«L’antico guerriero Senofonte aveva attraversato l’intera Asia Minore, e lo sa solo Iddio dov’era stato ancora, e tutto senza neanche una mappa […]. Marciare sempre avanti: è questo ciò che si definisce un’anabasi. È il riuscire a farsi strada in regioni sconosciute. Essere circondato dai nemici che stanno sempre lì in agguato, in attesa della prima occasione per tirarti il collo».
(Jaroslav Hašek, “Le vicende del bravo soldato Švejk durante la guerra mondiale”)

Consiglio per la prossima estate, va benissimo anche sotto l’ombrellone
Quando nel cinema contemporaneo assistiamo alle serrate narrazioni d’imprese militari portate a termine da soldati sganciati dietro le linee nemiche o persi in terre ostili e lontane, stiamo assistendo all’Anabasi. Stiamo guardando Senofonte.
La prima originale Anabasi risale al IV secolo a.C. e racconta della marcia verso il nord dei mercenari greci, assoldati da Ciro il Giovane, come vere e proprie forze speciali per detronizzare il fratello Artaserse II. Gli eventi, come in ogni storia che meriti di essere raccontata, sterzano verso l’imprevisto. Il resto della narrazione è la disperata marcia dei diecimila mercenari, in un territorio sconosciuto e impervio, circondati da popolazioni ostili e inseguiti dall’esercito nemico, guidato da Tissaferne, il generale tra i generali. Partendo dalla regione di Babilonia, attraverseranno l’Armenia per giungere a Trapezunte, sulle rive del Mar Nero; da lì, si spingeranno fino a Pergamo, dove, al seguito dello spartano Tibrone si imbarcheranno per la Tracia, tornando a casa.

La marcia dei 10.000
L’Anabasi è un diario di guerra in cui l’autore rievoca la tormentata ritirata dei mercenari, tra cui lui, attraverso le regioni dell’attuale Iraq e dell’Armenia, raccogliendo date, nomi, cifre e distanze con una precisione chirurgica tale da far pensare ad annotazioni prese nel corso del viaggio e rielaborate al momento della redazione del testo.
A dispetto di ciò, l’opera di Senofonte si allontana dall’obiettivo primario canonico del genere storiografico, tipicamente greco. Piuttosto che indagare e informare, l’Anabasi intrattiene il lettore quasi come farà secoli dopo il romanzo storico, mediante vicende più o meno romanzate e definendo i personaggi dal punto di vista morale. Senofonte, dunque, è autore di una storia avvincente, piacevole da leggere, ora come allora, in cui nonostante la sostanziale accuratezza, a colpire su tutto è l’esperimento narrativo.
Un esperimento tanto riuscito da gettare le basi di un intero genere, e non solo letterario, come già detto. Il cinema di guerra americano, a partire dal secondo conflitto mondiale, ha attinto a piene mani, più o meno consapevolmente, dall’avvincente marcia dei diecimila per tornare a casa. Non sono forse “anabasi” quelle dei protagonisti de Il Cacciatore, La sporca dozzina, Salvate il soldato Ryan, Behind Enemy Lines, Rescue Dawn? Non è “anabasi” ogni storia di soldati rientrati a casa attraverso difficoltà e avversità? Quante “anabasi” conserva ogni famiglia, più o meno romanzandole, all’interno del proprio focolare?

Il bronzo diventa incandescente in Medio Oriente
In effetti l’Anabasi ha il merito, più unico che raro, di plasmare allo stesso tempo il canone e l’alternativa.
Da una parte getta le basi per la narrazione romanzesca militare che, croce e delizia, ha caratterizzato la narrativa statunitense post bellica; dall’altra approccia i personaggi con un approfondimento, conferendo uno spessore inedito a ognuno di loro. Una profondità senza precedenti nell’esperienza narrativa del IV secolo a.C., ma rara anche sulla scena attuale del grande intrattenimento.
Due titoli su tutti, però, sviluppati quasi a mezzo secolo di distanza l’uno dall’altro, rappresentano esempi lampanti della potenza immortale e dirompente dell’Anabasi di Senofonte.
The Warriors – I guerrieri della notte (1979)

