Il Cigno Nero: il viaggio interiore di una ragazza che, per pochi secondi, imparerà a volare.
Doppelgänger; letteralmente “doppio viandante”, nel senso di “bilocato”; tradotto in italiano come “doppio” o talvolta, impropriamente, “sosia”; in latino anche alter ego, è un termine tedesco, composto da doppel, “doppio”, e Gänger, “che va”, “che passa” (da gehen, “andare”).

In un giorno importante per la compagnia di danza, la vita serena di Nina Sayers cambia improvvisamente. Il direttore Thomas Leroy annuncia la volontà di cominciare la nuova stagione con Il Lago dei Cigni, dove la danzatrice principale dovrà cimentarsi nel ruolo di ambedue le protagoniste: la gentile Odette e la gemella maligna Odile.
Il subconscio manda segnali
Già dalla notte precedente aveva sognato di interpretare il Cigno Bianco, in una versione più tenebrosa e inquietante, ma la prima vera premonizione di ciò che le accadrà avviene nel viaggio verso la scuola. Nella metropolitana intravede una figura che, se non fosse per gli abiti più scuri, sembrerebbe difatti essere proprio il suo doppio.
Collegato al concetto freudiano del perturbante, il fenomeno dell’apparizione di un doppio è connesso ad una crisi legata allo sviluppo dell’io e a una fase di rielaborazione della propria identità, vissuta in maniera persecutoria dalla presenza di questo “corpo estraneo”.
In ambito esoterico, il sosia è invece un’entità prettamente malvagia, ed è un presagio di sventura e di morte.

Da quando Nina inizia la preparazione per la parte del Cigno Nero, ecco che anche la sua vita si lega a doppio filo con un nuovo punto di vista: capisce che per essere la ballerina perfetta deve riuscire a perdere il controllo.
Nel suo luminoso e chiaro Yang, deve sprigionarsi anche la forza dirompente e oscura dello Yin, per creare un elemento che abbia nell’ordinata tecnica anche la potenza della seduzione, e per farlo deve provare ad allentare i suoi freni inibitori.
Thomas: «L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu, liberati da te stessa. Perditi Nina.»

«Nel mondo del balletto ci sono specchi ovunque. I ballerini guardano sempre se stessi, quindi il loro rapporto con l’immagine riflessa rappresenta una componente importante di quello che sono realmente. I registi sono anche affascinati dagli specchi ed è un elemento che è già stato sfruttato, ma io volevo portarlo a un altro livello. Visivamente, abbiamo spinto molto su quello che significa guardare in uno specchio. Gli specchi sono diventati una maniera fondamentale di osservare il personaggio di Nina, che è molto legato al doppio e ai riflessi»
(Darren Aronofsky)

Come nella letteratura, il consultarsi allo specchio è un tema centrale (dal Dottor Jekyll e Mr Hyde alla fiaba di Biancaneve), così ne Il Cigno Nero diventa una costante che accompagna tutto il film. La ricerca della perfezione spinge narcisisticamente ad ammirarsi, ma Nina vi si immerge dentro per esplorare davvero ciò che si nasconde dietro l’immagine. Il costante sguardo rivolto a sè stessa, paradossalmente, la allontana dal mondo, facendole privilegiare sempre di più il proprio punto di vista come quadro di riferimento, assoggettando l’alterità alla propria personale percezione e distaccandosi sempre di più dalla concordanza collettiva. Tentando di divenire simultaneamente cigno nero e cigno bianco – oltre a divenire ciò è e ciò che l’alterità (raffigurata dalla madre e da Thomas) vuole che ella sia -, la soggettività di Nina diventa sempre più sovrastante, smarrendo il confine con l’oggettività percettiva e cadendo nell’abisso della psicosi.
Il contatto, ormai stabilito, con il suo io oscuro, Aronosky lo lascia intendere come un fastidio anche fisico: rash cutanei, unghie che si spezzano e difficoltà alimentari si uniscono alle sue strane visioni, che peggiorano quando inizia ad approfondire la conoscenza con Lily, una nuova ballerina, tecnicamente acerba ma sensuale e disinvolta.

Il suo caos interno, necessario per partorire una stella danzante, viene stimolato dalla sua nuova compagna di corso e dal direttore Leroy. Prendere coscienza del suo corpo, non solo come un mezzo per raggiungere la perfezione artistica, ma anche come un tempio da sconsacrare. Nina si lascia convincere che il piacere fisico è una parte fondamentale da sbloccare per poter vedere oltre il suo piccolo orticello, fatto di pupazzi rosa e carillon, con una madre sempre pronta a risolverle ogni problema.
Dopo uno scontro con quest’ultima e una serata in discoteca con Lily, dove si lascia andare alla tentazione di droghe e alcool, immagina di trascorrere il resto della notte proprio con lei: le sue psicosi stanno prendendo vita e non riesce più ad avere il controllo della sua mente.

Il lavoro del regista ci fa entrare nel disordine interiore della giovane: la disobbedienza alla madre e lo sfogo delle sue pulsioni verso Thomas e Lily, le continue visioni distorte della realtà che la circonda. I vestiti di Nina iniziano ad incupirsi e con loro tutto il mondo che pensava di conoscere: la stanza di sua madre – ricca di specchi e dipinti – diventa un posto inquietante, così come la sala di danza. Beth, Lily e il direttore Thomas adesso sembrano essere figure da cui scappare, ma il sogno di diventare una ballerina ha la meglio sulle sue paure.
«Mi piaceva l’idea di girare un thriller psicologico soprattutto con la camera a mano, perché non riuscivo a pensare a un’occasione in cui questo fosse stato già fatto. Talvolta, ci sono state alcune scene nei thriller in cui vedi il punto di vista del mostro con una camera a mano, ma realizzare tutto in questo modo, con uno stile documentaristico, rappresentava qualcosa di unico e inedito. Ho ritenuto che portare una macchina a mano nel mondo del balletto avrebbe permesso di esplorarlo meglio, così come è avvenuto con il wrestling per The Wrestler.
La camera sta ballando e ruotando assieme ai ballerini. Cattura l’energia, il sudore, il dolore e i primi piani artistici»
(Darren Aronosky)
Film sul corpo o sulla mente?
Come in questo film dove lo spettatore “cammina” insieme ai protagonisti, Darren Aronofksy ama creare storie in cui è presente un certo dualismo tra corpo e mente, tentando di rappresentare le soggettività psicotiche dei suoi protagonisti attraverso specifiche tecniche cinematografiche, come l’utilizzo della camera a mano, appunto.
Mickey Rourke sfidava il dolore fisico per raggiungere l’applauso del pubblico e tragicamente finire sul palco, e così Nina, dominata ormai da una forza oscura sprigionata ferendo il suo doppelganger, si lancia nel vuoto abbracciata dalle fragorose grida degli spettatori.
E nella morte, trova la libertà.




