Maureen vive una vita in cui fa da tramite tra qualcuno e qualcosa, tra un mondo e un altro, mentre la sua realtà sembra poco mutevole rispetto ai contesti che la circondano. A questa ripetitività, aggiungiamo il fatto che la protagonista non ha una vita sociale: è praticamente senza amici, il suo ragazzo è costretto dal lavoro a stare dall’altra parte del mondo e l’unica persona con cui davvero aveva un rapporto speciale, il suo gemello, è ormai deceduto.

Personal Shopper, Oliver Assayas, 2016.
Maureen, però, durante le sue nottate da medium nella casa vuota, vede eccome degli spettri. Questi si materializzano dinnanzi a lei, provano a comunicare, a tratti la spaventano. Nei primi minuti di film, è sicuramente l’interazione con i fantasmi l’unico vero grande brivido della vita della protagonista.
Perché non c’è nulla di più presente nella sua vita dell’alienazione, un sentimento al tempo stesso preciso e ineffabile, facile da individuare benché impossibile da descrivere. L’alienazione è dentro e intorno la vita di Maureen, a partire dal contesto in cui vive, una metropoli gigante e frenetica come Parigi; passando poi per il suo mestiere, individuale e semiautonomo, che porta la ragazza continuamente a contatto con quel mondo di plastica che è la moda, già affrontato nel cinema contemporaneo nel suo aspetto più crudele (The Neon Demon) e nei suoi risvolti più assillanti (Il Filo Nascosto).
Carica di questo sentimento di estraneità, la protagonista vive l’esistenza e i propri rapporti personali più attraverso uno schermo che in qualsiasi altro modo: videochiamate, telefonate e messaggi popolano la vita di Maureen sempre più insistentemente durante la narrazione. Dopo aver fatto delle esperienze soprannaturali nella vecchia casa del fratello, ma mai con lo spettro a lui appartenente, la ragazza inizia a ricevere dei messaggi da un numero anonimo, e, dopo le prime diffidenze, inizierà a instaurarci un rapporto.

Personal Shopper, Oliver Assayas, 2016.
Qui Oliver Assayas, la cui illuminata regia è valsa al film il Prix de la Mise en scène al Festival di Cannes 2016, svela ciò che rende la sua opera straordinariamente profonda e così pregnante dal punto di vista sia umano che filosofico. Ciò che la trama e in generale l’universo di Personal Shopper suggeriscono è che Maureen in quel momento stia parlando con un fantasma. Man mano che i messaggi si susseguono, però, in qualche modo quel numero sconosciuto sembra incarnarsi sempre di più in qualcosa di terreno, di umano. E se di un uomo si tratta, allora gli si può dare solo un nome: stalker.
Oltre a perseguitarla, quest’entità particolare porta Maureen alla consapevolezza di non voler essere se stessa, facendo sì che la sua dannosissima presenza si rivesta di una sorta di aura onnisciente e ultraterrena.
Da lì in poi, ogni evento va oltre il suo stesso svolgersi, nessuna sensazione è vana, ogni certezza è dubbia. Perché proprio da quel momento non avremo più la stessa certezza che nell’universo di Maureen esistano davvero gli spiriti, perché non ne faremo più nemmeno esperienza visiva: apriranno le porte, romperanno i bicchieri, ma nella loro incorporeità più completa.
Perché è proprio questa crescente incorporeità a condizionare la nostra vita, a renderla sempre più alienante, dipendente da rapporti assenti e da oggetti fantasmatici, come quella della sofferente protagonista interpretata magnificamente da Kristen Stewart. In definitiva, i limiti del film si sfocano in maniera irreparabile in modo che si apra una finestra sul mondo contemporaneo.

Personal Shopper, Oliver Assayas, 2016.
Questa incertezza fa sì che Personal Shopper si tenga in questo continuo regime dialettico tra intromissione e rivelazione, tra presenza e scomparsa, tra pura trascendenza e mera immanenza.
È un gioco ininterrotto di mediazione e interpretazione in cui una protagonista alienata dal mondo può vedere gli spettri di un mondo altro, ritrovandosi subito dopo a combatterne uno che è più infestante di qualsiasi anima, cioè uno stalker, che si fa presente a lei attraverso quella realtà multimediale che a sua volta fa da medium tra istanze che in quel momento, in qualche modo, popolano mondi diversi.
Assayas costruisce il mondo contemporaneo attraverso il misticismo passato, senza chiarire mai quale sia la posizione più comoda per una visione efficace. Perché una visione efficace non c’è, ma c’è lo straniamento, ci sono gli spettri che mai potranno essere visibili solamente fuori, perché innanzitutto nascono da dentro.
In fin dei conti, è il fantasma che va alla ricerca di noi, o siamo noi ad andare alla sua ricerca?




