Io so che tu sai che io so – Sordi tra Socrate e Freud

Chiara Cesaroni

Marzo 19, 2021

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Conosci te stesso, diceva Socrate, e nel caso del film del 1982 diretto e interpretato da Alberto Sordi, Io so che tu sai che io so, questo concetto prende possesso di tutta la pellicola. Con questa frase tanto semplice quanto profonda Socrate suggeriva all’uomo di diventare sé stesso e soggetto, ma alla luce del film può essere letta anche in modo letterale.

Alberto Sordi dà vita ad una pellicola che si rifà ai precetti di Socrate e Freud includendo nel progetto la grandissima Monica Vitti.

Io so che tu sai che io so

Io so che tu sai che io so vede come protagonista Fabio Bonetti (Alberto Sordi), un bancario di mezz’età sposato con Livia (Monica Vitti) da circa vent’anni. La loro vita coniugale arranca nella monotonia quotidiana rendendo lui un uomo distratto e svogliato e lei una moglie alla costante ricerca di attenzioni.

Al duo si aggiunge una figlia problematica, quasi di peso per entrambi i genitori, che fa di tutto per farsi notare. Fabio ama il suo lavoro, la tv e le partite di calcio; per il resto non ha tempo. Ma un giorno il bancario si accorge che la moglie è seguita e fotografata, per errore, da un investigatore privato che, attraverso pedinamenti e ricerche, porterà alla luce verità dolorose.

Monica Vitti e Alberto Sordi, di nuovo insieme dopo Polvere di Stelle, come al solito non deludono. Vitti è eccezionale nel tratteggiare una donna apparentemente mesta e sottomessa dalla misteriosa seconda vita, mentre Sordi dà sfoggio della sua macchietta dell’italiano medio che lo ha sempre contraddistinto. Insieme rendono viva e quasi tangibile una coppia dalle connotazioni realistiche senza però rinunciare alle caratteristiche comiche intrinseche dei film di Sordi.

Il film ha uno sviluppo interessante e atipico per l’epoca: inizia quasi come un poliziesco per poi virare verso una dramedy familiare ben studiata e minuziosamente bilanciata, che si prende tutto il tempo per raccontare la sua storia.

Alberto Sordi dà vita ad una pellicola che si rifà ai precetti di Socrate e Freud includendo nel progetto la grandissima Monica Vitti.

Monica Vitti e Alberto Sordi

Si delineano, quindi, le caratteristiche dei personaggi: Fabio è un marito distratto, maschilista che ricalca alla perfezione lo stereotipo del maschio alfa, Livia è una moglie trascurata e dedita alla cura della casa. Questo, però, è quello che il bancario vuole farci credere, perché le ricerche dell’investigatore mostreranno esattamente le cose per quello che sono.

Come scritto all’inizio, Socrate invita alla conoscenza di sé stessi. Ed è proprio questo che Fabio non fa, adoperando questa volontaria cecità anche sulla moglie e sulla figlia. Qui ci si collega al neurologo e filosofo, nonché padre della psicanalisi, Sigmund Freud che per primo parlò di negazione o, per meglio dire, la negazione dell’evidenza.

Negare è un meccanismo di difesa che ci protegge da pensieri e situazioni che ci spaventano, è una reazione immatura e che aliena totalmente la realtà. Fabio, infatti, ha inconsapevolmente allontanato per così tanto tempo da sé il dolore, rifiutando la verità e rendendosi poi conto che la situazione gli era ormai sfuggita di mano.

Io so che tu sai che io so

Monica Vitti e Alberto Sordi

Ed è per questo che lo spettatore durante il film spesso si chiede: perché nessuno si parla? Infatti, il maggior problema di questa matura coppia della borghesia romana è proprio l’incomunicabilità. E tornando alla negazione dell’evidenza, Fabio adotta questa immatura tecnica di protezione dalla verità che, inconsciamente, sa che lo farebbe soffrire se accettasse di vederla.

Come un dio giusto, ma severo, la realtà non tarda a mostrarsi; e lo fa nel modo più congeniale al protagonista: al sicuro dallo scontro diretto e dandogli la possibilità di afferrare a mani basse il potere che il voyeurismo tipico dello spettatore gli offre. Infatti, la parte attiva nella coppia non è di certo lui, quindi, cerca di rivendicare un potere che non ha più, spiando la vita segreta della moglie attraverso le fotografie e i filmati che l’investigatore gli ha fornito.

E così dapprima conosce la moglie, conosce la figlia e finalmente impara a conoscere anche sé stesso. Si rende conto della vita che ha condotto fino a quel momento e ciò che Livia e sua figlia hanno fatto per attirare la sua attenzione, finché non si sono stancate. E finalmente smette di negare l’evidenza. Sì, la verità gli fa male, ma scopre che non tutto è andato perduto e un moto di speranza e amore abbraccia lui e la sua famiglia.

Trovo azzeccato il titolo scelto: Io so che tu sai che io so. Ha un’accezione stratificata: potrebbe semplicemente significare che Fabio conosce il segreto di sua moglie e che lei conosce il suo; oppure ha un significato più profondo riconducibile alla presa di coscienza del protagonista ed è possibile che in realtà quel “tu sai” si riferisca alla sua mente e al viaggio dell’eroe appena concluso.

Io so che tu sai che io so

Alberto Sordi e Monica Vitti

Unica nota spiacevole è nel finale buonista che Sordi decide di mettere in scena, ma essendo uno spaccato dell’Italia degli anni ’80 non stona granché. Io so che tu sai che io so ci obbliga a guardare chi abbiamo al nostro fianco e ci spinge a fare un profondo esame di coscienza; a chiederci quanto stiamo dando di noi stessi alle persone che amiamo, se siamo sempre nel giusto e se non ci facciamo distrarre da eventi effimeri. Questa pellicola è come la mossa all-in del poker dove è necessario giocarsi tutti i sentimenti per vedere come andrà a finire la partita.

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