I 400 colpi – Truffaut sul mito della fanciullezza

Francesco Saturno

Marzo 20, 2021

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La trama di questo film di Truffaut del 1959, Les Quatre Cents Coups (tradotto in italiano con I 400 colpi, espressione presa a prestito dal francese con il significato di fare il diavolo a quattro”) vede come protagonista un piccolo ragazzino di dodici anni, Antoine Doinel, alle prese con la sua famiglia, con la sua ribellione e con una società, in generale, che sembra non ascoltarlo.

Locandina francese de “I 400 colpi”

Vive con i genitori, nella Parigi post-bellica, in un angusto appartamento (ben rappresentato dai piani sequenza di Truffaut) in cui non dispone nemmeno di una camera tutta per sé; con lui ci sono la madre, una donna che, presa nel suo egocentrismo, non gli dimostra particolare considerazione, e il suo padre putativo, una figura che incarna da un lato il precetto del divieto genitoriale e dall’altro una zoppicante capacità educativa.

Antoine è, in effetti, un ragazzino ribelle, non sottostà alle regole, non le segue e perlopiù si rifugia nella menzogna per proseguire con tenacia il suo comportamento da irrequieto pubere. Ha un amico di scuola, Renée, con il quale sembra riuscire a esprimere al meglio la sua ingenua insolenza: alla società sfugge, alla famiglia si ribella, alla scuola si oppone. Renée, in questo, per quanto di una classe sociale più agiata, vive i suoi stessi conflitti e gli è alleato e complice.

Renée e Antoine

La regia de I 400 colpi – calata nelle atmosfere e nelle tecniche cinematografiche della Nouvelle Vague – è impeccabile. La fotografia, le riprese, le scene…niente sembra fuori posto e lo spettatore è coinvolto nella Francia di allora, non come se la vivesse, ma come se ci potesse mettere quantomeno il naso dentro. Qui stanno la bravura di Truffaut e la sua grande capacità di farci empatizzare con le vicende che racconta: riesce a dare colore a Parigi nonostante questa venga rappresentata in bianco e nero.

Sono tre i principali piani che possono essere isolati ne I 400 colpi di Truffaut. La dimensione educativa li racchiude tutti: famiglia, scuola e società sono le tre istituzioni al centro della critica di questo film.

Per quanto riguarda la sua vita familiare, bisogna dire che la fanciullezza di Antoine è caratterizzata da una mancata possibilità di esprimersi liberamente nel contesto domestico. Questo non solo a causa degli spazi ristretti che gli sono riservati, ma soprattutto perché non sembra esserci una possibilità, lì, con i suoi genitori, di essere sincero.

In questo processo si vede bene come i genitori del bambino condizionino la sua personalità – questo avviene per ciascuna di noi, si potrebbe dire –, facendolo scivolare in dinamiche che della famiglia sono in fondo eredi: la menzogna e l’inottemperanza alla cura di sé e dell’altro, di cui si arma Antoine, sono il riflesso di un mondo genitoriale che ripropone gli stessi identici schemi ipocritamente borghesi.

A tal proposito questo aspetto risalta nel momento in cui, un giorno in cui ha marinato la scuola col suo amico Renée, Antoine sorprende per strada la madre con un altro uomo. L’incontro con la falsità materna, con l’inottemperanza a una norma familiare, sancisce un ulteriore momento di sbandamento in Antoine, il quale, per quanto sembri non essere molto scosso da quella scena, ne rimane parimenti confuso.

Per quanto riguarda il piano della scuola, invece, credo che I 400 colpi possa essere un film profondamente illuminante.

I 400 colpi

Antoine punito dal suo maestro di scuola ne “I 400 colpi”

Era un periodo, quello messo in scena, in cui la scuola si faceva portavoce di un metodo pedagogico imperniato sull’imposizione di codici prestabiliti, sulla trasmissione di teorie e preconcetti che non lasciavano esprimere liberamente la creatività dell’alunno. Era la scuola della disciplina, di quella scuola che non accoglieva le differenze tra gli alunni e non le valorizzava, non riuscendo a farsi portavoce di un’apertura vocazionale nella stortura di un soggetto.

Eppure, come scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati ne L’ora di lezione, il compito della scuola non dovrebbe essere invece quello di favorire la “stortura” di un alunno, di riuscire a coglierne il valore e la potenzialità? Piuttosto che stare lì a cercare di raddrizzare la singolare differenza di un soggetto – in un’ottica di mero pedagogismo che fa del fine dell’educazione la normalizzazione a degli standard precostituiti – la scuola non dovrebbe essere quel luogo in cui un soggetto, colto nei momenti di massimo sviluppo evolutivo, ha la possibilità di incontrarsi con i suoi limiti e, al tempo stesso, con i suoi talenti?

Ciò che appare lapalissianamente, guardando questa pellicola di più di sessant’anni fa, è il fatto che oggi la società è irrimediabilmente mutata. Si è passati da una società della disciplina in cui il padre, la scuola, lo stato dettano le regole a una società maggiormente libertina in cui questo non si riscontra più in toni così forti e aspri: decaduto l’ideale del padre-padrone, i giovani oggi non sono più colti nel bivio tra lo scegliere se sottomettersi alle regole o quello di ribellarsi a esse. L’effetto prodotto è che il confine tra ciò che è possibile fare e ciò che non è possibile fare diventa sempre più labile.

Chiediamoci cosa produce questa mutazione sociale. Una risposta molto probabile, in riferimento ai giovani, la dà lo psichiatra Pietropolli Charmet, scrivendo un libro dal titolo Fragile e spavaldo; per lui le mutazioni sociali, più o meno contemporanee, producono delle modulazioni educative e quella attualmente in atto ha generato un aumento del narcisismo nel periodo della fanciullezza.

