Radu Jude (Does) Not Expect Too Much From The End Of The World

Giulia Massara

Dicembre 23, 2024

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Così, come se fossimo nella pancia della balena, sistemati tra le sue ossature, dimensioni sequenziali, claustrofobie metaforiche, che collaudano il video e lo incoraggiano a prender aria e uscire meccanicamente fuori da un processo creativo in rivolta. Radu Jude in Do Not Expect Too Much From The End Of The World interagisce, ma neanche troppo: il suo groviglio mediatico resta in disparte misurando la postazione di una camera da presa che apprende e riprende. Un doppio filmico che galleggia in combinazioni analitiche tra il politico e il sociologico in esplicite affermazioni informali.

Trascinante l’evoluzione tecnologica e l’impatto dal punto di vista umano, il film emigra verso gli statuti più seccanti attraversando i dossi problematici di evidenti disguidi e disagi. «Il lavoro nobilita l’uomo», vero (!) ma lo costringe nelle routine deleterie che alternano il metodo all’inganno: «Il lavoro – quindi – debilita l’uomo». Catene di montaggio alienanti che marcano la distanza tra proprietari e proletari. Bisogno di “sopravvivere” che si adegua a un sistema senza alcun riscontro utilizzando una maschera bifronte.

«Ma sotto il postfordismo la catena di montaggio si trasforma in “flusso di informazioni”. È insomma proprio comunicando che la gente lavora. Per dirla con Norbert Wiener, comunicazione e controllo si legano a vicenda. Lavoro e vita diventano così inseparabili. Persino quando sogni ti ritrovi il Capitale alle costole»

(Realismo capitalista, Mark Fisher, Nero Edition 2018)

 

L’estetica del disturbo

Un’estetica di denuncia che spinge alla tragedia ma non rispetta il finale, rimanda cinematograficamente all’attesa di un avvenimento che possa creare disturbo. Radu Jude, attraverso una classificazione contestuale tra le dimensioni diversificate e stratificate di una società al rogo, pone e analizza le dinamiche sociali corrose che si specchiano forzatamente in un consenso distorto. Tanto scontato quanto esplicito. 

Il tecnicismo dei dati che emergono in un infinito elenco di vittime; l’assunzione della responsabilità che incoraggia a parlare, denunciare liberamente gli eccessi di un “circolo vizioso”; stigmatizzare, corrispondere, approvare o rifiutare sono gli innesti che guidano la documentazione.

Radu Jude di se stesso dice di non riconoscersi un ruolo; segue il flusso organico tra il pensiero e la storicità che, alla fine appare ripetitivo. Il marxismo, apparentemente solo sfiorato, ingloba la necessità di un lavoro che possa liberare dal flagello economico considerandolo come opportunità pari al valore di vita. Certo è una spiegazione che implode nelle dinamiche del sentimentalismo, seppur commentato dai rudi del cinema che in fondo sono sperimentatori continuamente sotto accusa in attesa di sentenza.

I dogmi del cinema d’autore

La particolarità di un cinema in disparte, il cinema rumeno che non ha mai scomodato i grandi critici tanto meno ha mai avuto un riscontro immediato e impattante. Eppure, Do Not Expect Too Much From The End Of The World ha alimentato folgoranti idee creative riprendendo i rapporti tra Arte e Politica. Il cinema è politica; il cinema è confronto; discussione su cui non dover discutere! La realtà non è pari o superiore alla fantasia, entrambe trovano la loro forza nella credibilità della visione: tutto è possibile, tutto è in divenire, oppure, al contrario, nulla è possibile! 

(Il parallelismo logistico) di Do Not Expect Too Much From The End Of The World rappresenta l’opportunità di essere due canali accesi, che si sovrappongono tra loro mentre gli spettatori osservano i due mondi in cui si è compressi, dentro un’allegoria inquietante che tratteggia chi è nato per stare a testa in giù, piegato a logiche senza movimento e chi, invece, dentro un equilibrio che concede di stare comodamente fermi su entrambi i piedi.

Antifrasi cinematografiche

Quanta fisicità in un film incorporeo che realizza la sua corporatura robusta grazie a un lavoro di montaggio straordinario; il suono si insinua nelle pause della scrittura, una scrittura che edita la violenza come programma aziendale del mese. Che sia manipolazione audiovisiva? Il senso è esattamente questo: sensibilizzare senza alcuna sensibilità, passando dalle cause agli effetti dove l’unico rispetto è l’ossequio al denaro.  Un film che interpreta l’anti utopia del regista che con impronta documentaristica asseconda un progetto aggressivo che destruttura la dignità e il diritto di chi lo subisce. L’estetica del filmato social, la storia del videoclip, che puntualmente risponde allo scocco di un TikTok; una digitalizzazione “sfruttata” che presta la mano d’opera a un film che diventa un’opera d’arte.

La politica delle immagini

Contestualmente all’affair politico in atto in Romania, il film percorre una nuova circonferenza, con un anno di ritardo rispetto al Premio speciale della Giuria ricevuto al Festival di Locarno uscendo dai circuiti cinematografici e coinvolgendo un cinema che è lo sviluppo di se stesso. Cambiare la forma attraverso l’ambiguo scenografico, l’adozione del colore e del bianco e nero, aprono al dialogo strutturato tra pause e silenzi. L’organismo dell’intero film che ondeggia fino a provocare il mal di stomaco. Elogiare il pattume per schernire i privilegiati: un’antifrasi cinematografica!

«Certamente anche l’animale produce. Si fabbrica un nido, delle abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche, ecc. Solo che l’animale produce unicamente ciò che gli occorre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in modo unilaterale, mentre l’uomo produce in modo universale; produce solo sotto l’imperio del bisogno fisico immediato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è libero da esso; l’animale riproduce soltanto se stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale costruisce soltanto secondo la natura e il bisogno della specie a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi, l’uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza»
(Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx, Einaudi, Torino, 2004)

La metafora sociale dell’inettitudine

“Fuori è ancora buio pesto”; Angela è un FACTOTUM, si alza la mattina presto, si mette in auto e nel traffico di Bucarest, va dritta come una cittadina di un’altra vita, l’ennesima. Lo stress non guarda in faccia nessuno, non perdona, agisce e ogni ora è un attimo.  Angela è la metafora dell’uomo sottomesso, seviziato dall’economia distruttiva di una piramide che raddoppia la base e tempera sempre di più la punta. L’alternativa a colori al cinema di Lucian Bratu, stigmatizza la disparità dell’insuccesso e lo proietta nel futuro. Do Not Expect Too Much from The End Of The World: la macchina, la belva, la vittima.

Senza mezzi termini

Radu Jude demolisce ogni condizionamento cinematografico, riprende seguendo una libertà che restituisca “valore” a “un’esistenza senza valore”. La storia d’amore interpretata in questo film è la possibilità di annullare le barriere di genere e somigliarsi, maschi e femmine, negli stessi diritti: la parte giusta è di chi guarda e ascolta. La beffa del prestigio americano, la suddivisione territoriale, l’Europa orientale, la tradizione rurale: Radu Jude quantifica, spara a salve, uccide la bibbia della disfatta e smaschera il sole del mondo.

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