Iggy Pop – La sete di vita in Trainspotting

Miriam Oufatah

Febbraio 4, 2021

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Iggy Pop, “l’iguana”, è una delle icone musicali più celebri degli anni settanta che contribuì all’avvio del genere punk in tutti i suoi aspetti. Tra le sue tracce più note c’è la celebre The Passenger, del 1977 dell’album Lust For Life.

Il cinema ha utilizzato ampiamente questo successo musicale nelle colonne sonore, sfruttandolo come sottofondo nelle scene di transizione tra luoghi, anche figurati, come in The Boys. Oppure, è usato per porre l’accento su un’azione, come in This Must Be The Place di Paolo Sorrentino.

Iggy Pop non si è limitato nella sua carriera solo a incarnare il ruolo del frontman di un gruppo musicale, ma, nella complessità eccessiva e tormentata della sua immagine, attraverserà anche il cinema. Sia come attore sia come simbolo identificativo di un movimento giovanile irrequieto, che influenzerà anche la rappresentazione di quegli anni nella cinematografia internazionale. Insieme ad altre icone del punk rock come Lou Reed o David Bowie.

Iggy Pop prenderà parte a un ruolo grottesco nel film Cry Baby e collaborerà con Jim Jarmusch in alcune pellicole indipendenti. Tra cui il corto Da qualche parte in California in cui recita al fianco di Tom Waits.

Iggy Pop

Iggy Pop e Tom Waits

La figura di Iggy Pop è poi preponderante nel film Trainspotting. È strettamente correlata alla trama della storia, sia come colonna sonora di accompagnamento ad alcune scene cult sia in palesi citazioni e riferimenti all’artista come rappresentante musicale dei protagonisti.

Nightclubbing, traccia contenuta nell’album The Idiot (titolo scelto con riferimento al romanzo di Dostoevskij), fa da sottofondo ad alcune scene che illustrano dettagliatamente i momenti di somministrazione dell’eroina. Nello stesso frammento, Tommy, viene trascinato nel loop della droga in preda a un momento di fragilità, causato inconsapevolmente anche dal concerto di Iggy Pop.

Il monologo di apertura del film, «scegliete la vita, scegliete il futuro» ha in sottofondo Lust For Life. Canzone dell’album omonimo, scritto da Iggy Pop, prodotto e musicato insieme al grande amico David Bowie. Il Duca Bianco sostenne e incoraggiò col suo successo la carriera di Iggy, supportandolo anche quando l’iguana si fece ricoverare in una clinica psichiatrica a causa della sua dipendenza da eroina.

Iggy Pop

Lust For life, traducibile come brama di vivere, voglia di vivere, si ispira al titolo di un film tratto da un romanzo di Irving Stone sulla biografia di Vincent Van Gogh. La brama è un desiderio ardente, istintivo, la concupiscenza nei confronti della vita nella sua pienezza. Una vibrazione che entra in risonanza con la volontà di anelare a qualcosa nella sua espressione irrazionale e impulsiva. La canzone, a tratti, richiama questa sete come salvezza, come apertura e conseguenza di una vita sregolata che si era rinchiusa nei circoli dannosi della dipendenza.

Trainspotting espone tutti questi concetti illustrando come la droga, e tutto l’ambiente che la circonda, possa diventare l’unica soluzione per dissetare questa spinta. Mostrando poi come sia faticoso svincolarsi da questa sola visione.

La droga è ciò che realizza l’esistenza di Iggy Pop per un certo periodo. La dipendenza, a un certo punto, diventa l’unico sbocco in cui incanalare questa ricerca di senso, perché concede una piacevolezza momentanea.

È una sorta di sensazione liquida e sovraeccitata di presenza a se stessi, di sollievo, realizzata solo grazie all’euforia dell’eroina o degli altri stupefacenti.

