Musica. Cinque linee corrono parallele verso una direzione ignota. Cominciano a inarcarsi, a intrecciarsi, si abbracciano, si lasciano, corrono ovunque. Sembra lo schermo di un elettrocardiogramma, sembrano montagne. Rimbalzano cerchi pieni e vuoti, si arrampicano e poi si lasciano precipitare. Strano usare l’aggettivo “artificiale”, anche se il suono esiste già in natura e l’uomo non fa altro che cercarlo e combinarlo.
Artificiale. Strappiamo le ultime nove lettere in questa parola lasciando le prime tre, aggiungiamo una “e” e reagiamo alla complessità di questo vocabolo, che riesce a lasciarci indifferenti o sbigottiti. Relatività e soggettività sono i due filtri con cui ci facciamo attraversare dalla musica, che ci danno una chiara definizione che la musica una definizione non ce l’ha, o almeno non ne ha una. “Opera Aperta” scriveva qualcuno.
Cascate d’aria in assenza di forza di gravità, i respiri che ramificano sulle rughe appoggiate alla plastica dell’occhiale tondo di Igor’ Stravinskij che con la bacchetta non segue la musica, ma la musica muove la bacchetta, muove Stravinskij. La scoperta di questo compositore, avventurandosi nella sua opera, conseguenza dei suoi pensieri e della sua vita, che è in essa stessa la sua più grande opera. Stravinskij non ha creato musica, la musica ha creato lui.

Igor’ Fëdorovič Stravinskij
Il “Picasso” della musica “colta” ha generato con la sua personalità una nuova prospettiva nel modo di vedere il suono, e il modo in cui il suono esiste non attraverso l’uomo, ma attraverso sé stesso. L’umanizzazione della musica che nella sua inevitabilità ha portato alla creazione forse non voluta di limiti che compromettono il suo essere.
Stravinskij qui le dita le usa per guidare l’inchiostro su carta da dove far evaporare i suoi pensieri riguardo alla materia prima del suo mestiere. Ragiona sull’impronta dell’uomo nella dimensione musicale in cui lui si rifugia per riuscire a trovare il proprio presente e per riuscire a viverlo senza la contaminazione del passato e dell’avvenire. Il momento che si pietrifica in cui l’estasi anestetizza il caos dell’imperfezione della natura umana. Si trasforma in un orologio personale in cui per la prima volta possiamo decidere noi stessi del nostro tempo. La condizione che viene a crearsi è che la musica diventi un orologio, un ornamento che decori il tempo e che sia al nostro servizio, al servizio dell’uomo.
«La musica, la quale oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti».
(Arthur Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”)
Appiccichiamo parole su tutte le superfici musicali e già parlandone la collochiamo nel flusso del tempo. Strizziamo la musica come una maglia sudata e con la lingua dritta tentiamo di acchiappare più gocce possibili che sempre più lentamente cadono. La adattiamo alla nostra sagoma, tiriamo e stringiamo per adattarla.
Secondo Stravinskij la musica non ha mai avuto la pretesa di esprimere nulla e tutto ciò che sembra esprimere è un’illusione. Emozioni come felicità e tristezza sono date solamente dalla persona, ma non dal suono in sé. Se la musica venisse ridotta a questo sarebbe ben poca cosa. Sembra che esista solo attraverso il giudizio che se ne dà e non attraverso sé stessa solamente. La musica non deve essere viziata, deve essere libera dai nostri fili e dalle nostre imperfezioni. Dev’essere libera dal tempo e libera dalle nostre parole che tentano di costruire una comprensione obbligatoria che frana il terreno tra noi e lei.

