L’ambientazione del film è Tokyo, una terra straniera nella quale Oscar e sua sorella Linda sono emigrati da perfetti occidentali. Enter the Void (2009) è sin da subito un film di pancia, portatore di sensazioni crude e intense.
Lo si sperimenta bene quando si inizia a osservare il tipo di regia che il francese Gaspar Noè ha scelto di dare alla sua pellicola: al di là del suo commento sull’opera, per il quale essa sarebbe un «melodramma psichedelico», va detto che il tipo di inquadrature adottate rimanda a una messa in primo piano dell’esperienza soggettiva del personaggio raccontato.
All’inizio la prospettiva è quella di Oscar stesso, ma quando ci sarà la retrospettiva sull’infanzia sua e della sorella o quando ci sarà il suo peregrinare etereo nel futuro, i toni registici non cambieranno e lasceranno il posto ai consueti tocchi stilistici di Noè: flash, mobilità delle inquadrature in soggettiva e semi-soggettiva, derapate della macchina da presa, interruzioni sismografiche del discorso visivo e dialoghi su una realtà che assume dei contorni surreali.
L’esperienza extra-corporea di Oscar sarà dunque un modo di planare, anche registicamente, sulla realtà per compiere uno stupefacente viaggio psichedelico.

Il Nulla in Enter the Void
All’inizio del film vediamo in presa diretta l’adattamento di Oscar al contesto, il modo in cui ha scelto di posizionarsi rispetto alla sua vita in quella grande città del Giappone che sotto le dita di Noè assume delle sfumature kafkiane.
Innanzitutto, la morte di Oscar. Primo e intenso colpo di scena, fuori dal regime del senso, quello in cui il protagonista si dirige al locale Void per incontrare Victor e vendergli degli psichedelici. Difatti, Oscar, oltre a essere assetato delle esperienze mistiche indotte dalle sostanze, fa lo spacciatore.
C’è dunque una colpevolezza di Oscar, potremmo dire, almeno di fronte alla legge, messa in primo piano da un paradosso logistico che, braccato in un locale mentre vendeva sostanze, lo porta a morire dentro un bagno.
La polizia che lo stava cercando gli spara da dietro la porta e inizia così un suo vero e proprio viaggio nel Vuoto, un Nulla filosofico che come tale andrebbe colto per trascendere finanche la narrazione stessa e meta-rappresentare il suo valore simbolico.

La prospettiva, morto Victor, si sposta per un po’ su sua sorella Linda, che fa la spogliarellista in un locale e si concede a uomini con cui non vuole stare. L’aura di Vuoto, di Nulla, la si percepisce nel godimento non generativo di cui i due fratelli si fanno strumento: il loro vivere è alla soglia liminale di uno sperimentare emozioni intense per provare finalmente qualcosa che il proprio corpo è disposto a percepire. Qualcosa di forte, di trasgressivo.
Di questa potenza dell’esperienza Noè è, d’altra parte, un abile narratore: da Seul contre Tous (1998) fino ad arrivare a Vortex (2021), passando per film spinti come Love (2015) e Climax (2018), il regista francese non si è mai tirato indietro – con la conseguente approvazione o meno degli spettatori – di fronte alla possibile rappresentazione del lato amorfo, perverso, sconcertante e perturbante (nell’accezione freudiana) dell’esistenza umana.
Entrambi traumatizzati – come poi verrà ricostruito lungo il corso del film – da quell’incidente d’auto mortale che li rese entrambi a loro tempo orfani di padre e madre, Oscar e Linda vivono nel bilico di un Vuoto emotivo difficile da colmare, un Nulla esistenziale, un buco di senso e di Reale che sdruce la cerniera di un sentimento così lacerato.

«(…) Così il nulla è questo buco d’essere, questa caduta dell’in-sé in quel sé in virtù di cui si costituisce il per-sé. Il nulla è la messa in questione dell’essere da parte dell’essere, cioè proprio la coscienza o per-sé».
(Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, 1943)
Senza scendere al fondo della concezione sartriana, possiamo prelevare come elemento minimo per la discussione la visione concettuale di un Nulla che si oppone all’Essere. Secondo questa logica, intendere la droga psichedelica come salto nell’intensità percettivo-emotiva o come tuffo nell’ignoto al fine di salvaguardarsi dal Vuoto o come schermo per difendersi dal Nulla o ancora come strategia per afferrare un godimento indicibile e totale, ci porta sempre al cospetto della portata lancinante di un’esperienza interiore fragile e friabile, che ha bisogno di reggersi sull’ausilio artificiale di una realtà costruita pret-à-porter.
Godimento a poco prezzo, possibilità di evadere dalla monotonia ed entrare nel Nulla cosmico di un mondo ulteriore, le droghe pesanti quali acidi, DMT ed ecstasy sono i mezzi con cui ri-ottenere un soddisfacimento mitico perduto. Ma l’interesse spirituale di Oscar, ben testimoniato da Il libro tibetano dei morti (VIII sec. d.C.) che sta leggendo a inizio film grazie al consiglio del suo amico Alex, regge la botta di un agire maniacale che lo porta a perdersi, a morire e a compiere in modo surreale un’esperienza post-mortem, extra-corporea, tra un passato e un futuro sofferenti.
L’Altrove in Enter the Void

