Billy Wilder – La festa è finita

Davide Ceccato

Dicembre 7, 2021

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Prima di convertirsi al cinematografo, Billy Wilder fu un giornalista. A un certo punto della sua carriera, per terminare un pezzo, volle intervistare Sigmund Freud, celebre per la sua ostilità verso quella categoria. Il futuro regista entrò nella casa dello psicanalista e, una volta presentatosi, Freud in persona gli chiese: «sei un giornalista?». Billy, dopo aver annuito, venne cacciato esattamente come accadeva a tutti i suoi colleghi.

Tuttavia ricorderà questo fallimento come uno dei momenti cruciali della sua carriera. Il rifiuto dal celebre psicanalista ebbe infatti quel gusto amarognolo e umoristico che in futuro comporrà gli spartiti visivi del Billy Wilder regista.

Sono gli anni del dopoguerra, dell’avvento del consumismo e di un accentuato conservatorismo, di una società che si sta ricostruendo, nonostante tenga sempre un lato in ombra. Tutto sembra sguazzare in un fangoso conformismo: la Guerra Fredda è agli albori e l’industria di Hollywood, in qualità di contenitore culturale e artistico, da un lato si adagia sul velo patinato e approssimativo che la circonda, dall’altro vede la creazione di anticorpi che occhieggiano sotto i tombini e dentro i muri delle case.

Si comincia a dare importanza al dramma psicologico e umano dei personaggi, a celebrare e denunciare l’imperfezione di un sistema che presenta delle problematiche.

Il cinema di Billy Wilder è una pallottola indirizzata alla zuccherosa industria cinematografica americana e alla società delle insegne.

La corsa all’egemonia economica e mondiale non ha tempo per le persone, che ruotano come ingranaggi. Proprio per questo il cinema diviene essenziale per rappresentare la realtà, come fosse uno strumento di resistenza che mostra il suo valore quando viene limitato.

In questo contesto, Billy Wilder usò la commedia per riordinare i cocci di un umanismo che bisognava evitare di lasciar volar via. In periodi particolari della storia ci si deve accorgere, dicendola alla Heidegger, di essere umani e non non-umani, con i propri difetti e le proprie paranoie.

La satira di Wilder è feroce e affascinante, e l’umorismo crea comicità nel momento in cui si presenta. Il retrogusto però è acido e ci mette un po’ a staccarsi dalla gola.

«Il riso è facile quando con burlesca grossolanità si sconci una figura o si faccia comunque ridicola violenza alla realtà».

(Luigi Pirandello, L’umorismo)

Billy Wilder
Billy Wilder

Billy Wilder fu un artista pienamente in contatto con il suo tempo storico.

Successivamente alla visione del suo film L’appartamento, durante la cena, disse che un racconto del genere non sarebbe potuto essere ambientato a Mosca, perché lì nessuno possedeva un appartamento tutto suo.

Nel film provoca la società fortemente puritana del tempo attraverso la complessità amorosa dell’impiegato Baxter e della sua amante Kubelik. Affronta temi come il divorzio e il suicidio che, se oggi sembrano innocui, all’epoca destavano scalpore, in un ambiente lavorativo opprimente e in un continuo compromesso.

Wilder sviluppa il tutto in una commedia a tratti divertente, ma che in realtà sgattaiola sotto le gambe del codice Hays, che all’epoca vietava al cinema di rappresentare ciò che era considerato immorale.

Con Viale del tramonto demolisce invece il divismo hollywoodiano raccontando, attraverso una narrazione fatta di flashback, la discesa agli inferi dell’ex diva Norma Desmond, intrappolata nel suo passato e smarrita nel presente, condannando un ambiente che ti prende e che ti butta quando non servi più. Emblematica è la scena finale in cui l’anziana attrice, all’arrivo della polizia, si comporta come se stesse andando sul set chiedendo un primo piano.

In una Hollywood malata, che ha anche attraversato la psicotica “caccia alle streghe” del maccartismo contro i presunti comunisti considerati spie sovietiche, Wilder infine si prende gioco della Guerra Fredda, del capitalismo e dello stesso comunismo in Uno, due, tre!, mostrandone con occhio critico e apparentemente leggero tutti i difetti. Durante le riprese del film la troupe incappò pure in un evento “insolito”: la costruzione del celebre muro di Berlino, che costrinse il regista a finire il film in separata sede.

Amo pensare che Billy Wilder non abbia mai smesso di essere un giornalista anche quando è diventato un regista. L’arte del raccontare attraverso la scrittura non si differenzia troppo dalla narrazione attraverso le immagini: in entrambi i casi l’autore denuncia qualcosa attraverso se stesso.

Billy Wilder, utilizzando un velo di ilarità e comicità, ha raccontato il mondo che osservava senza mai perdere la sua vena giornalistica.

Dopo la costruzione del muro di Berlino, Uno, due, tre! aveva un altro sapore, esempio di come l’opera cinematografica viva di vita propria con il tempo che scorre.

Scrive un giornale tedesco che ciò che per la Germania era disperazione, per Wilder era divertente. La risata era diventata smorfia e forse «la festa era finita», come urla Kirk Douglas in un altro film di Wilder, L’asso nella manica.

La festa è finita. Ma forse, in realtà, doveva ancora cominciare.

Leggi anche: Il maccartismo – Tra Charlie Chaplin, Orson Welles e Dalton Trumbo

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