Reas di Lola Arias – Un musical di comunità dalle carceri argentine

Giorgia Pinzauti

Ottobre 1, 2024

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Carla: «Que miras?»

Yoseli: «La pared»

Carla: «La pared?»

Yoseli: «Miro la pared y veo mas allà de la pared. Veo el pasto, las nubes, las vacas. Yo soy acà pero mi cabeza està en otro lugar»

Carla: «Cosa guardi?»

Yoseli: «La parete»

Carla: «La parete?»

Yoseli: «Guardo verso la parete ma vedo oltre. Vedo il prato, le nuvole, le mucche. Sono qui ma la mia mente sta altrove»

Pur fissando il muro da dentro si immagina il fuori, e il grigio delle pareti del carcere si fa superficie di proiezione di ricordi e desideri. Le ex detenute che sono state rinchiuse in diverse carceri dell’Argentina si raccontano nel film REAS, di Lola Arias, proiettato alla Berlinale e adesso in concorso al Festival di San Sebastian, in Spagna, e proiettato durante il Festival di Cinema Iberoamericano ospitato al cinema la Compagnia a Firenze. La drammaturga e regista teatrale argentina, venuta in Italia qualche anno fa con lo spettacolo Lingua Madre, all’Arena del Sole di Bologna, per la sua seconda produzione cinematografica decide di dare voce a un racconto corale sulla vita carceraria. Le protagoniste sono un gruppo di donne cis e persone trans, ex detenute ad oggi in libertà, conosciute dalla regista tramite i laboratori di teatro e danza tenuti in carcere dal 2019, mentre scontavano la pena. 

Reas si posiziona a metà tra documentario e musical, in una narrazione dalla struttura corale in cui le protagoniste riscrivono il loro passato carcerario con i toni della fiction e inventano, attraverso la musica, l’immaginazione e la liberazione artistica, il loro futuro. 

Nella pluralità delle voci si ritrovano le storie intime e personali di ognuna di loro e allo stesso tempo si rendono un fatto pubblico, per raccontare come si vive in carcere, come si telefona, come si lavora, come si ama quando si è dentro.

Reas, Lola Arias

Il personaggio che fa da filo conduttore per aprire alla narrazione collettiva è Yoceli, una giovane di un barrio (quartiere) malfamato di Buenos Aires che desidera viaggiare e conoscere il mondo e che per questo si è tatuata dietro la spalla la Torre Eiffel con scritto Nunca te rindas, (Non arrenderti mai). Vorrebbe vedere Parigi, Barcellona e le altre capitali europee, ma viene fermata all’aeroporto per spaccio di stupefacenti e così, fermata alla soglia del sogno, viene spedita dentro a soli ventidue anni.

«Yoseli tiene la fantasía de viajar, de ver otro mundo, de vivir otras realidades. Aun así, nació en un entorno económico muy precario, y la única posibilidad que tenía de salir de allí era cometer un delito. Para mí es importante que cualquiera pueda identificarse con ese deseo de vivir una vida diferente, que cualquiera pueda pensar: yo también podría haber acabado en la cárcel»

«Yoseli ha il desiderio di viaggiare, di vedere altre parti del mondo, di vivere altre realtà. Essendo nata in una condizione economica precaria l’unica possibilità per uscire dal paese era commettere un crimine. Per me è importante che chiunque si possa identificare con il suo desiderio di vivere una vita diversa, che ognuno possa pensare: anche io sarei potuta/o finire in carcere»

(Lola Arias)

Yoseli potremmo essere noi se fossimo nate in condizioni economicamente svantaggiate e volessimo vedere il mondo, nel carcere potremmo esserci finite anche noi

La prigione è un luogo dove si forma la comunità e lei lo capisce dal primo giorno, quando sta fumando sulla gradinata del cortile e arriva Nacho e le chiede una sigaretta, e le racconta che è il batterista del gruppo rock che hanno formato dentro. Poi arrivano le altre componenti del gruppo e tutte attingono dal pacchetto di Yoseli, che una volta finite le sigarette capisce che dentro si condivide tutto, perché sono tutte una famiglia e per sopravvivere dentro è meglio farsi forza a vicenda. 

Reas, Lola Arias

In carcere tutto si divide, beni personali e beni portati da chi viene a fare visita. Ogni proprietà sia essa materiale come il cibo e le sigarette, sia una conoscenza da insegnare alle altre, come il voguing o la boxe, diventa bene di condivisione, spartito tra tutte, non importa quante siano, perché un giorno nella cella potrebbero essere in due, come in tre, come in sei. Nel carcere non esiste lo spazio privato, dall’unità minima della cella con i letti a castello e i controlli delle guardie, al cortile dove si gioca a pallone, ci si sfida, si fuma e si parla. 

Attraverso Yoseli le altre detenute si confidano e raccontano le loro storie personali, gli amori, fuori e dentro in carcere, presenti, vivi o passati. L’ ultimo biglietto di Mariano, scritto in una lingua sgrammaticata e scorretta, Mariano sbaglia le parole e quindi le inventa, “el analfabeta le decía yo” (lo chiamavo l’analfabeta), crea un linguaggio e un codice comunicativo tutti suoi, prima di essere ucciso dalla polizia. Gli amori nascono e vivono anche dentro, tra la chat del carcere e la celebrazione delle nozze tra la gioia delle detenute e lo sguardo di controllo delle secondine. 

