Il mito di Prometeo – Dalla mitologia greca al cyberpunk

Alessio Briguglio

Maggio 19, 2021

Resta Aggiornato

La storia del Titano Prometeo è la storia di un crimine. La storia di un reato, commesso ai danni dell’entità più potente della terra. È anche la storia di una condanna ingiusta e vendicativa, inflitta da un sovrano arrabbiato. Un mito costruito e raccontato, proprio come nel caso struggente di Antigone, per puntare un faro sulla questione etica e legale.

Già prima di Cristo, in alcune aree del Mediterraneo, era ben chiara la non perfetta sincronizzazione tra giustizia e legge vigente. Un archetipo didascalico che ha scandito il ritmo dell’esposizione della problematica, donando al giusto Titano Prometeo un’immortalità tra le più nobili all’interno della mitologia classica. Egli, infatti, rientra tra le poche figure senza ombre della tradizione greca, in grado di perseguire il bene per il bene, mediante una condotta praticamente priva di egoismo.

Prometeo

Il Titano Prometeo ruba il fuoco

Secondo la tradizione ellenica riportata da Eschilo, nel tempo in cui esistevano gli dei, esisteva già il mondo. Un mondo deserto e forgiato nel conflitto, abitato da divinità potenti e già stanche. Divinità veterane della grande guerra contro i Titani, le possenti forze primordiali che regolavano la vista sulla terra prima della vittoria degli Olimpi, guidati dai fratelli Zeus, Poseidone e Ade.

Esisteva anche l’umanità. Un’umanità archetipica e primitiva per certi versi, traumatizzata da un’ancestrale guerra per il trono del mondo di cui, a malapena, aveva decifrato gli schieramenti. Proprio per impedire che si estinguesse la specie umana, occorreva rifornire anche l’uomo di doti e capacità che gli permettessero di prevalere su una natura ancora, del tutto, ostile. Il compito fu affidato a due titani, fratelli anche loro, che avevano scelto lo schieramento “giusto” durante la guerra e che ora partecipavano alla nuova gestione delle cose.

Il più grande era Prometeo, colui che comprende prima. Il più piccolo Epimeteo, colui che comprende dopo.

Lo stesso Zeus, data la stima che riponeva in Prometeo, diede l’incarico al titano di forgiare l’uomo. Prometeo lo modellò dal fango e lo animò con il fuoco divino. Epimeteo, però, come intuibile dal nome impetuoso e superficiale, aveva esaurito l’arsenale messo a disposizione dal potente Zeus, quale artigli, zanne, forza, velocità, aculei, spine e veleni, donandolo senza parsimonia a flora e fauna prima che arrivasse il turno degli umani. Un’umanità che adesso si trovava inevitabilmente vittima di una sbilanciata assegnazione di risorse militari. Scaltro e abile, Prometeo era intenzionato a colmare il divario che esponeva l’uomo al resto delle entità biologiche presenti sul pianeta.

Aspettò, dunque, che calassero le tenebre e salito sulla cima del monte Olimpo, entrò di soppiatto nella casa di Atena, la figlia di Zeus, nata dalla mente del dio. Altre versioni del mito, invece, raccontano di un’alleanza con Atena, anche lei una sostenitrice storica del genere umano. La dea possedeva, su tutte, due qualità. Due doni che Zeus si era ben guardato dallo spartire con le creature terrestri, poiché degne solo di un dio. Memoria e intelligenza che una volta ottenute, in un modo o nell’altro, erano ora destinate a favorire l’uomo.

Le tenebre notturne lo proteggevano ancora e Prometeo era pronto a dare il meglio di sé. La sua intenzione era rimediare, davvero, all’ingiustizia subita dagli uomini e per riuscirci sapeva di dover commettere un ulteriore furto.

Doveva fornire al genere umano una risorsa che fosse il concime tecnologico e militare perfetto. Ai piedi della montagna degli dei, scavata in una vasta caverna, c’era l’officina di Efesto, il dio fabbro, che con il fuoco, senza sosta, fabbricava armi e strumenti. Su tutti, i fulmini che, furente, Zeus scagliava contro i suoi nemici.

Nella fucina di Efesto il fuoco ardeva giorno e notte, senza sosta. Una inesauribile fonte di luce per gli operai che entravano portando sulle spalle i pesanti blocchi di minerale dai quali altri operai, instancabili, continuavano a forgiare armi e strumenti durante il sonno di Efesto. Prometeo entrò nel laboratorio pieno di fumo, dove il fracasso dei colpi era assordante e il caldo intollerabile, gli operai erano troppo intenti al lavoro per badare a lui. Così il titano, afferrato un grosso tizzone fiammeggiante lo conficcò nella punta di una canna e ritornò rapidamente sulla terra. Qui, generosamente, diede agli uomini l’intelligenza, la memoria e il fuoco. Quando, il mattino dopo, Zeus vide brillare sulla terra i fuochi accesi dagli uomini, fu preso da una furia incontenibile. La furia di un dio.

