Fight Club – Il “nichilismo sociopatico” come risposta al consumismo

Francesco Saturno

Marzo 11, 2021

Resta Aggiornato

Il film Fight Club (1999), del regista David Fincher, è un’ottima trasposizione cinematografica – come accade sempre meno spesso – del ben noto libro omonimo di Chuck Palahniuk, scrittore americano che ha sempre prodotto ambientazioni narrative grottesche e irriverenti.

Fight Club (1999) – A sinistra Tyler Durden, a destra Jack

Piuttosto che soffermarmi sulla famosa trama, che si assesta essenzialmente sul rapporto d’amicizia-inimicizia tra il personaggio protagonista – un uomo oppresso dalla società consumistica – e Tyler Durden – un riottoso personaggio che fa della ribellione la cifra centrale della sua vita –, mi sembra più interessante trarre le fila logiche di una narrazione che, a partire dai toni relativamente distopici da cui è caratterizzata, si fa veicolo di un messaggio politico-sociale molto forte.

Si può dire che questo film non sia per deboli di stomaco. E lo si può dire perché al suo interno non è lasciato nessuno spazio alla magnanimità di una cultura positivistica che fa del “progresso” l’unica giustificazione possibile a qualsiasi deviazione socioculturale.

Il narratore – un soggetto anonimo autochiamatosi Jack, anche se in sceneggiatura e nel romanzo era Joe – è un uomo che soffre di un malessere esistenziale profondo: svolge un lavoro che sostituisce all’importanza della vita la dimensione ben più produttiva del calcolo matematico. Difatti si ritrova a dover decidere, di fronte a incidenti d’auto che vedono coinvolti compratori della casa automobilistica per cui è perito, se sia il caso di rimborsare la vittima o ritirare dal mercato l’auto in esame.

Nel frattempo, per modulare la propria angoscia esistenziale e riprendere contatto con una qualche dimensione umana – in un mondo, il suo, che non glielo consente –, inizia a frequentare dei gruppi di auto-aiuto per persone malate di cancro. Gode, masochisticamente, nell’ascoltare le sofferenze delle altrui vite degradate da malattie terminali. Lì, in quei contesti, incontra Marla, una femme fatale che, similmente a ciò che fa lui, si introduce in quei contesti per provare delle emozioni.

Inizia dunque una relazione, fatta di aporie e incastri sbagliati, che la faranno alla fine capitolare (stupenda la scena finale, nella quale, mano nella mano, sulle note della meravigliosa Where is my mind dei Pixies, Jack e Marla si ritrovano sulla cima di un grattacielo a osservare da una vetrata, inermi, il crollo della città attorno a loro).

A un certo punto della narrazione emerge, seppur sottilmente, l’impianto sociopsicologico di cui è colorata la trama; il narratore conosce Tyler, un uomo che è contro ogni schema sociale, e insieme a lui dà vita al Fight Club, un club per persone che sono disposte a combattere a mani nude tra loro pur di provare qualcosa sulla propria pelle.

Si dice e si legge da ogni parte: il Fight Club diventa il mezzo di cui si serve un gruppo di persone disagiate, capitanate dal carismatico Tyler, per sostituire il malessere psicologico – inafferrabile nella sua natura trascendente – con l’immanente sofferenza fisica, materializzata nel sangue che scorre e in lotte fisiche combattute fino all’ultimo scambio di colpi.

Sullo sfondo c’è lo scopo del Fight Club di combattere un sistema sociale costruito sulla corsa al consumismo generalizzato. Dal contributo di Tyler nasce allora il “Progetto Mayhem”: abbattere la società per come si conosce e costruirne un’altra. Ma, a dire il vero, lo spettatore perde il senso del limite tra l’obiettivo sovversivo e reazionario del progetto e l’indottrinamento da setta che il Fight Club esercita sui suoi membri.

Più le persone soffrono, se ne può concludere, più sono disposte ad affidarsi a dei dogmi ideologici che risarciscano la loro confusione e il loro spaesamento.

Fight Club

Tyler durante un combattimento al Fight Club

In evidenza c’è l’aspetto psicopatologico del protagonista, il quale inizia una relazione speculare con Tyler che è capace di ridonare un senso, seppur deviato, a un’esistenza che si era retta fino ad allora sulla lama a doppio taglio della monotonia.

In questo aspetto della narrazione si vede bene la non-relazione psicologica che il narratore intrattiene con le parti del suo Sé: scinde dalla sua coscienza quella parte di lui che non è capace di far emergere, quella capace e vincente, quel Tyler Durden, e ne fa il simulacro di una percezione dissociativa che si potrebbe intendere come il fallimento di una formazione reattiva al suo disagio soggettivo. Difatti, lo spettatore scoprirà alla fine che Tyler è soltanto la proiezione dell’alter-ego del narratore.

