Il Finale de I 400 colpi – Truffaut e le domande di un bambino

Andrea Tiradritti

Marzo 22, 2020

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Quello che chiude I 400 colpi di François Truffaut è forse il più celebre sguardo in macchina della storia del cinema. Dopo averne seguito i vagabondaggi, condiviso le sofferenze e ammirato i ribelli slanci vitali, siamo smascherati dagli occhi di quel bambino sul quale pensavamo di essere invincibili. L’attimo che incrocia le nostre vite con la sua ci intrappola in un disagio spiazzante. Ciò di cui siamo stati testimoni fino a quel momento squarcia la parete che ci proteggeva e ci scaraventa nudi nella bufera. Antoine Doinel si gira verso di noi, rivolgendoci domande a cui non sappiamo rispondere. Dura un attimo, ma il nostro silenzio pesa come fosse eterno. Un violento zoom ingrandisce il suo sguardo corrucciato, poi una scritta bianca gli irrompe sul viso. FIN.

È lo schiaffo finale al termine di un viaggio ricco di tenerezze e malinconia. Ma cos’è che ci domanda questo giovane ragazzo interpretato da Jean-Pierre Léaud, scelto all’epoca da Truffaut per quanto gli ricordava se stesso da bambino e diventato nel tempo una sorta di estensione ideale, magica e assoluta, attraverso cui proiettare la sua intera esistenza sullo schermo?

Cosa ci chiede Jean-Pierre Léaud nel finale de I 400 colpi di Truffaut? Per scoprirlo dobbiamo correre con lui verso il mare.

Truffaut e la sua troupe sul set de I 400 colpi

Infanzia in rivolta, I 400 colpi

Per scoprirlo bisogna conoscere meglio Antoine, tornare indietro alla corsa verso il mare che anticipa quello sguardo e lo rende così potente. Antoine è un bambino come tanti a Parigi alla fine degli anni ’50. Dimostra curiosità e intelligenza, ma la scuola lo punisce e la sua famiglia non lo ama. Ogni suo sforzo di compiacere gli altri peggiora la situazione. Solo e arrabbiato verso un mondo che lo esclude, trova rifugio unicamente nella rivolta alle leggi e nello sberleffo alle convenzioni. Col suo compagno d’avventura René scappa al cinema o al luna park. Fuma, ruba e gioca a fare l’adulto perché non gli è consentito essere quello che vorrebbe. Ma il suo destino è segnato.

La madre lo rinchiude in un riformatorio fuori città dove è costretto a vivere sorvegliato e recluso. Il finale de I 400 colpi di François Truffaut racconta l’emozionante lotta d’emancipazione nei confronti di un sistema avverso e meschino, il miracoloso sopraggiungere del vento che sospinge la nave in salvo da una stasi all’apparenza incontrovertibile.

Cosa ci chiede Jean-Pierre Léaud nel finale de I 400 colpi di Truffaut? Per scoprirlo dobbiamo correre con lui verso il mare.

Jean-Pierre Léaud nei panni di Antoine Doinel – I 400 colpi

Sehnsucht e Romanticismo

I romantici tedeschi chiamavano sehnsucht quella dolorosa condizione di struggimento per la quale l’essere umano è necessariamente portato a desiderare ciò che è destinato a sfuggirgli. Inteso come ricerca di un indefinito proteso nel futuro, tale sentimento si addice bene allo spirito di un bambino sradicato dalla sua naturalità e abbandonato in un deserto nel quale le fantasie sono inaudite e i suoi aneliti ripetutamente negati. In questo senso, come slancio infinito e sofferente mancanza, Antoine Doinel si erge a eroe romantico del cinema francese. Un personaggio simbolo in lotta per la propria autodeterminazione e tonante punto di svolta nella storia della settima arte.

Attraverso di lui Truffaut si racconta e diventa autore, vincendo a Cannes nel 1959 il premio per la miglior regia e scardinando ciò che sembrava serrato. I 400 colpi è un esordio intimo e folgorante, una lirica sull’infanzia che ha la metrica del documentario e la lucidità di un saggio autobiografico.

François Truffaut e Jean-Pierre Léaud

Alla fine della corsa

La palla rotola fuori dal campo. Antoine batte il fallo laterale, ma si attarda sulla linea. Un attimo di indecisione, poi la scelta. Ora o mai più. Il bambino si allontana, striscia attraverso un’apertura della recinzione e inizia a correre. Un insegnante del collegio si accorge della fuga e lo insegue. Antoine continua a correre e non si ferma nonostante i richiami. Scavalca ostacoli ed evita inciampi. Quella corsa è il sacrilegio in movimento, la ribellione a un sistema coercitivo, l’utopica speranza di essere liberi.

Corre Antoine, corre verso un ignoto che lo attira e lo sommerge. Nessuno gli è più alle calcagna, potrebbe girare intorno al mondo se solo le gambe glielo consentissero. A un tratto il mare. La radura dirada e il ritmo s’acquieta. Con una grazia rivoluzionaria, Truffaut ci fa respirare l’immensità della natura e lo stupore di Antoine di fronte al sublime. Una dolce musica accompagna i suoi ultimi passi su una spiaggia grande come la Luna. Poi finalmente l’acqua. Lo sfiorare delle onde e la meraviglia di scoprirsi come possibilità e non solo come dovere.

Antoine Doinel – I 400 colpi

Ecco allora che Antoine, con quello sguardo, potrebbe chiederci come sia possibile diventare buoni adulti se non si è prima potuti essere cattivi bambini. Potrebbe domandarci quali strumenti siano offerti a un giovane per fiorire in un mondo regolato da oppressioni e aspettative. Infine, ci chiederebbe quanto ostica e impervia debba continuare a essere la strada prima di raggiungere il mare. Antoine potrebbe chiederci questo e molto altro, ma il finale de I 400 colpi di Truffaut non ce lo rivela. Forse perché in fondo non vuole chiederci un bel nulla, ma solo giocare e perdersi nella leggerezza della sua età mentre noi grandi continuiamo a rincorrerlo senza mai arrivare a prenderlo.

Leggi anche: Les 400 coups ( I 400 colpi) – La vita ha molta più immaginazione di noi

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