Kaufman: Il mondo liquido ha già fatto appassire tutti i fiori?

Francesco Botticelli

Dicembre 30, 2024

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Il mondo liquido teorizzato da Bauman ha già fatto appassire tutti i fiori? Forse. Forse i fiori sono più tenaci di quanto osiamo pensare. Sicuramente per Charlie Kaufman le orchidee sono sopravvissute. Lo sceneggiatore che già aveva trasformato l’eroe cinematografico in individuo liquido in Essere John Malkovich esaspera sé stesso in Il ladro di orchidee.

Charlie Kaufman, omonimo protagonista della storia, non fa altro che cercare di destreggiarsi in una vita che non comprende e nemmeno gli appartiene. Diventa demiurgo del suo mondo pensiero, prolungamento dei suoi Io. E come ogni testa di individuo non liquido che si rispetti, non si sa né dove sia il capo e men che meno dove sia la coda.

Charlie e il Gemello

Kaufman usa più volte la voce di Robert McKee per ricordarci che Casablanca è uno dei migliori film mai scritti perché incrocia i generi. Incrocia, sì, ma mantenendoli sempre separati. Il lavoro dei gemelli Epstein – doppelgänger naturale doppiamente rielaborato nel film di Kaufman – è magistrale, ma ineluttabilmente legato al loro tempo. Nel 1942 il pubblico voleva sicurezza e felicità. Anche mascherate, ma sempre presenti. L’importante era andare al cinema con la certezza di quello che si stava per vedere. Il cinema non doveva essere specchio della realtà ma fabbrica di favole e sogni. Era l’epoca d’oro degli archetipi junghiani.

Brian Cox, interprete di Robert McKee

Gli Epstein si destreggiano in questo rigore ferreo rispettando le esigenze del pubblico. Un lavoro difficilissimo. È con questi dettami che nasce il mistero del Rick’s Cafè a Casablanca: due insperati e agognati visti arrivano in mano a Rick, affascinante proprietario. I visti delineano tutta la linea narrativa del primo atto. Atto circoscritto nel genere thriller. Una macchinazione perfetta ci catapulta in un secondo atto in cui, invece, i visti diventano niente di più che contorno: in città sono arrivati Laszlo e Ilsa, ex amante di Rick. Veniamo catapultati in una tragedia amorosa. Un triangolo in continuo mutamento dove il pubblico viene sballottato fra le braccia di uno o dell’altro senza nemmeno più sapere cosa vuole. Una magia senza precedenti. I visti sono passati in secondo piano, nascosti da Rick al Cafè. Siamo immersi completamente nella storia romantica.

Ilsa Lund: «Colpi di cannone, o è il mio cuore che batte?»

(Casablanca, 1942)

Infine, le somme vanno tirate ed entriamo nel terzo atto. Rick deve prendere una scelta e l’unica scelta possibile è quella dell’eroe tragico, dell’eroe del genere thriller: sacrificarsi per la sua amata Ilsa e donare il visto a lei e Laszlo. La necessità di tornare al thriller è rispettata, la drammaturgia preservata e il film è un successo. Solo che la scelta di Rick non è sua. È a servizio dei generi scelti dagli Epstein. Rick sarebbe partito con Ilsa, ma il suo personaggio non poteva. Tutti i movimenti dei protagonisti non sono dovuti a loro impulsi, solo a necessità di rispettare il genere. Così da rispettare il pubblico. Così da assicurarsi gli incassi. Un circolo vizioso tutto hollywoodiano.

Il fiume della storia però non si ferma mai, scorre ingannevole fra correnti delineate. La massificazione e il globalismo hanno preso il sopravvento, l’individuo si è incartato in sé stesso perdendosi nella massa. È arrivato a spada tratta la vita liquida teorizzata da Bauman cogliendoci tutti alla sprovvista, o quasi. Bowie, Pirandello e Risi ci avevano avvertiti. Murakami e Miyazaki l’hanno criticata. Charlie Kaufman l’ha abbracciata. Il mondo si preparava alla rivoluzione solo per sprofondare nel buio profondo del lago di Bauman. Kaufman ci è nato in questa fusione globale e la trasmuta immediatamente dalla mente alla pellicola.

«La tua scrittura sarà una registrazione del tuo tempo. Non può fare a meno di esserlo. Ma ancora più importante, se sei onesto su te stesso, aiuterai quella persona a essere meno sola nel suo mondo perché quella persona si riconoscerà in te e questo le darà speranza»

(Charlie Kaufman, Bafta Screenwriters’ Lecture, 2011)

Il ladro di orchidee diventa così tesi e antitesi dell’ideologia di Bauman. Consapevole delle nuove abitudini e necessità del pubblico. Dello zapping frenetico e della continua stimolazione visiva. Kaufman rielabora consapevolmente il lavoro dei fratelli Epstein creando un nuovo modo per incrociare i generi.

 «Vorrei che il film esistesse piuttosto che farlo trainare dalla trama»: con queste parole Charlie dichiara i suoi intenti: creare un film in cui sono i personaggi gli unici motori della storia. Dare voce a degli eroi che si devono adattare all’individualità. Eroi che si muovono in una società frammentata e frammentaria. Eroi che si plasmano su di essa per esserne accettati. Umani e non più archetipi. Così i primi cinque minuti di film sono già un bombardamento di tecniche cinematografiche e non da far perdere la testa: tre minuti di monologo a sfondo nero, il VHS delle false riprese sul set di Essere John Malkovich, i pochissimi secondi di film come veramente ce lo immaginiamo e poi, ciliegina sulla torta, l’intera storia di Hollywood dal Big Bang fino agli anni duemila.

«Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati fra di loro»

(Zygmunt Bauman)

Tutto il film non è altro che un continuo decoupage che si rifà alle percezioni dei bisogni di Charlie stesso. La palude da locus amenus a luogo spaventoso pieno di coccodrilli. I momenti romantici accompagnati da musica e inquadrature da film di genere insieme alla ragazza di cui è innamorato. Il salto thriller del finale con l’inseguimento. La detective story. La storia biografica. Il film esistenzialista. Tutto converge creando un castello di carta fragile ma dalle basi indistruttibili: il mondo liquido.

L’ibridazione teorizzata da Bauman prende vita propria raggiungendo l’agognata identità “non definita e mai definibile”.

L’ibridatore ricicla e rielabora senza un modello da seguire, plasmando realtà e finzione a sua immagine e somiglianza. La conoscenza maniacale della struttura drammaturgica gli permette anche di mantenere una linearità costante e, addirittura, di attuare una terza ibridazione svelandoci il proseguo della sceneggiatura creando un terzo film nel film: “The 3”. La sceneggiatura di Donald altro non è che la chiave di lettura più profonda di Charlie stesso: un eroe schizofrenico la cui personalità è diversa in tre, esattamente come Charlie in Donald, Susan e Laroche, che si innamora di una donna senza nemmeno conoscerla, proprio come Charlie con Susan, e l’inseguimento finale.

Kaufman si legge e si rilegge per rendersi conto di non esistere. Per esister può solo immettersi nel traffico e morire come individuo singolo e rinascere come individuo liquido.

«Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no»


(Zygmunt Bauman)

Il mondo filmico può trasformarsi in un timelapse dove solo i fiori germogliano e perdersi fra noi.  I fiori nel mondo liquido non sono appassiti, sono forse gli unici sopravvissuti.

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