Reas, Lola Arias

Insieme agli amori si raccontano anche gli incontri sbagliati che hanno reso alcune di loro letteralmente schiave senza alternative, obbligate a fare ciò che non volevano ma che era necessario per sopravvivere. Come la prostituzione a cui è stata costretta Noelia, prima di divenire la reína del voguing, la regina del voguing. La capacità di ballare, camminare con un portamento fiero e raccontare tramite il movimento delle mani una storia, lei la insegna anche alle altre detenute. 

Noelia: «Vamonos, cuéntenme su história. Hagan circulitos y olas con las manos, inventen, este es su momento de contar»

Noelia: «Andiamo, raccontatemi la vostra storia. Fate cerchi e onde con le mani, inventate dei gesti, questo è il vostro momento di raccontare»

E come lei anche Estefanía tiene lezioni di ginnastica, perché così motiva le altre, non le lascia impigrire, perché il carcere è duro e bisogna reagire. E’ duro perché  nella prigione possono romperti il corpo e l’animo, « a mi, en la cana, me cagaron a palos» (a me in prigione, mi hanno distrutta di botte), perché se sei una persona trans non ottieni i medicamenti ormonali per la transizione, perché le persone che ti amano e che sono fuori, possono finire la pazienza e abbandonarti. Allora resta la famiglia del carcere e il legame di sorellanza che ti fa andare avanti e fa nascere un gruppo rock dietro le sbarre, per raccontare con le canzoni le storie, i sogni, gli affetti e le rabbie di ognuna di loro, dando luce e dignità alle vicende personali di chi spesso viene dimenticata. 

«En la cárcel hay violencia, horror y tortura. Pero también hay amor, comunidad, familia. Y esas relaciones que nacen en la cárcel son las que te salvan»

«Nel carcere ci sono violenza, orrore e torture. Però c’è anche amore, comunità, famiglia. E sono queste relazioni che nascono in carcere a salvarti»

(Lola Arias) 

La struttura del film si compone di inquadrature frontali e fisse, tipiche dello sguardo teatrale che la regista rivendica come una propria cifra stilistica. In Reas le tinte pastello del rosa, azzurro, giallo, contrastano il grigio, mantenendo nella scelta cromatica i toni leggeri del musical, per non scadere nella pesantezza, nello stereotipo, nella vittimizzazione, per dare luce a esperienze complesse e traumatiche. Come in una bande dessinée le scene si susseguono e ogni aspetto del carcere trova una sua cornice in cui posizionarsi, un racconto singolo e corale, ogni nocciolo narrativo acquista il suo momento per essere dischiuso. Le confessioni parlate, più intime, si alternano a momenti di danza come nella sfilata di voguing o la cumbia durante la pulizia della stanza per le visite. 

Reas, Lola Arias

«Creo que la fuerza de Reas reside en ese empoderamiento que surge del simple hecho de reconstruir juntxs ese pasado. Solíamos bromear diciendo que era un acto psicomágico, que estábamos sacando a todos los fantasmas de la cárcel por un día, toda esa gente que estuvo en prisión, que fue torturada, que fue asesinada… »

«Penso che la forza di Reas risiede nell’impoteramento di ricostruire insieme il passato. Solitamente scherzavamo dicendo che ciò che stavamo facendo era un atto psicomagico, che stavamo facendo uscire tutti i fantasmi dal carcere per un giorno, tutta la gente che è stata dentro, che è stata torturata, che è stata uccisa…»

(Lola Arias)

Nell’ultima scena del film il cortile del carcere si trasforma in una spiaggia e le protagoniste raccontano cosa faranno una volta uscite, i desideri che vogliono realizzare, le persone che vogliono incontrare, immaginano il loro futuro una volta fuori. 

Reas, Lola Arias

Lola Arias non solo ha realizzato un film che ha donato leggerezza e ironia a una questione così complessa e invisibile come la vita in carcere, ma è andata avanti, producendo uno spettacolo teatrale, The days out there, presentato al Festival di Teatro di Avignone. Nella pièce teatrale sono ancora le protagoniste del film a prendere parola e movimento, in un’avventura che gli ha permesso di realizzare il sogno di viaggiare e continuare a narrarsi autonomamente, anche con il rischio di far sapere a tutti di essere state dentro. 

«El cine tiene algo de cruel, es como un vampiro: te quita todo lo que necesita y lo deja ahí, grabado en piedra, inmortalizado para siempre. Mientras que el teatro sólo existe cuando la gente está presente. La obra les va a dar la experiencia de los ensayos, los shows y los viajes; les va a dar un trabajo y, lo más importante, les va a dar esperanza. Siento que es una forma de devolverles algo por todo lo que me dieron. Porque esta gente confió en mí, y ahora tengo que estar a la altura»

«Il cinema ha qualcosa di crudele, è come un vampiro: ti leva tutto ciò di cui ha bisogno e lo lascia lì, inciso nella pietra, reso immortale per sempre. Contrariamente il teatro esiste solo quando le persone sono presenti. L’opera teatrale darà loro la possibilità di provare, di inscenare e di viaggiare, darà loro un lavoro, e, ancora più importante, darà loro speranza. Sento che è un modo di restituirgli qualcosa in cambio di tutto quello che mi hanno dato. Perché queste persone hanno avuto fiducia in me, e ora devo esserne all’altezza»

(Lola Arias)

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