Per prima cosa chiamò i suoi luogotenenti più devoti, Potere e Violenza, ordinando loro di catturare Prometeo e di inchiodarlo, mani e piedi, a una roccia solitaria su una delle cime più alte dei monti del Caucaso. Prometeo incatenato, senza invecchiare né morire, per migliaia di anni, ogni giorno subiva l’attacco di un’aquila, animale totem di Zeus stesso. Il rapace straziava le sue carni coi suoi artigli e con il suo becco adunco, riprendendo il volo solo una volta saziatosi del fegato o, a seconda della versione del mito, del cuore del Titano.

Gli organi e le ferite guarivano durante la notte, così che la tortura del condannato potesse ricominciare il mattino seguente. La storia di Prometeo ha, però, un lieto fine. A un certo punto, dopo migliaia di anni, Eracle figlio di Zeus andò a liberarlo, trafiggendo l’aquila con una delle sue frecce e spezzando le catene che lo costringevano alla roccia.

prometeo

Eracle libera Prometeo

Il concetto cardine del mito, per cui un demiurgo sacrifica se stesso per il bene del genere umano, ha trovato terreno fertile nella cinematografia. Una liberazione lungi dal rimanere “passiva”. L’intervento eroico è mirato a fornire gli strumenti della liberazione ai sottomessi, potenziandone capacità e conoscenze, non ponendosi unicamente come frangiflutto davanti all’ingiustizia. Proprio come tutta la sterminata narrazione eroica mitica ed epica, una volta entrato nelle sale Prometeo non ne è più uscito. Giustamente.

Il palcoscenico contemporaneo rischia di concentrare il parallelismo sul genere supereroico. Ma ciò rappresenterebbe un approccio parziale e limitato a un’area artistica, innanzitutto non nativa del linguaggio cinematografico e, in secondo luogo, deliberatamente di derivazione mitologico-cavalleresca.

Ben più interessante, dunque, è analizzare il forte legame del mito di Prometeo con la fantascienza, prevalentemente cyber punk.

Un genere che su tutti ha forgiato nuove divinità, incoronato re e regine di nuove religioni, fornito veri e propri sistemi sociali irrorati di nuovi miti e nuovi eroi. Un genere, oltre che dai lavori di Gibson e Sterling, debitore dalle opere di Bradbury, Orwell, Huxley e P.K. Dick.

Non solo “banalmente” adattandone racconti e romanzi, ma facendo proprie dinamiche profondamente e paradossalmente antiche. Passando in rassegna la cinematografia degli ultimi trent’anni, esistono alcuni prodotti che meglio di altri hanno saputo valorizzare, più o meno consciamente, il canone mitologico modellandolo su esigenze contemporanee grafiche e rappresentative. Pietre miliari, della nuova fantascienza, che raccontano storie feroci di Olimpi regnanti e Titani ribelli.

prometeo

Il mito di Prometeo raffigurato

Matrix (1999)

Thomas Anderson, non a caso “figlio dell’uomo”, in Matrix è indubbiamente l’apice di questa gerarchia relativamente giovane. Impiegato modello di giorno, hacker di notte con il nome di “Neo”, una volta braccato da quelli che sembrano agenti federali, viene “liberato” da un gruppo di sovversivi. Entrerà in una spirale di rivelazioni asfissianti. La realtà che lo circonda è programmata da macchine senzienti che coltivano umani come polli in batteria. L’opera delle sorelle Wachowski è diventata, anche, manifesto politico e filosofico di fine millennio.

La storia del sig. Anderson ha incardinato nella cultura popolare il culmine del movimento che sarebbe sfociato nel crittoanarchismo più recente. L’eletto, che con il proprio sacrificio libera l’umanità dal dominio delle macchine, non può che richiamare il prestigioso archetipo mitologico. Come le divine entità robotiche, al vertice della catena alimentare di quel mondo, Neo è in grado di plasmare il sogno condiviso in cui abitano gli uomini. Una caverna di Platone, non solo da cui fuggire, ma da radere al suolo. Neo intraprende un viaggio di autoconsapevolezza doloroso e profondo, un sentiero di inevitabile solitudine, proprio come quella patita da Prometeo.

I clienti notturni di Neo

Minority Report (2002)

La parabola narrativa di John Anderton in Minority Report entra appieno nel discorso. Partecipe del governo “divino”, in quanto membro delle forze dell’ordine, John è aiutato da Agatha, divinità a tutti gli effetti, in quanto una dei tre Precog, (precognitivi), regolatori della giustizia di quel determinato universo. Tre fratelli che con i loro sogni, incubi forse, vivono l’eco di delitti futuri, identificandone i colpevoli. La condotta integerrima di Anderton subisce una brusca prova del nove la mattina in cui il suo nome viene indicato come quello del futuro assassino di un uomo che nemmeno conosce.

L’agente scopre, così, il dubbio etico legato alla possibile fallibilità dei Precog che, anche etimologicamente, proprio come Prometeo “vedono prima”. A prescindere dal compimento dell’arco narrativo, ciò che scaturisce dalla ricerca di John è indubbiamente un conflitto con le istituzioni. Un attacco all’efficiente ordine costituito, portato avanti proprio da uno dei paladini del re.

