Il significato di Perfect Days: Komorebi, Seneca e Wim Wenders

Gianluca Colella

Febbraio 6, 2025

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Il cinema armonizza percezione e immaginazione, realtà e fantasia, come un artigiano esperto. Solitudine e dialogo si sorridono nelle riprese di immagini in movimento costante, capaci di imprimersi nel nostro animo come preistoriche incisioni.

Per realizzarsi, quest’arte necessita di due componenti essenziali dell’esperienza umana, il tempo e la luce.

Il Komorebi è un concetto chiave esistenzialista diffuso in Giappone, e può rappresentare la guida di una visione nuova del nostro modo di stare al mondo. Partendo da un’interpretazione analitica del concetto di Komorebi, fil rouge esemplificativo e poetico della trama di Perfect Days (Wim Wenders, 2024), questo approfondimento si cimenta nello sforzo di ricostruire i concetti espressi dal kanji giapponese – albero (木), splendore (漏れ) e sole (日) – in relazione al modo in cui le opere cinematografiche possono essere percepite nella società contemporanea, e al modo in cui questo può rivoluzionare la nostra intimità.

Premessa: normalmente, chi frequenta il cinema lo fa per cercare sensazioni. Individuali o sociali, nella scelta di recarsi al cinema o di scegliere un film da vedere, si cela un’inconscia aspettativa di appagamento. Percettivo, estetico, metafisico o intellettuale, non ha importanza: andare al cinema assolve ad uno scopo, ad una funzione.

Il nostro stile di vita oggi è caratterizzato da un orientamento cieco rispetto al passato e spaventato dal futuro. Recuperando Seneca, la sua celebrazione dell’ozio e il suo amore per il presente, si spera di valorizzarlo diversamente.

Ogni cosa è fagocitata in un vortice al centro del quale non esiste altro che la volontà di amplificare il piacere e censurare il dispiacere.

Ma dov’è il presente?

Komorebi: un sentimento, non una parola

Cinema
Komorebi – Perfect Days, Wim Wenders, 2023

«In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum.»

(Seneca)

Con komorebi, il cui significato letterale è “la luce che filtra tra gli alberi”, quella sensazione inizialmente abbagliante data dal contatto diretto tra occhi e raggi del sole, seguita dalla pace prodotta dal verde delle foglie e dai giochi di ombre che si creano sul suolo, i cardini della nostra appartenenza filosofica vengono radicalmente messi in discussione. In Wim Wenders, l’uso che viene fatto del termine è allegorico e sostanziale al tempo stesso.

I servizi igienici high-tech del progetto “The Tokyo Toilet” fanno da sfondo alle vicende umane più semplici e genuine di Hirayama, essere unico e universale, rappresentante di ognuno di noi. A primo impatto, quello di Perfect Days potrebbe sembrare un riferimento alla celebrazione delle piccole cose della vita, ma la profondità del concetto va oltre.

I rituali del protagonista, così ineffabilmente fotografati, sono semplici e monotoni, vissuti secondo la possibilità di cogliere la bellezza del momento presente. Quando le ombre del dolore e la sofferenza allungano la propria ombra sulla quotidianità di Hirayama, lui si ricorda che c’è sempre qualcos’altro da celebrare. Uno scatto, una definizione, un contatto umano.

Prendendosi cura del suo presente, l’uomo conosce nuove sfumature della propria intimità, rendendo ogni giornata la tappa di un viaggio unico e irripetibile. La fugacità degli attimi ripresi nel film è descritta attraverso riprese dolci, lente, gradevoli e fotograficamente indimenticabili.

In un contesto in grado di superare il cinema, cosa possiamo farne noi di questo komorebi se le nostre esistenze sono troppo frenetiche?

Il Komorebi nella vita quotidiana

Cinema
Perfect Days, Wim Wenders

Questo gioco di luce così sapientemente orchestrato da Wenders, sia nelle immagini che nel messaggio del suo film, è ammaliante.

Ma cosa possiamo farcene noi, di questa bellezza, se molto spesso il presente bello non è?

C’è un legame tra Perfect Days di Wim Wenders e il De Brevitate Vitae di Seneca, che risiede nella contemplazione della fugacità del tempo e nel valore della vita vissuta pienamente. Wenders, attraverso la routine meditativa del protagonista , celebra la bellezza del quotidiano e l’intensità del momento presente, contrapponendo la semplicità dell’essere all’ossessione per il fare. Sostare nella bellezza, ricamare faticosamente uno spazio simbolico e fisico nel quale il proprio animo possa cullarsi occasionalmente, rappresentano compiti faticosi. Il tempo, ciò che sempre ci manca e mai basta, si riempie di impegni, incastri, imprevisti, occasioni colte e occasioni perdute. Ci sussiste e ci trascende, ci siamo immersi dentro eppure proviamo a controllarlo.

