Shiva Baby (2020) rappresenta uno dei migliori esempi di come l’estetica cinematografica contemporanea stia mutando in relazione alla rinnovata esigenza di contenuti. Il film è diretto da Emma Seligman, regista canadese classe ’95. L’età della Seligman, assieme ai contenuti che il film propone e la forma con cui li esprime, è importante per affermare che ci troviamo davanti a un film manifesto di una generazione. Prima di osservare più nel dettaglio l’opera, è opportuno premettere brevemente un punto fondamentale.

La protagonista durante la cerimonia
Non è questa la sede in cui discutere intensamente sul rapporto tra cinema e realtà, però si può certamente affermare come nel corso del secolo scorso una grande parte della realtà sociale e storica sia stata espressa dalla settima arte. I cambiamenti culturali non sono mai passati inosservati agli autori e spesso abbiamo visto scontrarsi diverse concezioni di fare cinema. Il motivo è semplice, i cambiamenti intrinseci nel sistema sociale hanno nel tempo richiesto nuovi modelli estetici ed espressivi. Questo ha portato ad assistere a numerosi casi storici in cui uno specifico film poteva essere considerato il manifesto di un nuovo modo che la generazione chiamata in causa aveva di appropriarsi dei mezzi di cui il cinema disponeva.
Mi limito a riportare uno degli esempi più famosi ai quali Shiva Baby può essere accostato: quello de Il laureato. Nel 1967 questo film si è fatto portavoce di una generazione di giovani, impietriti di fronte all’incertezza del domani, soprattutto rispetto alle aspettative sociali riguardanti l’urgenza di farsene carico. Ecco allora che un neolaureato risulta abulico alla vita, svuotato di ogni volontà, frenato dalla consapevolezza di un mondo dal quale sentiva inevitabilmente un distacco. Cambiano la storia, cambiano i valori, cambiano gli uomini, le generazioni. Cambia il cinema.
Shiva Baby è un film che ha come contesto l’ambiente ebraico americano, più volte visto al cinema (basti pensare alla filmografia di Woody Allen), ma invece che direzionare il film verso l’inadeguatezza dell’aderenza religiosa per una giovane venticinquenne, il film crea un contrasto molto più grande. Danielle è una giovane ragazza che si ritrova a partecipare alla cerimonia dello Shiva che, nella cultura ebraica, indica la settimana successiva alla sepoltura di un caro.
Quasi la totalità del film sarà ambientata nella casa dove si tengono i festeggiamenti, popolata da anziani intrisi di cultura ebraica. La loro età, il contesto in cui questa gente è storicamente e culturalmente cresciuta porta Danielle a esserne totalmente estranea. Sua madre sembra comprenderla, a differenza del padre il quale, al pari di tutti gli altri adulti, cerca in ogni modo di creare delle conversazioni di cortesia con lei, provando a capire vari dettagli della sua vita.

Danielle con i suoi genitori
Fino a qui tutto fa pensare esattamente allo schema visto ne Il laureto: là dove le domande sul futuro e sulle responsabilità, sul lavoro e sulla realizzazione facevano cadere Benjamin Braddock in uno stato di apatia totale verso il mondo in cui si accingeva o rischiava di entrare, qui la linea ironica è più sottile.
Oggi il 1967 è lontano, anche se poi non così tanto, abbastanza tuttavia da far sì che la critica e l’espressione che Shiva Baby cerca di raggiungere passi attraverso un filtro diverso. Come Danielle afferma con difficoltà nella pellicola, durante uno dei numerosi tentativi da parte di lontani parenti di capire cosa lei faccia nella vita (si occupa di studi di gender), il femminismo non è ciò di cui si occupa, ma il filtro con il quale guarda ciò di cui si occupa e la vita stessa. Danielle non ha una risposta, così come non ce l’aveva Benjamin, solo confusione. Anche se più consapevole.
Qui si aggiunge l’incapacità di una generazione adulta di comprendere il fatto che, a oggi, il mondo dei giovani realizzati a vent’anni, dei giovani desiderosi di scalate sociali e carriere arriviste, dei giovani che mancano di occuparsi della realtà e di sé stessi, sta scomparendo. A nulla valgono i tentativi di suo padre di trovarle un lavoro o inserirla da qualche parte chiedendo a tutti gli invitati durante lo Shiva. Lei alza gli occhi al cielo, incapace o inerme di fronte alla voragine di differenza di pensiero che la separa dagli altri.
Danielle quella realtà cerca di evitarla, l’idea di spiegare cosa possa essere lo studio di gender, oppure l’idea di rivelare la sua disinibizione da dogmi legati alla sessualità alla schiera di scheletri bigotti che si vede davanti le sembra difficile. Un combattimento contro i mulini a vento. A ciò si aggiunge il fatto che alla cerimonia si presenta anche Max, lo sugar daddy di Danielle. Con il termine sugar daddy si intende la pratica per cui una giovane ragazza offre prestazioni sessuali a un uomo più adulto in cambio di mantenimento finanziario. Dopo questo incontro inaspettato il film cambia tono e accresce la suspense grazie a degli accorgimenti tecnici e alla sceneggiatura brillante.

