Cold War tra Eros e Thanatos – La necessità di un amore impossibile

Sabrina Pate

Marzo 29, 2021

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«Due cuori, quattro occhi

Che piangevano giorno e notte

Occhi neri che piangete

Perché incontrarvi non potete…».

(Dwa Serduszka)

Cold War di Pawel Pawlikowski, premio per la miglior regia al 71° Festival di Cannes, è la storia di un amore che nasce a note di musica, musica di gioia, ma soprattutto di dolore e ingiustizia, come mostrano i versi intonati dalla voce, dolce e straziante al tempo stesso, della giovane Zula che cerca tra la folla l’amore della sua vita, Wiktor, per scorgere infine un posto vuoto al centro del teatro.

Zula è una cantante dalle doti straordinarie che fa parte della Scuola di Musica di canto e ballo popolare, che poi diventa il famoso gruppo Mazowsze, nato nella Polonia comunista del 1949 per volontà del governo sovietico. A scoprire il suo talento è precisamente Wiktor, musicista e compositore, nonché direttore della compagnia, che resta folgorato dalla voce e dal volto di lei durante il loro primo incontro.

Cold War mette in scena il ritratto di un amore impossibile, attraversato dalle pulsioni avverse di Eros e Thanatos teorizzate da Freud.

Zula e Wiktor si professano amore eterno mentre sono distesi in un campo in Polonia

Wiktor, Irena e Kaczmarek percorrono le pianure deserte e innevate di una Polonia segnata dall’abbandono in cerca di canzoni folcloriche che rappresentano l’unica traccia di vite oppresse e sottratte. Allo stesso modo, quelle melodie struggenti salvate dall’avida morsa dell’oblio si ergono a icona anche di tutto ciò che resta di un amore tormentoso, passionale e coinvolgente quale è quello tra Wiktor e Zula, di cui non sono rimasti che ricordi evanescenti, come suggerisce la narrazione, che procede scandita da dissolvenze in nero.

Il loro non è un amore di parole, ma di sguardi e di silenzi.

La tragedia dei due amanti si mostra infatti più eloquente attraverso il non detto, il non portato tematicamente a espressione. Ciò che non viene inquadrato ma solamente suggerito, ciò che esprimono le canzoni che portano sul palco, comunica molto di più delle parole effettivamente pronunciate. Un posto vuoto nella platea, le mura di casa deserte, abbandonate dalla vivace presenza di Zula.

Il bianco e il nero in Cold War

Il silenzio che regna tra i due amanti è sinonimo, tuttavia, anche di una profonda incomunicabilità. Cold War è, infatti, un film sulla guerra fredda, e con ciò non si intende solo quella reale che ha macchiato a livello macroscopico il Novecento, ma soprattutto a livello microscopico, quella allegorica tra i temperamenti opposti dei due protagonisti.

Il mondo è frammentato in due grandi blocchi separati dalla cortina di ferro e il loro amore sarà un viaggio continuo che, prendendo le mosse dalla Polonia, giungerà nella Berlino est, per spostarsi nel blocco occidentale e assestarsi a Parigi, per poi infine tornare al punto di partenza, a quella terra che hanno abbandonato, ma che hanno continuato a portare nel cuore attraverso la musica, che è stata galeotta del loro stesso amore.

Così come i due blocchi si contrappongono, le anime in pena dei due protagonisti si cercano, ma si respingono anche e soprattutto. Ciò che li accomuna è il desiderio di confondersi l’uno nell’altra per sempre, eppure i loro caratteri si dimostrano del tutto incompatibili: lei troppo impulsiva ed esuberante, lui troppo remissivo e riservato.

Cold War mette in scena il ritratto di un amore impossibile, attraversato dalle pulsioni avverse di Eros e Thanatos teorizzate da Freud.

Zula e Wiktor percorrono le strade di Parigi

Cold War con il suo bianco e nero mette in scena precisamente due opposti che si attraggono e si completano, come lo yin e lo yang, dove l’esistenza dell’uno dipende dall’esistenza dell’altro.

Zula, dal volto angelico e i capelli biondo oro, solare e vivace, rappresenta il bianco, mentre Wiktor, tenebroso e affascinante, il nero. Zula è pragmatica e concreta, Wiktor un sognatore e un idealista.