Il Nulla e L’Altrove sono gli elementi alchemici che in questo film si mescolano per dare vita a una rappresentazione scomoda e al tempo stesso esuberante.
Oscar e Linda cercano un Altrove in cui stare bene, fanno i conti con l’estremo e l’eccesso per contattare quella parte di sé così contraddittoria e insoddisfatta della dimensione corporea da diventare alla fine bisognosa di spingersi al di là di lei. I dialoghi sul tema, a proposito delle esperienze extra-corporee fra Alex e Oscar, sono appunto l’emblema di una ricerca empirica che va nella direzione di qualcosa che supera la realtà e tutto ciò che di scadente essa porta dietro con sé.
C’è anche un al di là della legge che si odora in questa pellicola, qualcosa che porta non solo i protagonisti a evadere a titoli diversi la legge giapponese, ma anche a scappare da quella interiore, quella che in altre condizioni sarebbe capace di mettere dei limiti al rapporto a tratti incestuoso e morboso tra i due fratelli.
È poi di fondo questa la cornice perversa in cui si muovono i protagonisti, in un’assenza di limiti e confini che non dà tregua al godimento se non con il momento della morte. Quel buco di senso rappresentato dal trauma, quel Void, Vuoto, che attanaglia le vite di questo film, alacremente sollecitato dalle varie rappresentazioni visive di un buco, di un vuoto entro cui penetrare grazie alla macchina cinematografica, è il leitmotiv di una narrazione scarna – a giusto titolo – di grazia e densa di eccessi sessuali ed esistenziali.
L’Altrove qui nominato, quindi, non è solo quel luogo sperato e anelato per evadere, terra di nessuno in cui sostare con tutta la propria esperienza in qualcosa di diverso dall’ordinario, ma è anche l’Altrove temuto e angosciante del trauma, di un flash di un incidente drammatico che ritorna spesso nei sogni di Oscar e che sta lì a segnalare un qualcosa di in-elaborabile dalla mente dei due fratelli, allora praticamente bambini.
È qui che il Nulla di un’esperienza innominabile nella sua portata mnemonica cede il passo a un Altrove in cui relegare, come in catene, qualcosa di oscuro e doloroso. A tratti, in effetti, i toni melodrammatici del film, quelli che portano da un lato Oscar a proteggere costantemente Linda e dall’altro a non averne veramente cura, una cura sana perlomeno, sono lì a ricordarci i possibili effetti di un Altrove non metabolizzato, in un senso e in un altro.
La prospettiva di Noè

Enter the Void è interessante anche perché getta una luce singolare su un mondo che è quello contemporaneo del duemila. Un mondo bagnato dalla spinta al godimento, dalla spinta all’eccesso per farlo, nella volontà di affermare i propri bisogni al di là di qualsiasi confine salutistico, etico o morale.
Non c’è difatti morale ad accompagnare le scelte e le azioni dei protagonisti del film, due ragazzi malandati che si ritrovano da adulti a giocare con la vita perché da bambini questo non gli è stato concesso.
Il tono che si leva nel rapporto tra i due fratelli è quello di una dipendenza reciproca compulsiva e annichilente.
Da piccoli i due, dopo l’evento traumatico, si ritrovano in una stanza seduti su un tappeto a parlare della morte e della separazione. Quando Linda chiederà a Oscar se si separeranno mai, se potrà mai esistere qualcosa che li porterà ad allontanarsi o ad abbandonarsi, Oscar sarà pronto a rispondere che saranno sempre insieme, che troverà sempre un modo per non abbandonarla.
L’eco della paura dell’abbandono si fa allora intensa nella storia singolare di due fratelli che per non perdersi sono disposti a non riconoscersi, a non assumersi la responsabilità e la scelta difficile di fare qualcosa di più produttivo del loro dolore.
Oscar finisce per morire, Linda per farsi mettere incinta dal proprietario del locale in cui lavora come spogliarellista, illudendosi di poter avere così un futuro tranquillo, ma il reale che muove le sue pulsioni è quello che la mette a confronto con un disastro relazionale e con la fine della gestazione. Il corpo, in ogni caso, come avviene spesso nei film di Noè, è messo in primo piano.
I giri che entrambi frequentano sono pericolosi e rischiosi; privi di linee guida interne, come due mine vaganti si lanciano nella sperimentazione acefala di qualsiasi cosa possa distoglierli dal loro dolore, ma niente è abbastanza forte da permettere loro di essere altro rispetto a ciò che in fondo sono: soli e desolati, tristi e dilaniati da un passato che spinge per essere visto, non appena si cerca di distogliere lo sguardo.
Sorge, verso la fine del film, un senso di compassione verso questi due protagonisti, verso lo sguardo ancora infantile di Linda e i tentativi di sopravvivenza di Oscar.
Quella reincarnazione seguita e preparata e compiuta a fine film nell’atto d’amore fra l’amico Alex e sua sorella Linda, privo di tutti quei paradossi perversi che si vedono fin dall’inizio del film, è un modo per dare speranza a una vita che reincarnandosi rinasce e che così facendo spera di essere altro rispetto a se stessa.
Una vita che possa mettere da parte l’odio, le urla, le grida e i conflitti distruttivi per potersi soddisfare di un po’ di bene, anche e soprattutto dopo tutto il male attraversato.