Igor’ Fëdorovič Stravinskij
«La musica non deve esprimere nient’altro che sé stessa».
(Igor’ Fëdorovič Stravinskij)
Il pensiero di Igor’ Stravinskij è di estrema attualità in questo periodo storico in cui il tempo e le parole soffocano l’essenza della musica. È essenziale il ritorno a una visione primitiva della musica per riscoprirne il valore lontano dalle contaminazioni. Nella semplicità primitiva rifiorisce la totale libertà e un continuo ritorno alla verginità dell’orecchio. Come un neonato che viene al mondo in un teatro e appena alla luce, anche un po’ soffusa dei riflettori del palco, comincia l’introduzione de Le Sacre du printemps, il piccolo cosa sente?
La differenza tra una parola e una nota, l’estasi del mistero, di voler raggiungere l’anti-io. Il mistero ci rende sensitivi, ci rende diversi. La musica è mistero, è ciò che esiste e non esiste o che magari abita in un mondo diverso, in una sorta di iperuranio. La musica esprimendosi esprime la sua invisibilità, che genera il mistero dove muovendo l’indice tentiamo di ipnotizzarla.
L’adorazione della terra nel Sacre di Stravinskij pone la bellezza nella sua forma più tenera. Il pianeta ruota piano, le nostre palpebre spingono in basso, ci rendiamo conto di essere vivi e dell’esistenza della bellezza in ogni campo visivo da noi visitato. Con il procedere dell’opera tutto diventa più caotico, l’ambiente ondeggia come con l’afa. Il disorientamento curva il nostro flusso di pensiero che all’incontrario torna indietro, come se ci lasciassimo cadere dentro la nostra bocca, in caduta libera giù per l’esofago.
Tutto non è come sembra, tutto muta, non si ferma. Il caos regola il nostro essere, ma è nascosto, non si vede, mentre qui corre e scalpita, non riesci a guardarlo negli occhi. Tremiamo, siamo sconcertati, mai visto nulla di simile.
Etica e morale sono due donnole che si azzannano, hanno gli occhi rossi, per mordersi si abbracciano. Il colore è il nero, il rosa, il verde, il bianco, la tonalità è schizofrenica, le ballerine si strappano i tutù, ballano e ridono, urlano, agitano le braccia, vogliono volare. La parola “ordine” è superata, viene strappata dal dizionario, masticata e mandata giù.
La Sagra della Primavera distrugge ogni cosa, è un quadro che brucia dove non si riesce a intravedere ciò che è dipinto perché coperto dalle fiamme. Ma comunque continui a guardarlo, vedi la cenere cadere a terra e ritornare nulla. Tutto questo è il caos, tutto questo è appunto “una sagra”, tutto questo è la vita. Il Sacre come allegoria dell’esistenza, dove nulla è stabile nella sua instabilità. Un mondo terrificante, ma meraviglioso, l’uomo in bilico tra l’essere bestia e l’essere umano. Il caos che controlla e non controlla l’ordine delle cose. L’uomo che fugge da questo Eden malato per rifugiarsi nel nulla dove abita la musica, la ruba e la porta tra gli umani.
Siamo sempre stati attratti da ciò che non vediamo, dalle emozioni, da tutto ciò che sembra arrivare da un’altra dimensione che partorisce mistero. Il mistero dell’amore, dell’odio, della musica. Un’uomo delle caverne che osserva il fuoco appena acceso, il mistero del fuoco, strappato al nulla per farlo esistere. Ci rivela cose che non si vedono, abbiamo gli occhi chiusi, ma aperti. La musica è questo, è un mistero, il mistero del fuoco, della musica e il mistero della vita.
Stravinskij ladro che irrompe nel nulla portando via ciò che trova, che a contatto con il mondo porta il suo linguaggio che si scontra con il nostro. Per questo bisogna dimenticarsi del tempo, delle parole, bisogna solo osservare e aspettare che la musica parli a modo suo.
Mi torna in mente Decalcomania, l’opera di René Magritte in cui la sagoma prima esiste e osserva il cielo, e a fianco la sagoma è trasparente nello sfondo rosso, ed è riempita di cielo. Per venire a contatto con la musica bisogna diventare trasparenti, bisogna lasciarsi attraversare. Lasciate che la musica sia. E voi siate il nulla.

Decalcomania di Renè Magritte
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