In Fight Club, che è sì un film distopico, possiamo rintracciare almeno un altro aspetto, che si stende come un fantasma pietoso sulla società come noi oggigiorno la conosciamo: un rapporto con la Legge (intendendo non solo lo Stato, ma l’insieme dei valori culturali condivisi nel sistema sociale) pervertito, in cui l’unica possibilità di relazione tra i membri che non si riconoscono nella società è quello sadomasochistico: far male, farsi male.

Infatti, l’unica cosa che sostiene l’esistenza di un rapporto dei membri del Fight Club con la società che li accoglie è la possibilità di un’anestesia morale, in cui i vincoli etici e i limiti di sofferenza sono banditi. È qui che si passa da un tentativo di anestetizzare la propria dolorosa trascendenza a una volontà di godimento esiziale, masochistico.

I membri del Fight Club sembrano gridare “godo nel soffrire e nel far soffrire perché, se viviamo tutti in un mondo di merda, almeno così facendo ci confrontiamo con l’aspetto più concreto della nostra esistenza: il dolore che essa produce”.

In fondo il Fight Club, montatura distopica che fa della società industriale qualcosa da combattere, è la sovversione annichilente dei valori consumistici del terzo millennio (che sarebbe da lì a poco cominciato).

Già nell’Ottocento Nietzsche parlava del nichilismo come di un ospite inquietante: l’Occidente si dirigeva, secondo lui, verso la svalutazione e la distruzione degli ideali. Palahniuk riprende questo aspetto insito nella cultura occidentale e lo trasforma in qualcosa di traumatico: il corpo martoriato, il corpo fatto diventare scarto, è espressione di una sorta di nichilismo sociopatico, è annullamento di ogni valore umano, è rappresentazione della trascendenza abolita nella dimensione immanente della violenza.

Ciò non è solo un mezzo per percepire il proprio corpo e sottrarlo alla sua dimensione psichica, ma è la negazione di ogni differenza, la sua soppressione; è la forma più primaria e agita dell’aggressività umana.

Chuck Palahniuk, e David Fincher con lui, con Fight Club sembrano dirci: attenti, ci sono persone che non riescono a contenere quell’aggressività che la comunità spesso impone a tutti di reprimere per perseguire i suoi fini sociali, qualsiasi essi siano.

Stiamo attenti a coloro i quali non riescono a inventare direzioni singolari, creative e alternative a un mondo che dell’umana vita, nella sua autenticità, perde sempre di più, perché altrimenti incorriamo in quello che Marcuse definiva l’inasprimento de «l’uomo a una dimensione»: un uomo che non conosce dialettica, non conosce il rovescio del positivo, non riesce nemmeno a dialogare con le parti di Sé e così finisce con il lasciarsi sopraffare da tutto questo.

Un uomo che, per eludere la sua paura, è pronto a farla provare agli altri. Un uomo che, pur di entrare in contatto con il reale bruto dell’esistenza umana e provare qualcosa, è disposto a sacrificare il proprio benessere in vista di uno scopo apparentemente più alto, ideologico, ma degenerato nella sua illegittimità.

Dove questo già succede nella nostra civiltà, beh, questo eventualmente lo lascio valutare a voi lettori.

Tyler: «Siamo consumatori. Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, crimini, povertà, queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per i capelli, il Viagra».

A conti fatti, ci troviamo di fronte a un libro prima, e a un film poi, sovversivi: l’opera in questione ci pone a confronto con un gruppo di persone che non riescono ad accedere alla società civile e che, anzi, si rifugiano perversamente nel Fight Club proprio alla ricerca di un soddisfacimento che non trovano possibile nella loro comunità: sentirsi vivi, foss’anche attraverso la sofferenza fisica.

Produzione squisitamente americana (non a caso), priva di qualsiasi forma di edulcorazione estetica o morale, essa ci dimostra in sordina non solo come la mancanza di benessere personale impedisca la costruzione soddisfacente di una relazione affettiva (si veda il fallimentare rapporto tra il protagonista e Marla), non solo ci pone di fronte alla perversione della nostra cultura e alla deviazione mentale di un gruppo di emarginati, ma ci spinge anche a riflettere sulla proposta di una soluzione anarchica, noir e amorale alla società attuale; qualcosa che ci fa chiedere “cavolo, ma che mondo è il nostro?”.

Speriamo la soluzione non sia un nuovo Fight Club.

Leggi anche: Fight Club – La violenta scoperta del nostro ego

Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

Correlati
Share This