È stata la mano di Dio – Sorrentino e i suoi occhi

Francesco Saturno

Dicembre 15, 2021

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È stata la mano di Dio è il nuovo film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale cinema il 24 novembre 2021, e da oggi anche sulla piattaforma Netflix.

Il regista napoletano ritorna questa volta – dopo l’ultima sua opera, The New Pope (2020) – sugli schermi delle sale (che tanto ci erano mancate causa Covid-19) con un film intimistico e personale.

è stata la mano di Dio
Paolo Sorrentino allo stadio di Napoli Diego Armando Maradona

È stata la mano di Dio – Un’evoluzione nel cinema di Sorrentino

Il nuovo film di Paolo Sorrentino ci mette di fronte all’evoluzione del suo cinema. Praticamente impossibile non fare paragoni con i suoi film precedenti o dimenticarsi del parallelo con un altro genere di napoletanità portata sugli schermi negli ultimi anni.

Parlare di Sorrentino, ormai, è come commentare un mostro sacro: dal momento del suo ingresso nella hall of fame del cinema, consacrato a partire da La Grande Bellezza (2013), Sorrentino sembra aver dato volto e nome a uno stile e a una poetica.

Il suo talento magistrale, il suo stile unico, la sua regia spiccatamente dal gusto italiano e la sua capacità artistica e narrativa sono tutti elementi che si sono continuamente intrecciati in questi anni, andando a formare la visione di un regista capace di rappresentare e raccontare, come nessun altro, le pieghe più o meno nascoste dell’esistenza umana.

Da un lato, quest’operazione Sorrentino la compie attraverso l’eredità che gli hanno lasciato i suoi padri – non si dimentichino gli ormai passati dibattiti su La Grande Bellezza, a proposito del parallelismo con La Dolce Vita di Fellini (1960) –, ma anche attraverso un movimento di superamento di quest’eredità.

Il regista napoletano lascia lo spettatore nello stupore di un cinema, a suo modo, nuovo, capace di inscenare il grottesco e il profondo della vita, in bilico tra eleganza estetica e finezze di sostanza; al crocevia di un cinema che potrebbe prendere una deriva piuttosto che un’altra, Sorrentino sceglie di seguire la strada dell’integrazione dei registri stilistici – e, tra forma e sostanza, appare chiaro che lui le prediliga entrambe.

È forse questo il tocco da manuale che lo rende un genio del cinema contemporaneo? È forse nella sua capacità di annodare il paradossale e il comico, il tragico e il drammatico, il sentimentale e il cinico che noi possiamo rintracciare lo slancio creativo di un’anima artistica che non si ferma di fronte a ciò che sembra chiedergli il pubblico?

Attraverso È stata la mano di Dio Sorrentino ci restituisce Napoli e la sua storia personale, in un film intimo e corale.
In foto Filippo Scotti (Fabietto Schisa), Toni Servillo (Saverio Schisa) e Teresa Saponangelo (Maria Schisa)

È stata la mano di Dio, in questo senso, è un film emotivo che imporrebbe diverse e ampie letture perché, nel multistrato di livelli da cui è composto, sfugge a un inquadramento da etichetta. Sfugge anche, per dirla così, da qualsiasi riduzionismo a film autobiografico o autoreferenziale. Il cinema diventa, tra le mani di Sorrentino, al contempo intimo ed estroverso, soggettivo e collettivo.

La spontaneità, Napoli e la speranza

In questa pellicola si ride, innanzitutto. Di quel riso che sa di ricordi, che è familiare, spontaneo. E ci si può commuovere anche, non solo perché c’è dolore – e lo spettatore lo può sentire vividamente – ma anche perché in esso è incluso quel mito della crescita che contrappone alle perdite e alle separazioni il movimento trasformativo di un cambiamento, per quanto doloroso esso sia.

Poi, che al centro e sullo sfondo ci sia la città di Napoli, questo arriva in maniera molto forte. La sua esplosività, la sua irriverenza e la sua tradizione passano, in questo film, in primo piano. È tutto restituito nella coltre sfumata e accesa dei colori di questa città, con il suo baluardo-totem, il Vesuvio, all’orizzonte, di fronte a un mare che grida per essere salvato e per salvare.

La riconosci subito, qui, Napoli: per qualcuno è casa, con i suoi sogni, le sue difficoltà, le sue contraddizioni, le sue bellezze, i suoi cieli ampi e celesti. Per qualcun altro è terra da cui scappare, per qualcun altro ancora è territorio a cui guardare, con un misto di curiosità e repulsione. Napoli è tante cose, e questo film, probabilmente, le inscena bene, restituendo allo spettatore anche quel senso di terrore che si può provare quando nella vita, di fronte al burrone dell’angoscia, ti può salvare solo la mano di Dio.

Di Maradona, morto circa un anno fa, Sorrentino riprende la visione mitica, quella che sfiora il religioso, quella che incarna il sentimento di speranza dei napoletani.

«Maradona mi ha insegnato ciò che dico nel film, cioè che la perseveranza è la piattaforma necessaria per coltivare il talento, però lui nel mio immaginario è una figura religiosa. Non è facile apprendere dalle figure religiose, sono degli unicum, gli insegnamenti si prendono più da persone che pensi di poter imitare. Maradona non era imitabile, ecco».

(Paolo Sorrentino)

Maradona è l’alibi, il colpo da guappo e da maestro che utilizza Sorrentino per mettere su una storia che lo riguarda da vicinissimo (È stata la mano di Dio è il racconto della sua adolescenza, periodo in cui perse entrambi i genitori) e che si sostiene sulla presenza di un altrove a cui poter guardare.

