Il significato di Incendies – La donna che canta, l’umanità che soffre

Matteo Melis

Marzo 2, 2021

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Incendies (2010) è il chiaro ed evidente esempio di cosa voglia dire imbattersi nel cinema di Denis Villeneuve, nella sua perversione per il dettaglio, nei suoi eleganti e mai banali stravolgimenti, nella genuina umanità che trasuda da ogni sua opera.

Il film, adattamento dell’omonimo dramma teatrale di Wajdi Mouawad, parla di Jeanne e Simon, due ragazzi che dopo la morte della madre leggono le sue ultime volontà, nelle quali chiede di consegnare una lettera a loro padre, mai conosciuto e forse morto in guerra, e a un loro fratello, del quale non hanno mai sentito parlare prima di allora. Jeanne accetta, al contrario Simon si tiene più alla larga dall’impresa. Questo è il pretesto grazie al quale ripercorriamo la vita di Nawal, la mamma dei due ragazzi.

Per fare ciò, Jeanne torna nella città d’origine della madre, rivivendo i luoghi che le hanno così immensamente stravolto la vita. Non viene mai specificata la zona del Medio Oriente nella quale Jeanne si reca, ma tutto fa pensare al Libano, dato che il passato a cui la narrazione di Incendies si rifà è devastato dalla guerra civile tra cristiani e musulmani.

Jeanne e Simon

Scopriamo così che Nawal si innamorò di un ragazzo non cristiano, fatto che provocò la furia dei genitori di lei. Il compagno di Nawal fu dunque ucciso, e il loro figlio sottratto e consegnato a un orfanotrofio. La ragazza, decisa a ritrovare il proprio primogenito, si trovò a imbattersi però nell’orrore della guerra civile, e ne uscì così provata da entrare nelle milizie cristiane.

Questo la portò a essere catturata e imprigionata, guadagnandosi il soprannome de “la donna che canta” (da cui il titolo italiano del film) da parte dei militari. Nawal fu martoriata per mesi, tra le violenze da lei subite ci furono anche degli stupri inflitti dal suo torturatore Abou. Da questi ripetuti abusi nacquero due figli, Jeanne e Simon, appunto. Abou è il loro sconosciuto padre.

Per non fare spoiler, ci fermiamo qui con la trama principale del film, ma c’è tanto altro in quest’opera. Ciò in cui Villeneuve riesce come pochi autori contemporanei è la pazienza di legare i fili della narrazione, tenendola al contempo lontana da sensazionalismi e da giudizi semplicistici.

Nel film è la guerra a essere orribile, al di là delle fazioni: sarebbe stato fin troppo facile rappresentare i musulmani come orchi e i cristiani come vittime. Invece, nel mondo di Incendies la guerra è brillantemente mostrata come una condizione che prescinde di gran lunga le singole parti in gioco.

Come un errore di sistema che reimposta dal principio l’essere umano, munendolo di una divisa e sottraendogli l’anima, il conflitto civile porta la singola persona a diventare una mera arma. Sembra una riflessione retorica e prevedibile, ma all’interno dell’opera tutto ciò arriva ad assumere dei connotati devastanti.

Jeanne e sua madre Nawal

Nonostante sia sconvolgente il percorso che porta Jeanne a scoprire il passato di sua madre, talvolta frenetico e straniante nella sua assurdità, Villeneuve decide di intraprendere la strada della riflessione, senza forzare nessun coup de théâtreLa potenza delle immagini arriva sempre prima della potenza della narrazione; per quanto i colpi di scena non manchino, il regista non ci ricama, come capita spesso in molti film e ancor di più nelle serie, che spesso giocano solamente sull’incertezza del prossimo evento in sceneggiatura.

A Villeneuve non sembra importare tanto il peso e l’imprevedibilità degli eventi, quanto gli strascichi che questi possono lasciare all’interno della sua protagonista, nonché l’insegnamento che lei e noi possiamo trarre dai suoi traumi. In questo modo l’impatto sul pubblico non si dimezza, bensì raddoppia.

Inoltre, il cinema di Villeneuve ha quasi sempre una funzione propedeutica nella sua impeccabile estetica. Nei suoi film non apprendiamo sterili nozioni né grandi principi etici o stucchevoli morali da blockbuster americano, piuttosto facciamo esperienza diretta di noi attraverso gli altri. Così come in Enemy, Arrival e Blade Runner 2049, anche in Incendies è contenuto un implicito incoraggiamento a scavare un po’ di più dentro se stessi.

Ciò che il regista riesce a ottenere è un’equilibrata miscela, data da una trama appassionante, dei personaggi splendidamente approfonditi, e un livello di intimità tra loro e il pubblico talmente alto da stimolare una continua introspezione in chi guarda.

Incendies

La scena d’apertura di “Incendies” (Denis Villeneuve, 2010)

Perché Villeneuve si prende la responsabilità e il peso della propria umanità, e nei suoi film, soprattutto durante gli snodi cruciali, talvolta essere una persona è un peso, è qualcosa di profondamente straziante.

Non solo è dolorosa la condizione dell’umano, il suo essere senziente, dotato di memoria e di sentimenti complessi, ma lo è anche il contesto in cui esso ha scelto di calarsi, ovvero un mondo chiuso in una sorta di stasi nei suoi eventi più macroscopici, ma crudelmente dinamico nei piccoli eventi che coinvolgono i personaggi, sempre irretiti da una simbologia fatta di dettagli mai irrilevanti, anzi, stressanti e significativi come pochi altri elementi interni al cinema del regista canadese.

Questa peculiarità tutta villeneuviana è centrale in Incendies, un’opera che non poteva che essere portata al cinema da un regista come lui. Allora torniamo indietro fino alla scena iniziale, nella quale a un bambino non qualsiasi viene fatto un tatuaggio sul tallone per sancire il suo forzato ingresso nelle milizie musulmane.

Parte proprio da qui la storia di Nawal, e poi quella di due ragazzi che arrivano a capire l’identità e il passato del loro padre e del loro fratello. La congiunzione tra i due, quella “e”, sembra solo un mero legame, ma è davvero molto di più. Può sembrare una semplice lettera con una funzione connettiva, ma l’unione che crea è indissolubile.

Certo, forse è solo una lettera, eppure è proprio quella lettera a comunicarci che alcune volte, purtroppo, uno più uno può fare uno.

Leggi anche: Blade Runner e Blade Runner 2049 – Cosa significa essere umani

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  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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