È anche vero, però, che tra il bianco e il nero esiste tutta una scala di grigi, resi attraverso la splendida fotografia di Łukasz Żal. Con ciò Pawlikowski sembra suggerirci allora che le energie opposte e dirompenti dei due protagonisti si intrecciano a vicenda nel turbinio del loro amore, rendendone quasi impossibile una separazione. Per quanto siano lontani i due, il loro cuore e i loro occhi cupi, velati dal pianto, sono sempre rivolti all’altro.

L’amore che sboccia è come il fuoco sacro di una comunione spirituale tra due anime che si possiedono, ma si perdono anche costantemente, un amore impossibile che sfocia nel tragico, perché è questo l’unico modo per unirsi una volta e per sempre.

Zula: «Staremo insieme sempre e ovunque, fino alla fine del mondo».

Eros e Thanatos in Cold War

Cold War è un film attraversato da desideri e da mancanze: al desiderio di stare insieme si staglia dinnanzi perennemente la mancanza dell’altro, così come alla spasmodica volontà di indipendenza e libertà si contrappone un amore a volte talmente dirompente e tempestoso da soffocarli.

Questa dialettica incessante tra desiderio e mancanza di soddisfazione, amore e repulsione può essere letta alla luce della teoria della libido proposta dal padre della psicanalisi, Sigmund Freud, in Al di là del principio di piacere del 1920. Freud, infatti, in quest’opera ammette che accanto al principio di piacere opera anche un altro principio di segno opposto, autodistruttivo, una vera e propria tendenza di morte, che viene così a determinare i processi primari della nostra psiche.

Questa considerazione deriva dall’osservare che talvolta il paziente è posseduto da un desiderio masochistico di provare dolore, che non può essere spiegato dal principio di piacere. Queste due pulsioni, una pulsione di vita, che include le pulsioni sessuali e di auto-conservazione dell’io, e quella di morte, prendono il nome di Eros e Thanatos e si alternano nel cammino della vita fino a che non prevale la morte, che si rivela meta finale di tutto ciò che è vivo.

Cold War mette in scena il ritratto di un amore impossibile, attraversato dalle pulsioni avverse di Eros e Thanatos teorizzate da Freud.

Zula e Wiktor attraversano la Senna sul bateau-mouche

Eros diviene così la manifestazione emblematica dello scarto costituivo dell’esistenza umana, tra lo stato dell’organismo in un determinato momento e lo stato dell’organismo in un momento simultaneo e virtuale.

Quanto più i due vogliono essere vicini, tanto più i loro corpi si trovano lontani, quanto più rivendicano la loro individualità, tanto più si sentono soffocare dalla morsa dolorosa di un amore impossibile.

Alla pulsione erotica si affianca però inesorabilmente una pulsione ancor più originaria e che in definitiva è destinata a prevalere sulla prima, la pulsione di morte. Tale pulsione è presente in ogni forma di vita e rappresenta precisamente la tendenza a ritornare allo stato inorganico da cui quella sostanza una volta è emersa. Thanatos mira, cioè, da ultimo, all’assenza di tensione, al ricongiungimento con uno stato di quiete, che è in definitiva la morte.

Zula e Wiktor, presi dallo sconforto, progettano il suicidio

Questo è precisamente l’esodo compiuto dai due protagonisti. Per quindici anni della loro vita si sono rincorsi in una corsa sfrenata contro il tempo, venendo sballottolati da una parte all’altra del globo, e alla fine tutto ciò che desiderano è trovare un luogo in cui potersi amare e potersi appartenere nella calma dell’immortalità.

Zula è un mare in tempesta, si concede e si nega, come se la sua passione potesse essere alimentata solo da situazioni estreme, finché anche il suo spirito non regge più i colpi che le vengono inferti e chiede a Wiktor di portarla via da un mondo che non li vuole più, in cui si sentono costantemente fuori posto, e abbracciare mano nella mano l’eternità.

Zula: «Portami via, ti prego».

Wiktor: «Sono qui per questo».

Zula: «Una volta per tutte però».

Sadismo e masochismo in Cold War

I due finiscono così per soggiacere a queste due pulsioni in perenne contrasto. La pulsione erotica e la pulsione di morte si intrecciano in una danza sadica, portando alla luce come le azioni che appaiono essere più altruistiche e disinteressate siano in realtà mosse da uno sfrenato egoismo.

Allo stesso modo – se come sostiene Jean-Paul Sartre ne L’essere e il nulla, le nostre relazioni con gli altri hanno espressione unicamente in un orizzonte di sado-masochismo -, è possibile notare come le azioni dei due conducano sempre in queste due direzioni alternative, costituendo un’arma a doppio taglio.