La prima sequenza del film ci mostra Danielle e Max poco prima del loro imprevisto incontro allo Shiva
Max non arriva da solo, viene raggiunto da sua moglie e sua figlia. Ovviamente Danielle non conosceva questi dettagli della vita di Max, così la Seligman sceglie di inquadrare tutto e tutti con primi piani e inquadrature strettissime. Questa tecnica è stata usata spesso nel cinema, uno dei casi più pregevoli è quello ottenuto da Sidney Lumet in 12 Angry men. Attraverso queste inquadrature, un montaggio ritmato, delle musiche esterne che riportano lo stato d’ansia della protagonista, il film riesce a creare un forte disagio. Il disagio in questione è però fumo negli occhi.
Risulta a prima vista facile pensare che quell’angoscia sia dovuta alla presenza di Max (in parte è anche così), tuttavia è il contesto nella sua totalità a creare l’enorme angoscia che accompagna noi e Danielle. Non dirò altro sulla trama di questo bellissimo film, chiuderò invece concentrandomi sul perché questa pellicola oggi risulti importante e necessaria.
La moglie di Max è una donna in carriera, ricca, inserita nel sistema capitalista che ingurgita tutto e tutti, lasciando nel disagio e nell’angoscia chi vuole prenderne le distanze o chi si sente diverso da un sistema che tende a eliminare le diversità. Danielle rifiuta una proposta di lavoro potenzialmente ottima per far carriera, ma non è quel che vuole. Abbiamo prima accennato al filtro col quale la protagonista guarda il mondo. La sua bisessualità non è esplicitata nel film, non c’è bisogno di una retorica che etichetti l’orientamento sessuale.
Questa è una delle più grandi innovazioni all’interno del film, un linguaggio cinematografico che evita di specificare e dare etichette là dove non risulta necessario. Come questo periodo storico urla a gran voce, la questione e l’interesse a proposito della teoria del gender è un’urgenza e il fatto che questo film ne sia un risultato e una forma di espressione fa ben sperare sul futuro del cinema.
Danielle mostra col suo corpo il suo linguaggio, direbbe Roland Barthes, e allora Danielle sfrega il suo linguaggio sul mondo. La retorica tossica che parla di responsabilità, come la «plastica, tutto un giorno sarà plastica» recitata a Benjamin ne Il laureato è la frase fatta con cui le generazioni passate, incapaci di comprendere i propri figli o nipoti, giustificano probabilmente la consapevole e frustrante incapacità di vedere nuove volontà farsi potenza. Danielle non ha un lavoro e ha venticinque anni, però conosce le sue priorità e ha il coraggio di metterle sul piatto quando necessario. Non china il capo davanti alla comodità di un futuro apparentemente roseo, ma poi grigio e cupo, in una piscina piena di denaro.
L’epoca del guadagno davanti all’essere umano è oggi in crisi, questo sembra volerci dire Shiva Baby, e abbiamo la possibilità di dire “no” a un mondo che si aspetta soltanto dei “sì”; abbiamo la capacità di sfregiare e provocare generazioni passate che sanno di aver sbagliato, conoscono il compromesso cui son giunte dopo anni di lotte che son terminate con la loro trasformazione in ciò che si combatteva. Il filtro del femminismo con il quale Danielle guarda alla società e alla storia è un filtro oggi quanto mai necessario, un filtro che vuol dire protesta contro un sistema.
Come il meraviglioso Happy together di Wong Kar-wai del 1997, Shiva Baby distrugge la retorica esemplificativa e imperante. Non cerca motivazioni o alibi dietro alla rappresentazione di un qualcosa che decisamente in maniera meno ricorrente viene vista al cinema: l’amore che non sia quello etero-dominante. Il fatto di giustificare o non rappresentare il “diverso”, là dove col termine si intende la diversità rispetto a un sistema dominante, è il corrispettivo di due passi indietro dopo averne percorso uno in avanti. Oggi, ancora più che nel 1997 e soprattutto molto lontano da Hong Kong, Shiva Baby rappresenta uno spettro sociale di cui il cinema finalmente sta tornando a farsi riflesso.
L’amore tra Danielle e Maya in “Shiva Baby”
Attraverso le immagini e attraverso il corpo si può infrangere l’uso tossico delle parole e i rigidi schemi di rigide menti, così come Danielle, che afferma sé stessa nei gesti più che nelle parole. Il gesto è volontà, ed ecco allora che nel climax di una sequenza magistrale un bacio dato lontano dagli occhi di tutti a Maya, nella sua probabilità allaccia un filo con tutti coloro che nella storia si sono sentiti diversi da coloro che ponevano le domande e attendevano delle risposte, rappresentando quel disagio con filtri diversi. Ecco allora che il vecchio mondo può solo osservare attraverso un vetro (a sua volta un filtro) ignaro di ciò che accade davanti a sé.
«Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin’.
Please get out of the new one
If you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’».(Bob Dylan, “The times they are a-changin”)
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