Gomorra – Tra realtà e fantasticheria

Gianluca Colella

Febbraio 5, 2022

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Gomorra, nel momento in cui è nata dopo la diffusione del libro di Saviano, ha consegnato a Napoli e all’Italia intera un immaginario della periferia partenopea tanto tossico quanto accattivante.

La caratterizzazione antieroica dei protagonisti, i dialoghi nel dialetto tipico di Secondigliano e la necessità narrativa di rivelare malvagità con crudi colpi di scena l’hanno resa un classico del genere gangster, nonostante sia contemporanea e non pochi siano i suoi limiti.

Al centro della storia i protagonisti si tradiscono, spacciano e si uccidono vicendevolmente con una facilità fin troppo deprimente. Al di là delle reali difficoltà che caratterizzano la campana vita di strada, è evidente che il prodotto di Sky sia stato, nel corso di questi anni, vittima di una campagna commerciale che ne ha romanzato fin troppo le iniziali trame e intenzioni.

L’ultima stagione ruota tutta intorno al rapporto, costruito, consolidato e poi distrutto, tra Genny Savastano e Ciro Di Marzio.

In Gomorra, come dei napoletani Naruto e Sasuke, i due boss s’inseguono e si scontrano senza mai trovarsi. Le loro differenze sembrano essere gli elementi che li accomunano, laddove le diverse filosofie su cui fondano la loro ascesa al potere criminale è tanto distante, quanto vicina.

Al principio della quinta e ultima stagione, Genny è latitante a Ponticelli, dopo il suo debole tentativo di ripulirsi dal suo passato criminale, nel ruolo di imprenditore. Con la protezione del Maestrale, riesce a scoprire da Don Aniello che Ciro Di Marzio è ancora vivo ed è in Lettonia. Quando lo raggiunge, gli rinfaccia di essersi sentito tradito, abbandonato e lo invita a tornare, per conquistare le strade di Napoli insieme a lui.

Tra i due fratelli, cresciuti insieme con un rapporto prima di subordinazione e poi di speculare corrispondenza, arrivati a questo punto, il rapporto sembra essere del tutto incrinato. Ciro ha perso tutto, ha perso Debora e la figlia, i suoi mentori e tutto ciò che amava. Genny, dal canto suo, ha la moglie Azzurra e il piccolo Pietro, ma il suo sogno di una vita per lui migliore si scontra con i fantasmi del suo passato.

Gomorra – L’ultima guerra di Napoli

Gomorra
Gomorra – Ciro Di Marzio

Le contraddizioni di Napoli emergono tutte nel disegno narrativo della quinta stagione di Gomorra, perché ciascuno viene accompagnato nel cuore dei rioni malavitosi della periferia senza averne una preparazione adeguata.

Dopo L’Immortale, la serie abbandona la struttura quasi antologica di alcune trame relative ad alcuni personaggi e introduce solo pochi capi-piazza minori, come Federico O’Munaciell, ambizioso e infido.

Coloro che Genny deve sconfiggere sono i Levante che, dopo la sua latitanza, hanno preso il controllo della maggior parte delle piazze di spaccio di Napoli. Difendendosi dagli attacchi e proponendo nuove alleanze, il figlio di Pietro Savastano dimostra la sua affidabilità e la sua potenza e riesce, in poco tempo, a riconquistare Secondigliano per intero.

Fare spoiler sugli ultimi episodi della stagione finale della serie non è l’obiettivo di questo articolo, questo focus si concentra sul senso generale dell’ultima trama. Come nelle precedenti stagioni, anche in questa sofferenza, impotenza e ineludibilità del crimine sono i minimi comuni denominatori della quotidiana esistenza dei personaggi. Quello che colpisce (e che rende Gomorra limitata, secondo chi scrive) è la forzata volontà di rappresentare Napoli solo ed esclusivamente nella sua anima nera (in tutti i sensi).

Perciò, la quasi romantica e inevitabile relazione di fiducia tradita tra i due protagonisti, per quanto affascinante, sensibile e appariscente, sembra quasi stonare rispetto al grigio sfondo della qualità che Gomorra esibisce nella sua stagione finale, povera di veri colpi di scena e vittima di se stessa.

A seconda del momento, i fan si schierano con Genny, Ciro, Sangueblu o il malcapitato soldato dalla storia problematica, ma quello che sembra essere perso costantemente di vista in questa serie è che la sua auto-referenzialità è la sua più grande nemica.

Ci sono modalità diverse di esistere, ci sono alternative, la legge esiste e viene debolmente introdotta solo nella figura del magistrato che accusa Genny. Troppo poco, per uno show che pretende di essere realistico.

La rappresentazione di Gomorra, nell’immaginario collettivo, potrebbe essere riassunta nella metafora di un’ipotetica energia che esplode e infiamma chi ne entra in contatto in principio, per poi affievolirsi gradualmente col trascorrere del tempo. Le scintille che restano accese non sprigionano le stesse emozioni che avevano animato in passato, perché ormai la soggettività a quel calore si è abituato, forse annoiato.

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