Aurora di F.W. Murnau – Tra desiderio, redenzione e amore

Alessia Di Rella

Dicembre 17, 2021

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Siamo nel 1927, Hollywood. Ad appena un anno dal suo trasferimento negli Stati Uniti, Friedrich Wilhelm Murnau, uno dei più grandi maestri dell’Espressionismo Tedesco, firma la sua prima opera su suolo statunitense: Aurora o Sunrise: A Song of Two Humans.

Sotto il protettorato artistico degli Studios Fox, Murnau, realizza una pellicola profondamente umana che – a discapito dello scarso successo al botteghino – gli valse quattro candidature e tre premi Oscar nel 1929: Migliore Produzione Artistica, Miglior Fotografia e Migliore Attrice. Nell’anno di nascita degli Academy Awards, Aurora si fece notare, incastonandosi per sempre nella costellazione dei film che hanno fatto la storia della settima arte.

Aurora
Janet Gaynor – Oscar alla Migliore Attrice per Aurora – e George O’Brien.

«This song of the Man and his Wife is of no place and every place; you might hear it anywhere at any time».

(Aurora, F.W. Murnau)

Un amore osteggiato dal desiderio, un legame minacciato da illusorie promesse: Aurora parla agli spettatori di ogni luogo e di ogni tempo, raccontando una storia vecchia quanto la specie umana. Una storia di desiderio mimetico, come la definirebbe René Girard.

Annoiato dalla moglie, dal figlio e dalla monotonia della vita contadina, un uomo subisce il fascino di una provocante ragazza di città, che lo induce a compiere azioni terribili per poter fuggire insieme e vivere la loro passione nella metropoli.

Aurora
La ragazza di città, interpretata da Margaret Livingston

La ragazza di città, rappresenta un modello di vita lussuosa, fatta di frivolezze e mondanità. Sfarzosità che nasconde, tuttavia, un’interiorità maligna, connotata dalla totale assenza di moralità ed empatia.

Come sostiene René Girard, filosofo del ‘900, se Dio è morto – come sosteneva Nietzsche – allora «gli uomini sono diventati dei gli uni per gli altri».

La ragazza di città, Aurora, incarna perfettamente quello che nel pensiero di Girard si definisce il mediatore del desiderio: in altre parole, il soggetto per cui, attraverso la cui mimesi, l’uomo inizia a desiderare un oggetto. In questo caso, la vita di città. Lo sfarzo. La passione disinibita. L’uomo è imbrigliato nella tela sanguinaria di questa dea spietata e ingannatrice.

Il desiderio di fuga dell’uomo di campagna viene forgiato dalla ragazza, al punto tale da spingerlo a compiere un atto ignobile per liberarsi dell’unico ostacolo per la sua realizzazione: la moglie dell’uomo.

«Il desiderio mimetico genera violenza».

(René Girard)

Aurora
L’orrore generato dalla violenza nei confronti della Moglie, porta alla disperazione

Con il pretesto di una gita su lago, il marito intende, sotto la spinta della ragazza di città, far annegare la propria moglie, facendo passare l’avvenimento come un tragico incidente.

Ma proprio nel momento di compiere l’atto scellerato dell’uxoricidio, l’uomo prende coscienza dell’atrocità di quell’atto. Il tempo sembra fermarsi: l’uomo immobile fissa il vuoto, le mani della moglie, terrorizzata, non si smuovono dal suo volto.

Approdati a riva, la donna cerca in tutti i modi di scappare dal marito che la segue implorandole di perdonarlo. Fiori, prelibatezze, promesse di amore non smuovono la donna, ancora raggelata dall’orrore.

Eppure, la violenza subita dalla Moglie non la porta ad una ricerca di vendetta, bensì alla commiserazione del proprio Marito.

Il Perdono in chiesa
Aurora – Il perdono in chiesa

Dalla commiserazione al perdono

Il Perdono, emblematicamente, avviene presso una chiesa nella quale si sta celebrando un matrimonio. I due coniugi rivivono il loro sogno d’amore. L’uomo, come un peccatore, ricerca la redenzione tra le braccia di sua moglie.

Dalla perdizione alla redenzione, l’uomo di campagna riconosce la sua sposa per quello che è sempre stata: il vero oggetto del suo desiderio.

Attraverso questo atto di pietas, i ruoli del triangolo amoroso cambiano. Il Perdono prevale sulla vendetta, ribaltando gli schemi della storia e dell’interiorità del Marito.

Tutto ciò che ha sempre desiderato era sempre stato davanti a lui. Ecco che la sua venerazione si sposta da una dea maligna – la ragazza di città – ad una dea caritatevole, che condivide con lui lo stesso desiderio: l’amore.

«Una volta erano come bambini, senza pensieri…sempre felici e sorridenti».

(La Balia in Aurora)

Espiazione e ritorno alla spensieratezza

In un susseguirsi di scherzose scene, i due sposi, tornano ad essere i giovani e spensierati amanti di un tempo. L’uomo protegge la sua donna da ogni male, come una divinità. Mediatrice benefica del suo desiderio.

In un gioco di sovraimpressioni, vediamo la coppia vivere il loro sogno d’amore, incuranti del mondo che li circonda. Il braccio di lui stretto attorno a lei, non molla la presa neanche per un momento. I due amanti, con un ritrovata armonia, guardano al caos della città sognando la tranquillità delle loro praterie dove – come fiori in primavera – sbocciarono i loro sentimenti.

L’uomo comprende che il desiderio instillato dalla ragazza di città era pura illusione, un gioco di specchi e nulla più. Mimesi insensata.

Il ciclo eterno di amore e violenza

Cosa può accadere quando l’oggetto che desideriamo ci viene sottratto? Si scatena una tempesta di violenza.

Nel viaggio di ritorno presso la campagna, una tempesta rovescia tragicamente la barchetta dei due sposi in mare. L’uomo riesce a salvarsi, ma della moglie non vi è traccia.

Amore e violenza in Aurora
L’uomo di campagna si vendica sulla ragazza di città, una volta dea, adesso capro espiatorio.

Quello che un tempo era alleato, diventa ora un nemico da annientare. Aurora, pur non avendo colpa della sparizione della donna, deve essere punita per aver suscitato nell’uomo il solo desiderio di liberarsi di lei.

Dalla passione carnale alla violenza, due istinti di cui l’uomo non può fare a meno.

Ancora una volta, gli istinti più bassi dell’uomo di campagna, pronto a togliere la vita alla ragazza di città – le sue mani strette attorno al suo esile collo – vengono sedati dalla notizia del ritrovamento di sua moglie viva nelle acque del lago.

Il finale
L’uomo torna ad essere un buon padre di famiglia ed un devoto marito.

L’estromissione della ragazza di città dal piccolo villaggio di contadini e la ritrovata armonia familiare, porteranno ad un rinnovato equilibrio e ad un lieto fine che la vecchia Hollywood non poteva non regalare al pubblico pagante.

Nel villaggio di campagna torna l’armonia con la cacciata del capro espiatorio, rappresentato dalla ragazza di città, tutti si riuniscono sotto il disprezzo per un unico nemico e la piccola società può continuare a vivere in serenità.
Almeno – aggiungerebbe Girard – fino al prossimo conflitto.

«La violenza contro la vittima espiatoria, ponendo fine al circolo vizioso della violenza, dà avvio al tempo stesso a un altro circolo vizioso, quello del rito sacrificale».

(René Girard)

Leggi anche: Girard – Menzogna romantica e verità cinematografica

Autore

  • Alessia Di Rella

    "Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente!" - Little Miss Sunshine

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