La stessa pulsione di morte di cui parla Freud, d’altro canto, rappresenta esattamente la proiezione nel mondo esterno di un moto sado-masochista.

Wiktor compie innumerevoli tentativi per rendere la sua amata felice e integrarla nel contesto parigino bohémien nel quale si sente a disagio, affetta da una solitudine e un’incomprensione inconsolabile, incoraggiandola, ad esempio, a incidere un disco. I gesti di lui, apparentemente altruistici, agli occhi di lei appaiono, tuttavia, mossi da un irrefrenabile egoismo, in quanto celerebbero il meschino tentativo di elevarla alla sua altezza.

Zula gli confessa, infatti, di non essersi presentata all’appuntamento concordato per sgattaiolare nella Berlino ovest mentre i due si trovavano nella parte orientale per una tournée, perché presagiva che la loro storia non avrebbe funzionato in quanto non si sarebbe mai sentita alla sua altezza, costantemente seconda e inadeguata a fianco di una personalità così seducente e enigmatica.

Wiktor è sadico nella misura in cui ignora completamente i desiderata della sua amante. Di conseguenza, Zula, sebbene appaia come la più forte della coppia per la sua indole effervescente e vivace, finisce per incarnare un impulso masochistico e autodistruttivo mettendo in campo una profezia auto-avverante, prevedendo da una parte di non essere all’altezza dell’esuberante realtà parigina e dall’altra gli esiti fallimentari della loro convivenza.

La morte come unica possibilità di unione in Cold War

Così come Empedocle concepiva l’Amore e l’Odio in quanto forze cosmiche, causa rispettivamente dell’unione e della separazione, Freud parla dell’amore e della morte come due forze che si intrecciano costitutivamente nell’animo umano, spingendo verso direzioni contrapposte: l’amore aggrega, la morte divide, l’amore avvicina, la morte allontana. Eppure, sembra che i due protagonisti riescano a trovare quell’unione definitiva che tanto agognano soltanto nella morte.

La morte non viene così concepita come esalazione dell’ultimo sospiro vitale, un nulla cosmico nel quale la nostra anima si abbandona a peso morto, ma piuttosto come l’inizio di qualcosa di nuovo e sorprendente. È evidente a questo punto che i due confidino in una trascendenza, in un aldilà più ricco e fruttuoso della quotidianità imbarazzante in cui ci troviamo immersi nella vita di tutti i giorni, in cui tutto ciò che appare inspiegabile acquisirà finalmente un senso.

Zula: «Tu credi in Dio? Io ci credo».

Thanatos comporta così la soppressione della vita, ma con ciò anche la sua caoticità irrefrenabile, la sua mancanza di senso costitutiva, permettendo di evadere da un orizzonte dominato dall’irrequietezza, per raggiungere finalmente quella che Seneca definirebbe l’atarassia, uno stato di totale assenza di tensione e desiderio in cui conseguire la serenità d’animo.

Zula e Wiktor si sposano

Esausti da questo continuo peregrinare, i due intraprendono la via della morte, della quiete e dell’assenza di tensione. Mano nella mano attraversano la navata di una chiesa abbandonata che si erge così a rappresentazione emblematica del loro amore: i loro corpi portano impresse le ferite che si sono inferti a vicenda, direttamente o indirettamente, – come le dita amputate di Wiktor – al punto da sembrare giocattoli difettosi con cui non vuole giocare più nessuno.

Tuttavia, il loro amore per quanto sgangherato non ha perduto quella sacralità che lo contraddistingue, così come la chiesa custodisce ancora tra le sue macerie un alone di sacralità quasi mistico. Zula e Wiktor, così, finalmente si appartengono. Il loro è un amore talmente spirituale da non avere possibilità di esistenza in un orizzonte terreno.

Zula: «Adesso sono tua per sempre».

Dopo essersi giurati amore eterno, i due ingeriscono il farmacomedicina e veleno, poiché li porterà alla morte, che si configura tuttavia quale unica salvezza – che li indurrà al sonno eterno. La pellicola si conclude così ciclicamente: se i paesaggi iniziali erano desolati e impervi, la pianura incontrastata della loro terra natia che si staglia dinnanzi ai loro occhi adesso rassicura. Con lo sguardo ricco d’amore e di speranza, Zula e Wiktor procedono così mano nella mano verso l’orizzonte, pronti ad appartenersi l’un l’altra per l’eternità.

Zula e Wiktor contemplano l’orizzonte mano nella mano

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