Don’t Look Up – Una cometa grande come un virus

Matteo Melis

Gennaio 4, 2022

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Don’t Look Up – Una cometa grande come un virus

Da qualche giorno, esiste un film nel quale numerose folle appaiono unite dal motto «Don’t look up! Don’t look up!», riferito alla negazione di una cometa che, invece, è prossima allo schianto verso il pianeta Terra. Si tratta di fantascienza, avremmo pensato qualche anno fa, ma proprio quella scena appare come uno dei più fedeli ritratti della società odierna.

C’è poco di fantascientifico in Don’t Look Up (2021), il nuovo lavoro di Adam McKay, caratterizzato, invece, da una profonda vena satirica. La sua critica svela, stavolta, meno dettagli tecnici rispetto ai predecessori, allargandosi a macchia d’olio in un pessimismo oramai tipico per il regista.

Il film si apre presso un osservatorio dell’Università statale del Michigan. Kate Dibiasky, ricercatrice in astronomia, individua con grande soddisfazione una nuova cometa e informa tempestivamente il suo professore, Randall Mindy. Dopo l’euforia iniziale, i calcoli svolti dal professore rivelano un’inquietante verità: il corpo celeste, dal diametro di ben nove chilometri, colliderà certamente contro il nostro pianeta, sancendone la definitiva fine. I due, interpretati in modo eccelso da Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio, decidono, allora, di informare le alte cariche statunitensi dell’enorme pericolo che da lì a sei mesi avrebbe messo fine all’umanità.

Randall Mindy e Kate Dibiasky (Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence), protagonisti di “Don’t Look Up”

Tuttavia, Randall e Kate non hanno fatto i conti con dei nemici insormontabili: la società contemporanea e l’intero sistema mediatico.

Lo sappiamo, con il termine “società” non si sta indicando un’entità ben precisa. Difatti, McKay esamina per l’intera durata della pellicola ogni aspetto inerente al potere e alla comunicazione nel nostro mondo, passo per passo.

A livello contenutistico, questa è una tra le più grandi differenze con i due predecessori, La grande scommessa e Vice.
Il primo affronta lo spietato settore finanziario e la continua fallibilità del mercato capitalista, l’altro mostra come il torbido ambiente presidenziale americano possa trasformarsi, in fin dei conti, in un regime colonialista. Due ambienti putrescenti, quello della finanza e della politica americana, ma che vengono mostrati nel dettaglio senza che la lente dell’autore miri verso altre aree.

L’analisi del sistema mediatico ha necessità diverse, poiché la comunicazione non è un settore preciso, ma applicabile a ogni ambito sociale, culturale ed economico.

Randall e Kate si trovano, quindi, a scontrarsi con le necessità elettorali della presidente statunitense Janie Orlean. Interpretata da Meryl Streep e intesa, quasi, come un alter ego di Donald Trump, Orlean nasconde dapprima l’imminente catastrofe ai propri cittadini, per poi utilizzarla per risalire nei sondaggi dopo lo scoppio dell’ennesimo scandalo.

Anche le trasmissioni di attualità non sono da meno. Randall e Kate vengono invitati a The Daily Rip, un talk show scanzonato nel quale gli viene data la possibilità di raccontare la loro scoperta. I loro toni da ricercatori e il normale timore per l’estinzione della specie diventano armi a doppio taglio. Kate, ignorata dai conduttori, subisce la banalizzazione del suo messaggio e diventa, addirittura, uno zimbello dei social network, attraverso un’ondata di meme.

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La presidente Orlean

L’attenzione si sposta, quindi, dalla tv al web, dalla politica alla finanza, al settore tech e, ancora, al mondo dello spettacolo.

Ogni tassello aggiunto intensifica il carico della satira e definisce un ritratto sempre più preciso e preoccupante delle modalità che legano le persone. Con l’aumentare della connettività e della varietà delle comunicazioni, è aumentata l’importanza di come inviare un messaggio, a discapito della sua sostanza.

Adam McKay mostra questo contesto agghiacciante con la sua solita verve.
La sua regia fa della crossmedialità la sua arma più appariscente, passiamo da momenti di cinema narrativo all’uso della fotografia, vediamo dei video ripresi dagli smartphone, momenti documentaristici, immagini di repertorio e scritte su schermo.
Il regista si appropria del linguaggio che critica riproponendolo e costruendo dei mélange irresistibili, calati in un cinema come sempre rumoroso e concitato, intervallato da battute e momenti grotteschi.

Se ne La grande scommessa e Vice c’era una buona varietà di campi e di piani, in Don’t Look Up c’è un uso ripetuto del particolare e del dettaglio: oggetti sulle scrivanie, mani che si muovono nervosamente, piedi che battono sul pavimento, ogni minuzia è utile per veicolare emozioni o informazioni che si aggiungono al ritmo elevato dei dialoghi.

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La trasmissione The Daily Rip

Anche nel contenuto, McKay resta sempre coerente. Se televisione e social media propongono una montagna di materiale inutile e trash, il film offre a tratti lo stesso tipo di esperienza, facendocene saggiare la totale futilità.

In questo modo viene a galla, talvolta in modo didascalico e prosaico, la devastante realtà mediale in cui siamo calati, che copre tutte le più importanti aree della nostra società. È un film che chiude un’ideale trilogia (su finanza, politica e media), mantenendo toni simili, ma da un punto di vista più accessibile per il pubblico, senza ricorrere ai tecnicismi che regnavano soprattutto in The Big Short. La modalità quasi didattica in cui il film si pone è in linea con il prodotto, molto più pop dei predecessori e inteso per una fruizione di massa attraverso la distribuzione su Netflix.

Non poteva essere altrimenti, se ci pensiamo. Al di là di un cast monumentale (dove figurano Rob Morgan, Jonah Hill, Mark Rylance, Cate Blachett, Timothée Chalamet, tra i tanti), delle esagerazioni e della satira, Don’t Look Up è un film soprattutto e strettamente attuale.

La classe politica si cura degli interessi degli imprenditori e non del popolo, i media raccontano verità alternative o indorano la pillola, i sopraguardisti si scontrano con coloro che tengono la testa ostinatamente bassa.

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La furia del prof. Mindy, derisa da molti

Insomma, appare chiaro che Don’t Look Up, l’ultima opera di Adam McKay affronta frontalmente ciò che è accaduto negli ultimi due anni: gli anni della pandemia.

Tra gli interessi delle élite e non del popolo, i negazionisti e la figura del professor Mindy come scienziato superstar, i riferimenti sembrano davvero sprecarsi.
La domanda di McKay sembra chiara: «se il virus ha causato il disastro che stiamo vivendo, cosa accadrebbe con una cometa in grado di estinguerci?».

La risposta è Don’t Look Up, un film brillante, ma anche profondamente amaro. E se a tratti può sembrare banale, forse è solo perché somiglia in maniera dolorosa a una realtà che conosciamo fin troppo bene.

«Voglio morire pacificamente nel sonno come mio nonno,
non urlando di terrore come i suoi passeggeri».

(Jack Handey)

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  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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