Si potrebbe pensare che, nella percezione dello spettatore, l’attenzione si sposti dalle vicende raccontate – a partire dalla presentazione della famiglia fuori dalle righe del protagonista – a quelle che invece non racconta, a quel luogo indefinito che ci fa avvertire la coscienza di una realtà che non si ferma laddove appare, ma che rimanda ad altro.

Arte. Settima Arte.

Attraverso È stata la mano di Dio Sorrentino ci restituisce Napoli e la sua storia personale, in un film intimo e corale.
La famiglia Schisa al mare

La famiglia e il nucleo degli affetti in È stata la mano di Dio

Nella figura di quella musa che è la bellissima zia, interpretata in modo mirabile da Luisa Ranieri, si rintracciano le forme di una femminilità che è salvezza e condanna, faro e interminabile viaggio eterno nella sua indecifrabilità e fascinazione.
Nel rapporto con quel fratello, vicino e lontano nel dolore e nel divertimento, rivive anche la portata di una famiglia che marchia inevitabilmente i suoi componenti e che riserva loro la possibilità di fare qualcosa di ciò che lascia.

Nella relazione con il padre (Toni Servillo, ancora una volta dalla recitazione encomiabile) e con la madre si sentono vibrare le corde di un affetto viscerale, purtroppo spesso dato per scontato.

Gli Schisa sono un nucleo familiare bagnato nella napoletanità degli anni Ottanta, vissuta, tra le altre cose, nella forma allargata della convivialità, tra estati ridenti nella costiera amalfitana e tristezze cadenti delle loro quattro mura di casa.

A un certo punto della trama, dopo che il giovanissimo protagonista Fabietto Schisa ha perso in modo drammatico i suoi genitori, lasciando lui e il fratello ormai da soli a dover fare i conti con la vita, c’è l’incontro con il regista Antonio Capuano. Il dialogo con lui è probabilmente indicativo di qualcosa che non solo è stato importante nella vita di Sorrentino, uomo e regista, ma anche del valore insito nell’incontro con il limite imposto dalla vita.

Fabietto è ormai solo, spaesato di fronte all’incomprensibilità di una realtà che si è fatta tagliente e dolorosa. E Capuano gli grida, dopo che il protagonista lo ha fermato all’uscita da un cinema per parlargli della sua ambizione di diventare regista, «non ti disunire». Frase che può essere letta in molte maniere – e ognuno, senza esegesi di sorta, ci trovi la propria – che sottolinea, però, nei toni e nei modi, una via per affrontare la realtà che non ha paura di aggredirla, ascoltarla e sfidarla.

«Non fate gli schizzinosi, amici cittadini, non cercate di forzare la natura, non fate gli evoluti del cazzo, non fate parlare i quattro libri noiosi e rilegati male che avete letto, la rissa è oggettivamente una cosa meravigliosa, è meglio di una scopata con la Carrà all’apice della sua comunicativa sessuale, quando si proponeva di darla da Trieste in giù. Chi dice il contrario sul concetto di rissa, è un imbottito di psicoanalisi e progresso che non andrà molto lontano. Neanche se tiene Freud come medico della mutua. La rissa è bella. La rissa è stupefacente. La rissa è la rissa».


(Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione)

A parte che probabilmente Sorrentino non ha letto mai così bene Freud, non ha forse tutti i torti.

Attraverso È stata la mano di Dio Sorrentino ci restituisce Napoli e la sua storia personale, in un film intimo e corale.
Fabietto in compagnia di sua zia Patrizia (Luisa Ranieri)

Tra inquadrature d’autore, scene intense e paradossali incontri, tra le strade di una Napoli che spicca, in questo film, per la sua compostezza e per la sua bellezza – al di là di quelle rappresentazioni che ne evidenziano altri aspetti certamente esistenti – È stata la mano di Dio si costruisce sul fascino del conflitto e ritrova un Sorrentino diverso eppure sempre uguale. I suoi occhi sono attenti, questa volta, più allo sguardo interiore e introverso che non a quello esteriore, verso l’esterno.

Anche se per qualcuno non è stato il Sorrentino che ci si aspettava, sebbene nella seconda parte il film si rallenti, rappresentando scene che forse potevano essere evitate, e anche se si può preferire, per quanto riguarda i temi trattati, a questo film altri dei suoi, non si può non riconoscere a È stata la mano di Dio il dono di portare avanti un cinema che non si ferma al cospetto della vita in quanto tale, ma che anzi la interroga, le chiede Verità e Requie, contemporaneamente.

E poi, se questo film è servito a Sorrentino per passare, come accade in modo diverso – ma complementare – al protagonista del suo film, il guado di una qualche linea d’ombra, noi lo possiamo riconoscere come necessario e inevitabile. Forse ci porta anche a ricordarci che, a volte, l’Arte serve a dialogare con qualcuno, eventualmente persino con chi non c’è più.

Che bel modo di farlo se sei Sorrentino.

«Chissà se, nell’aldilà, è consentito andare al cinema. Così mia madre potrebbe vedere la lettera che le ho scritto, attraverso questo film. La lettera che sosta tutti i giorni nell’anima dei figli diventati grandi. Dove scriviamo, col pensiero e con le parole che non abbiamo detto, quella meraviglia che è stata o non è stata, ma che sempre rimarrà nella nostra vita sentimentale, l’idea di meraviglioso».

(Paolo Sorrentino)

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Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

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