Minority Report

Equilibrium (2002)

Discorso del tutto analogo per il John Preston di Equilibrium, un prodotto dagli evidenti echi orwelliani che è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel congestionato palcoscenico distopico. Le istituzioni per cui presta servizio, come soldato scelto John, hanno “risolto” i sempre attuali problemi dell’odio, della violenza e della guerra, bandendo le emozioni e gli stimoli in grado di provocarle. L’assunzione giornaliera di Prozium, farmaco di Stato, omologa i cittadini in un’artificiale apatia. La pena per i trasgressori è il rogo.

John è parte integrante di questo governo che reprime, soffoca e anestetizza il dissenso. Come Prometeo ha visto la proprio famiglia colpita dal provvedimento dell’autorità. La moglie, dissidente emotiva, è stata condannata al rogo, la pena di evidente derivazione inquisitoria riservata ai trasgressori. Capita che un giorno la dose di Prozium destinata a John vada perduta. Via via che il torpore svanisce John riprende una consapevolezza di sé e, vista la crepa, il dissidio etico lo obbliga a una furente discesa in campo. Un sacrifico, un attacco al palazzo del potere in grado di fornire una possibilità ai ribelli.

John Preston e il Potere

Altered Carbon (2018)

In Altered Carbon, clonazione e intelligenze artificiali sono parte integrante del quotidiano. La rivoluzionaria tecnologia che permette agli esseri umani di essere praticamente immortali, in questo universo, consiste semplicemente nel trasferimento della propria identità, alcuni preferirebbero anima, da un corpo all’altro, una volta che il proprio corruttibile involucro organico smetta di funzionare. Ricordi e coscienza di ciascun individuo possono, quindi, essere trasferiti attraverso un innesto sulla nuca. Corpi che sono ormai solo contenitori di dati volatili, gusci.

Ovviamente, tutto ha un prezzo e, ovviamente, non tutti possono pagarlo. Tale sviluppo biomedico, ha radicato la differenza tra le caste. La working class è costretta ad accontentarsi di quello che, in caso di morte, può offrire la propria assicurazione o le proprie tasche. Poi ci sono i cosiddetti Mat, (Matusalemme), i multimiliardari che vivono, ormai, da secoli. Per loro sono predisposti dei cloni, pronti a ricevere un backup dei dati del proprietario in caso di eventi tragici. Per sempre.

In questo futuro, per indagare, da indipendente, sulla morte di una di queste divinità viene risvegliato Takeshi Kovacs anche lui operatore delle unità speciali, con un passato da ribelle, rimasto senza involucro per più di duecento anni. In cambio della risoluzione del mistero gli viene promessa ogni tipo di ricchezza e la grazia per i crimini commessi in passato. Il soldato impiega davvero poco per tramutarsi nel Prometeo di questo mito e ingaggiare la propria personale guerra all’olimpo, proteggendo un pezzo di quello che resta dell’umanità.

“Altered Carbon” è un racconto cyberpunk in salsa noir

Ora, il minimo comune denominatore di queste opere è indubbiamente l’azione delittuosa, il reato, commesso da un agente appartenente ai ranghi dell’autorità vigente. Qualcuno che si faccia carico della battaglia, efficacemente preparato, temprato nel corpo e nello spirito per tuonare contro un prepotente potere dominante.

Prometeo è un titano, potenza ancestrale dello stesso rango degli olimpici, così come Takeshi, Thomas e i John risultano strutturati prodotti di potenza governativa.

La rivoluzione, dunque, non parte da elementi esterni, non assistiamo a minacce eterogene rispetto al potere costituito. Come nel pensiero marxista, il dissidente è generato all’interno della stessa classe dominante che, ancora prima di emanciparsi, reagisce. Non è però una classe ad assegnare il colpo decisivo all’altra, ma lo sforzo, il sacrifico, non a caso “titanico”, del campione. Questa cornice narrativa rende ancora più evidente quanto anche il contesto istituzionale risulti sorprendentemente comune. Un vero e proprio cancro, dal punto di vista dell’organismo.

Al contrario di quanto raccontato nel mito di Sisifo, celebre discendente dello stesso Prometeo, l’atto delittuoso è posto in essere non per arricchirsi o procurarsi un vantaggio ma, solo e soltanto, per la liberazione della specie. Certo le esigenze stilistiche, narrative e i dogmi del genere obbligano all’inclusione di parziali spinte personali. Risulta plausibile, però, sostenere come anche la narrazione del mito originale, se venisse narrata oggi, lavorerebbe in tal senso.

Chi non lo troverebbe interessante? Prometeo è rimasto proprio così insensibile rispetto allo sterminio della propria famiglia? Possibile che, davvero, fosse soddisfatto della nuova gerarchia? Possibile che non abbia provato, anche inconsciamente certo, quel sottile, dolce e ardente piacere nel minare il trono usurpato alla sua stirpe? Personalmente, sono molto curioso delle risposte.

Leggi anche: La Mitologia in Westworld – Ford, il Prometeo contemporaneo

Autore

  • Alessio Briguglio

    ''Asciugai le mie lacrime e armai i miei timori
    di diecimila scudi e lance''.
    William Blake

Share This