Nella canzone, che contiene diversi riferimenti sconnessi anche alla sessualità che fa da sfondo a queste sostanze, Iggy paragona l’estasi della dipendenza alla sensazione che provoca l’amore, in riferimento a quella percezione che edulcora, amplifica e tende a dare significato alla vita. Nella pellicola la si nota nell’incontro fra Diane e Mark, che ha colori molto vividi al contrario del resto del film.

Diane e Mark

Diane: «Non è che ringiovanisci, Mark. Il mondo sta cambiando. La musica cambia, anche le droghe cambiano. Non puoi startene qui tutto il giorno a pensare all’eroina e a Ziggy Pop».

Mark: «È Iggy Pop…».

Diane: «Quello là, insomma. Tanto ormai è morto».

Mark: «No, no, non è morto. Ha fatto una tournèe l’anno scorso, Tommy è andato a vederlo».

Diane: «Il punto è che ti devi trovare qualcosa di nuovo».

In Trainspotting i personaggi non vogliono scegliere la vita che viene proposta dalla collettività, che perpetra intorno a loro un clima di monotonia e false apparenze pre-programmate, che per loro diventano costrizioni. Perciò scelgono piuttosto di annientarsi o di esistere tramite la droga, che gli concede attimi di “facile” pienezza, invece che responsabilità.

Questo clima avverso alla realtà è visibile anche nelle tinte della fotografia del film: scolorite, appesantite. Questa scelta stilistica, oltre a ricordare un’epoca, rimanda all’apatia che i personaggi vivono per la maggior parte del tempo quando non sono sotto l’effetto della sostanza; invischiati in una ciclicità lenta e irreversibile dei giorni che li logora, anche a causa di alcune dinamiche di gruppo.

Il titolo del film si riferisce a quei treni che metaforicamente, nella loro vita, rappresentano lo scorrere delle occasioni che non colgono per realizzarsi in un unico scopo: la dipendenza. Chi da sostanze, chi da relazioni o risse.

Mark: «Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni… Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?».

Protagonisti di “Trainspotting” al pub

Se coinvolgessimo Van Gogh, protagonista della biografia Brama di vivere, in questa analisi, potremmo dire che il pittore olandese fece della sua passione una dipendenza. Fece dell’arte, della sua visione del mondo (che la società non era ancora pronta ad accogliere), la sua intera vita fino a consumarsi per essa. Divenne preda di una sorta di follia mistica che riempì la sua vita.

In questa primordiale espressione della sua esistenza, fatta di alternanza di crisi depressive e attimi sereni, Vincent non dista molto dai ragazzi del film che dividono in due dimensioni assolute la realtà. Però, mentre i ragazzi restano vittime della dipendenza incanalando tutta la loro energia nella droga, nell’illecito, Vincent si concentra sul genio della sua arte come scopo esistenziale, fino alla mania.

Facendosi ricoverare come Iggy Pop. 

Entrambi gli artisti incanalano il loro “genio e sregolatezza” nelle opere, condividendo con i protagonisti del film la tendenza folle ed estrema ad autodistruggersi pur di sentirsi vivi, espressi.

Van Gogh è difficilmente etichettabile in una sola corrente pittorica: è un post-impressionista con tendenze espressioniste che attraversa fasi puntiniste e divisioniste. Questo lo rende difficilmente identificabile in una società che tende a catalogare ogni autore in uno stile, o in un periodo, Vincent differisce. Come differiscono i giovani protagonisti di Trainspotting dalle strutture sociali di una Edimburgo metropolitana, che alla fine li omologa al contrario come tossici.

E così anche Iggy Pop, nonostante la potente presenza scenica, fatica a imprimersi con intensità e continuità nella collettività fruibile alle masse, diventando però un’icona inimitabile per la sua unicità diversa dai canoni.

Il testo della canzone fa numerosi riferimenti al libro Il biglietto che esplose, di William S. Burroughs, esponente della Beat Generation. Johnny Yen, citato nella canzone, è un personaggio alieno del romanzo che parla di droghe e del controllo della mente tramite farmaci, messaggi subliminali, alcool e sessualità.

