In un quartiere milanese, una madre di origini siciliane costringe la figlia di appena undici anni a prostituirsi. I carabinieri arrestano sia la madre che il rivoltante cliente di turno, e dovranno scortare Rosetta e il fratellino in un istituto a Civitavecchia. Fin qui non sembra esserci nulla di nuovo, da che mondo è mondo queste vicende raccapriccianti continuano ad accadere (purtroppo). Ma il film di Gianni Amelio, spietato e intriso di amara realtà, va oltre la vicenda di cronaca nera. Il regista infatti si soffermerà su quanto gli orrori compiuti dagli adulti marchino a fuoco i bambini, stigmatizzandoli indelebilmente.
In questo film l’innocenza martoriata osserva gli eventi prima con sgomento, poi con gioia e infine con un senso di profonda solitudine. A incarnare l’innocenza sofferente è il fratellino di Rosetta, Luciano. È chiaro fin da subito che il bambino soffre di un profondo disagio dovuto alle condizioni in cui la madre li costringe a vivere: vorrebbe non pensare a quello che gli accade intorno, ma la sua forte sensibilità glielo impedisce.
Il suo sguardo non giudica, non critica, ma si limita a mettere a fuoco l’amarezza che lo circonda con un senso di profonda nostalgia mista all’oblio della disperazione. Il piccolo Luciano non si limita solo a osservare la sua situazione, ma getta uno sguardo anche su ciò che fa da cornice alla sua realtà.
Straziante è la scena che vede i tre protagonisti a Roma, seduti in una piazza per fare una pausa pranzo. Rosetta aspetta Antonio mentre ordina da mangiare, Luciano si avvicina a un gruppo di uomini intenti a scommettere: un anziano che stava lì in mezzo, non appena si accorge del bambino, lo caccia come si allontana un insetto fastidioso.

Antonio e Luciano
Magari non sarà una scena importante, ma il gesto di quell’uomo che allontana indifferente Luciano, senza nemmeno domandarsi perché quel bambino sia lì, rappresenta la noncuranza e l’egoismo che gli adulti spesso dimostrano nei confronti non solo dei bambini, ma anche dei meno fortunati in generale.
Molti dettagli, campi totali e campi stretti sui poveri e gli esclusi sembrano infatti voler sottolineare la miseria in cui vivono i più deboli. L’autore invita lo spettatore ad aprire gli occhi e a guardarsi intorno con meno cinismo.
«Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni».
(Martin Luther King)
Sfortunatamente, quando si tratta di gente inerme che si ritrova protagonista di eventi macabri, come nel caso di Rosetta (che diventa “carne da macello” a causa della madre), la gente diventa impietosa. Perché gli errori dei genitori li scontano i figli, perché una volta che quegli imperdonabili (o)errori ti hanno marchiato a fuoco, la gente vede quel marchio come un’impurità, come un qualcosa che ti rende sporco, quasi contagioso. L’istituto di Civitavecchia infatti rifiuterà Rosetta a causa del suo passato, ma la scena più sconcertante sarà un’altra.
A casa di Antonio infatti una donna allontanerà Rosetta dalla figlia rinfacciandole lo scandalo del quale è protagonista. Persino il carabiniere che inizialmente doveva scortare (come fossero criminali) i bambini insieme ad Antonio, non si farà alcuno scrupolo nel definire Rosetta una «zoccoletta».
I due bambini sono spaesati, si odiano perché si sentono inadeguati. Dubitano della loro identità, vorrebbero trovare un posto a cui appartenere e quando vengono rifiutati si incattiviscono.

Rosetta
Solo Antonio riuscirà a rompere la corazza che si era solidificata sopra i loro cuori: non vuole affidare quei bambini a un sistema che non risparmia nessuno, non se la sente di sacrificarli a delle persone che continueranno a farli sentire insicuri. Antonio sa perfettamente che nessuno vedrà mai la tenerezza negli occhi di Luciano e lo spaesamento in quello di Rosetta.
Così, senza pensarci, decide di tenerli con sé, li porta al mare, insegna a Luciano a nuotare e li tratta come figli suoi. I bambini si sentono finalmente accolti positivamente. Antonio non vede il marchio della prostituta, non li tratta con falsa pietà perché intravede in loro il disagio. Anzi, farà l’impossibile per aiutarli ad andare oltre, oltre il dolore e la vergogna, oltre la paura e la sfiducia.

Antonio e Luciano
Antonio gli farà capire che non esiste solo il buio, che i cattivi possono essere sconfitti e che si può vivere con sincero affetto. A questo punto lo spettatore si immagina che alla fine del film il carabiniere dal cuore d’oro adotti i due bambini e che arrivi il tanto atteso e sperato lieto fine.
Ma la vita, quella vera, non è una commedia, è piena di tenebre e di ingiustizie, di orchi e di lupi cattivi. Quando Antonio arresterà uno scippatore, il capo della polizia lo sospenderà accusandolo del sequestro dei bambini.
Ecco che arriva la batosta, non riusciamo a capire cosa Antonio abbia sbagliato. Perché viene messo lui alla gogna e non chi evitava Rosetta come si fa con la peste? Colui che si è comportato come il supereroe del quale non sapevamo di avere bisogno si trasforma nel colpevole.

Il ladro di bambini
Perché è un mondo che va al contrario. È normale trattare con sufficienza due bambini che hanno avuto la colpa di nascere sfortunati, ma non è normale chi si comporta da giusto. Chi mostra umanità non viene capito ed è lo strambo della situazione, colui che si vuole complicare la vita.
Antonio è costretto quindi ad abbandonare i toni amorevoli e portare i due bambini in orfanotrofio. Ecco che la magia si spezza, dopo l’abbandono di Antonio, quel sogno che poteva diventare una realtà sbiadisce negli abissi dell’ingiustizia e della disperazione.
Il sorriso di Luciano diventa di nuovo malinconico e i suoi occhi si riempiono di rassegnazione. Scende dalla macchina del carabiniere e si siede sul ciglio della strada, quando sua sorella lo raggiunge e gli poggia un cappotto sulle spalle.
Allora non tutto è perduto; è vero che i due hanno perso il loro supporto, ma nonostante questo continuano a poter contare l’uno sull’altra. Rosetta ha capito che l’unico suo alleato in quel mondo meschino sarà suo fratello e lei dovrà essere la sua roccia.
Finalmente i bambini Luciano e Rosetta hanno capito che finché potranno contare l’uno sull’aiuto dell’altra allora la vita non li spezzerà.
Amelio ci mette davanti una realtà che non è patinata dal “per sempre felici e contenti”. La realtà di Amelio è cruda e impietosa, proprio come a volte lo è la vita: è uno dei pochi registi che si è occupato di denunciare allo spettatore come si sente un bambino che ha vissuto eventi traumatici, mettendo al centro della scena i loro pensieri e le loro emozioni.
Attraverso il topos del viaggio, Amelio analizza la psiche dei due bambini che ci travolge come una tempesta improvvisa. Si passa dal senso di disagio delle prime scene alla gioia e contentezza con Antonio, per finire con l’accettazione di un destino già scritto, che seppur grigio può essere colorato dalla solidarietà fraterna che lega Rosetta e Bruno, che porteranno cicatrici indelebili a vita.
«Ciò che ricordiamo dall’infanzia lo ricordiamo per sempre – fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati, eternamente in vista».
(Cynthia Ozick)