La lunga strada del ritorno nel 1979
I titoli di testa scorrono sui binari della metropolitana sotto i sintetizzatori della straordinaria colonna sonora di Barry De Vorzon. Lo spettatore viene a sapere dalle parole di un membro dei Warriors che Cyrus, capo della gang più influente della città, ha indetto nel quartiere del Bronx un raduno notturno tra le delegazioni delle bande che si spartiscono il dominio della città. Un prologo che sembra pronunciato proprio da Clearco di Sparta, capo riconosciuto dell’armata greca, per convincere i suoi mercenari a combattere al fianco di Ciro.
Ma la gang dei “guerrieri” viene tradita. Cyrus muore sul pulpito, proprio a un passo dalla sua vittoria, l’unione delle coloratissime bande che popolano il sottobosco della grande mela. La radio, la frequenza su cui sono trasmesse cifrate le notizie destinate ai criminali, urla il loro nome: sono stati i “guerrieri”. Lontani da casa, disarmati e braccati da forze dell’ordine e rivali, inizia il lungo e pericoloso ritorno. I Warriors solo con la loro “anabasi”.
Manifesto dell’iperrealismo del regista, I guerrieri della notte, già romanzo di Sol Yurick, racchiude in sé la struttura narrativa del film di guerra: i silenzi del western, l’avventura e l’inquietudine delle pellicole sulle bande giovanili tipiche degli anni ’70 e ’80. Il risultato è una grande nottambula epopea rock, in cui la violenza appare patinata contrariamente a quanto accadeva, negli stessi anni, nel crudo cinema contemporaneo. Niente sangue, infatti, né visibili conseguenze fisiche degli scontri che, così, acquistano l’eleganza grafica e coreografica di un musical.
Un film dichiaratamente ispirato a Senofonte, un parallelismo su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro da appassionati e critici. I Guerrieri torneranno a casa, imparando molto su di loro e sulle regole del mondo arrabbiato che abitano, oltre che sui compagni. Tuttavia, non so quanti di loro torneranno ad avventurarsi nel Bronx o, semplicemente, fuori da Coney Island.
Triple Frontier (2019)
Anche questa produzione Netflix attraversa i generi, e lo fa bene. Da thriller si snoda attraverso il cinema di guerra più puro per approdare al survival. Al centro della vicenda ci sono ex-commilitoni, tornati insieme per l’ultima, proverbiale, missione. Ex soldati che diventano mercenari, proprio come i 10.000 di Senofonte.
A differenza degli archetipi ellenici, però, non è il soldo di un regnante estero a muovere le loro azioni. Il piano, sulla carta, come sempre, dovrebbe essere piuttosto semplice: attraversare il confine, uccidere e derubare lo spietato vertice di un cartello della droga sudamericano, il “male” per eccellenza del cinema americano contemporaneo propagandistico. Sulla carta, però, è tutto abbastanza semplice, nell’esecuzione meno, ovviamente.

Mercenari e imprevisti all’estero nel 2019
Questa “anabasi” inizia una volta rubati i soldi e ucciso il cattivo, sotto gli occhi innocenti del figlio. Da qui, una lotta senza tregua contro la natura, gli inseguitori e lo straniero, con uno sviluppo più profondo e controverso del previsto. Sì, perché Triple Frontier nelle intenzioni di J.C. Chandor non è, ma soprattutto non vuole essere, un film machista e muscolare, pensato unicamente per intrattenere il proprio pubblico. In poco tempo cambia pelle, virando verso la riflessione, intima e necessaria, sugli effetti della guerra sulle persone, sul significato dell’essere soldato, su quanto sia difficile tornare da una missione portando a casa sé stessi.
Proprio come i personaggi di Senofonte, essere soldati comporta molto più che imbracciare le armi e indossare armature. Ci sono case, famiglie e vite che aspettano nelle proprie “polis”, e per i randagi il ritorno in patria diventa comunque denso di significato dopo aver assistito alla scomparsa di un commilitone, o aver tolto la vita a civili stranieri. Una morte che diventa occasione di crescita, una catarsi obbligata e terribile.
Nonostante alcune leggerezze, la pellicola conserva un’anima sincera, molto più acuta e interessante di quanto, paradossalmente, possa sembrare, dimostrando anche un certo coraggio nello sviluppo di una trama sempre sull’orlo del déjà-vu.

Guerra, cambiamenti e ritorno a casa
I nostri guerrieri si muovono dal punto A al punto B, dal Bronx a Coney Island, dagli Stati Uniti alla giungla sudamericana, dimostrandosi lealtà, preparazione militare e coraggio. Storie americane che sembrano, anzi, che sono, l’eco della fiera tradizione militare ellenica.
«Reparto, corpo, Dio e patria», citando il Jack Nicholson di Codice d’onore. Prima vengono i compagni, poi l’esercito, quindi le divinità, per i soldati credenti, infine il proprio paese. Lo sviluppo dei personaggi e i loro caratteri sono la forza di entrambi i film proprio come dell’Anabasi prima di loro. Dell’intero cinema di guerra, in realtà, che ha sempre posto l’accento sull’indissolubile spirito di corpo, in grado di instaurarsi tra esseri umani messi davanti alla morte e che, praticamente, possono solo affidarsi gli uni agli altri. Un genere non scevro da limiti e difetti tipici dei racconti romanzati e della propaganda in genere.
Ecco perché, nello specifico, le “anabasi” rappresentano il giusto compromesso in grado di rendere il prodotto fruibile, rimuovendo le citate barriere del genere, accedendo a una narrazione approfondita dei personaggi che lascia molto spazio all’analisi del “diverso”: non solo e non sempre nemico impersonale da sconfiggere, ma spunto di crescita e, spesso, risorsa per accedere alla salvezza.