Per sintetizzare il suo pensiero si potrebbe dire che correntemente i ragazzi sono maggiormente alle prese con l’assenza di regole (periodo COVID escludendo) e con la loro evaporazione, e hanno un atteggiamento reattivo, rispetto al passato, molto più narcisistico di fronte agli altri e alla società tutta. L’esito è che, in una società libertina, in cui i limiti sono difficili da riscontrare, è più facile perdersi.

Si potrebbe pensare che l’attuale situazione sociale sia una risposta dei nostri padri (di quei padri che erano piccoli quando era piccolo lo stesso Antoine Doinel) a quella società della disciplina che li aveva asfissiati e limitati. La questione, però, potrebbe oggigiorno essere posta nella progressiva perdita di mediazione: piuttosto che porsi sul binarismo disciplina-libertinaggio, forse non potremmo pensare che oggi dovrebbe esistere un’educazione che restaura la forza del limite, il suo valore, associando a questo, però, la possibilità di assecondare la stortura di un soggetto, di lasciarla esprimere piuttosto che reprimerla?

Quantomeno possiamo provare a chiedercelo cercando di pensare a delle soluzioni possibili.

I 400 colpi

Antoine mentre legge “La ricerca dell’assoluto” di Honoré de Balzac

Tornando al film: c’è, tuttavia, qualcosa di eterno nel racconto che di Antoine ci fa Truffaut: lo scacco dell’adolescenza di fronte al mondo, seppur colto ai suoi albori, è un qualcosa che riguarda tutti quanti noi.

Ed è, per questa ragione, qualcosa che è sempre stato raccontato (mi veniva in mente, guardando il film, un’altra opera di francofona memoria, in cui un ragazzino come Antoine deve uscire dall’adolescenza con tutto il dolore che questo comporta: si tratta del romanzo Il grande Meaulnes di Alain Fournier).

I dissidi interiori di Antoine, per quanto radicati proprio in quel particolare momento storico, condensano cioè gli stessi conflitti – diversi forse per fenomenologia, ma analoghi nella loro struttura – che ancora oggi gli adolescenti si ritrovano a vivere: il conflitto con la famiglia, l’incapacità di comunicare con essa, l’incomprensione che copre come un manto gli adolescenti, la mancanza di attenzione della società e della famiglia verso il periodo più critico dello sviluppo di un soggetto.

E poi il valore di avere qualcuno con cui correre, Renée, l’amico che simboleggia la potenza e l’importanza dell’amicizia durante l’adolescenza.

Truffaut mette sul tavolo questi temi e li condensa nella storia di un ragazzino che finisce con l’essere escluso da una società che non si cura di lui, se non limitatamente alla possibilità di re-inserirlo nel circuito sociale normativo. Eppure, Antoine non è un bambino totalmente fuori dagli schemi, è solo un ragazzino che ogni tanto mette il piede fuori e cerca di capire lì cosa ci sia.

I suoi sotterfugi sovversivi sono al contempo una sfida alla società e una richiesta di attenzioni. I suoi gesti “antisociali” sono una risposta alla frustrazione di una famiglia che non gli dimostra affetto, sono un grido motivato sia dal rifiuto di un mondo che non lo comprende sia un modo per esprimere il desiderio di riconoscimento dall’Altro.

Il momento in cui Antoine, dopo aver prima rubato e poi riconsegnato una macchina da scrivere, viene portato dal padre in caserma e poi spedito al riformatorio, è la risultanza infelice di questo mancato processo di comprensione verso di lui: la società gli chiude le porte in faccia, definitivamente, la madre se ne libera e il padre da ora in poi può fare a meno di sentirlo come un peso.

Ad Antoine, invece, nel mito della sua fanciullezza, nell’essere come un giovane Telemaco alla ricerca della sua verità, non resta che, nella scena finale del film, correre via da una partita di calcio – probabilmente ulteriore simbologia di un qualcosa in cui si deve sottostare a delle regole – che si sta tenendo nel riformatorio nel quale è ormai confinato e, scappando, andare incontro al mare.

Riprendendo la scena finale si può concludere dicendo che Truffaut ci fa correre con Antoine nel dolore di un momento critico, nella risonanza emotiva di qualcosa che appartiene (o è appartenuto) a tutti, e cioè il confronto con l’Altro e il dolore che a volte questo produce, specie quando si è piccoli e sprovvisti di strumenti per farvi fronte.

Un senso di ansia e libertà si mescolano a guardare questo film, facendoci ri-scoprire il mito della fanciullezza nella sua dimensione meno paradisiaca, anzi, come una sorta di perdita del paradiso dell’infanzia che, nel momento dell’entrata nell’adolescenza, lascia le sue tracce e scava le sue ferite.

E però Truffaut ci comunica la speranza, quella di guardare al mare, di riconoscere il proprio dolore non come una colpa, ma come una necessità, una ananke (dal greco antico Ἀνάγκη, necessità), un qualcosa da dover attraversare per potersi più liberamente esprimere in un tempo successivo, più maturo, lontani da condizionamenti familiari, scolastici e – infine – sociali.

Mare a perdita d’occhio, di fronte ad Antoine.

Da laggiù, dall’orizzonte libero, aperto del mare, senza sbarre né limiti, qualcosa dovrà tornare.

E, se così non fosse, noi speriamo che Antoine, a quella libertà, sia andato incontro senza farsi troppo male.

Leggi anche: Il finale de I 400 colpi – Truffaut e le domande di un bambino

Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

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