Ma Lust For Life, pur riferendosi all’eroina, è stata proprio scritta in un momento in cui Iggy Pop tentava di ripulirsi dalla dipendenza. Anche Trainspotting ci offre la visione di Mark mentre tenta di disintossicarsi: recluso nella sua cameretta, con i trenini stampati sulla carta da parati come se stessero lì a ricordargli le opportunità perdute.

La claustrofobia della sua crisi di astinenza è rappresentata nella prospettiva che la stanza offre, insieme alle luci e i colori degli arredi. Potrebbe anche ricordare la stanza di Van Gogh ad Arles, che il pittore dipinse in tre versioni. Due di queste furono fatte durante il periodo in manicomio. In tutte, Vincent, sforma volontariamente le regole prospettiche, restituendo un’immagine che sembra deformata, allungata, come la camera di Mark durante le sue allucinazioni.

La camera di Vincent ad Arles, Van Gogh.

«Qui il colore deve fare tutto, […] in una parola, guardare il quadro deve far riposare il cervello, o piuttosto l’immaginazione […] questo come una sorta di vendetta per il riposo forzato al quale sono stato obbligato».

(Vincent Van Gogh)

Il tono di tutta la canzone è alto, vivace, e con ritmi battuti e ripetuti, dati dall’entrata o l’uscita degli strumenti. L’intera composizione sembra richiamare l’umore dei personaggi del film che, in preda all’euforia, alla follia e alla disperazione, restano sintonizzati all’eccesso sulla stessa frequenza spedita, che li fa sentire pieni.

Mark e i suoi amici vivono una vita di colpi e fratture istintive e sature, ripetitive, dettate dal decorso degli eventi. Il ritmo sempre andante, l’inneggiare alla brama di vita, esaltarla in una sorta di delirio dionisiaco fino allo stato di trance, di appagamento dei sensi, di estasi raggiunta mentre la droga va in circolo, lascia intravedere sul fondo lo strascico dei postumi.

Si avverte nel silenzio la solitudine che attanaglia l’esistenza dei protagonisti, la domanda che li tormenta, il vuoto che si estende loro di fronte mentre sfuggono dalle responsabilità.

Vent’anni dopo Trainspotting 2 ci svela che fine ha fatto Mark Renton dopo aver “scelto la vita”. Il sequel ripropone una versione del monologo di «scegliete la vita» meno sarcastica, più amara e disincantata, consapevole.

La conclusione dell’intera storia ingaggia ancora Iggy Pop riproponendo Lust for Life nella versione remixata dai The Prodigy, chiudendo il cerchio. Come se la canzone fosse il life-motive rappresentativo di Mark che, finalmente a casa, può vivere appieno senza conti in sospeso quella brama di vita che lo tormenta. Che lo ha condotto a fuggire, ma anche a tornare.

«Not all those who wander are lost».

(J.R.R. Tolkien, “Il Signore Degli Anelli”)

Non tutti coloro che vagano si sono persi, parafrasando Tolkien. Non sappiamo se Mark tornerà ad assecondare quella sete di vita con la droga, se troverà quello che cerca, ma questa scritta luminosa svetta come un suggerimento all’angolo fra Cowgate e Robertson’s Close a Edimburgo. Proprio in quel luogo dove Mark viene investito e fermato nella sua corsa folle.

Leggi anche: Trainspotting – L’eroina e il Sottosuolo di Dostoevskij

Autore

  • Miriam Oufatah

    Cameriera a tempo perso e caffeinomane. Sono la ragazza con il bicchiere d'acqua di Renoir, una Manic Pixie Dream Girl che non ce l'ha fatta. Mi perdo spesso, soprattutto tra le virgole. Prima scrivevo per Cavalli e Segugi...

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