Momenti ordinari diventano un manifesto visivo che celebra il valore intrinseco del tempo presente, ricordandoci il senso profondo di ciò che è trascurato.

Seneca, nel De Brevitate Vitae, scrive: «Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.» Nelle azioni di Hirayama, le foglie degli alberi di Tokyo lo cullano dal rumore della città e dalla luce che filtra tra le foglie. È un gesto che racchiude una consapevolezza profonda: il tempo non va rincorso, ma abitato.

Seneca parla anche della capacità di vivere appieno: «Vivere non è per tutti; molti consumano il tempo senza usarlo, persi in occupazioni superflue o vane ambizioni»; Hirayama è l’opposto: pur nella sua routine, che sembra ripetitiva, egli si dedica interamente a ciò che fa, dai piccoli gesti lavorativi alla sua cura personale. La sequenza in cui pulisce i vetri dei bagni con una precisione quasi rituale è un esempio perfetto: ogni movimento è un atto di dedizione, che esprime una filosofia di vita attenta e radicata nel momento.

Allo stesso modo, il rapporto di Hirayama con la natura – come nel prendersi cura delle sue piante – sottolinea ciò che Seneca descrive come la necessità di tornare all’essenziale: «Gran parte del tempo ci sfugge mentre facciamo il male, gran parte mentre non facciamo nulla, gran parte mentre facciamo altro da ciò che dovremmo fare»

La contemplazione del Komorebi si offre come metafora perfetta per comprendere l’essenza di Perfect Days e il suo legame con la riflessione di Seneca. Nella luce che attraversa le fronde, è possibile scorgere il significato più profondo dell’esperienza estetica: un momento in cui l’umano si distacca dalle urgenze quotidiane per lasciarsi permeare da qualcosa di più grande, che lo trasforma.

Ed è qui che il cinema emerge come un’arte privilegiata, un’occasione di otium produttivo, per riprendere un concetto caro alla tradizione classica. Agisce come un rituale catartico moderno, un’esperienza che, attraverso immagini, suoni e storie, invita lo spettatore a entrare in uno spazio transizionale, per usare il linguaggio della psicoanalisi, in cui è possibile riscoprire se stessi.

Wim Wenders ci restituisce non solo il senso del tempo vissuto con pienezza, ma il valore stesso della bellezza, intesa come un’esperienza trasformatrice. È qui che il Komorebi non è solo un’immagine, ma un invito a guardare e a vedere, ad accorgerci di ciò che spesso passa inosservato. Lo spettatore non solo evoca il piacere del riconoscimento estetico, ma fuggendo, torna in sé stesso.

L’estetica cinematografica in questo contesto diventa ciò che Hans-Georg Gadamer definisce come un gioco (Spiel), una dimensione in cui le categorie ordinarie della vita si dissolvono, lasciando il posto a un’interazione rivelatrice con l’opera d’arte. Questo processo non si esaurisce nella visione, ma lascia nello spettatore un effetto trasformativo, un cambiamento.

In Perfect Days, è nel tempo dell’attesa, del lavoro, delle relazioni accennate che si nasconde la bellezza del mondo e l’eco della riflessione di Seneca. Ma ciò vale anche per lo spettatore: abbandonarsi alla visione è un atto di recupero, una restituzione al proprio Sé in cui le immagini dialogano con la sensibilità individuale. Il cinema è il nostro sogno che si fa poesia attraverso immagini che altri hanno scelto per noi.

Un mito, una fiaba, una tragedia, e tutte queste cose insieme.

Così, il Komorebi che brilla nei dettagli della narrazione diventa una finestra sul nostro rapporto con il mondo: una metafora della bellezza che ci attende nel presente se solo ci fermiamo a osservarla. Attraverso l’ozio produttivo della visione, ci trasforma come la luce del Komorebi trasforma il paesaggio. In questo spazio transizionale tra il visibile e l’invisibile, tra l’umano e il trascendente, ogni spettatore ritrova il proprio tempo, accettare la propria fragilità e ritrovarsi, per dirla con Seneca, più “vivente” di prima.

E con esso, ritrova anche la propria luce, come quella di un mattino che ritorna, di un raggio che si mostra, ancora una volta.

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Autore

  • Gianluca Colella

    Nato a Napoli nel gennaio 1995, supero a pieni voti la fase secchione e in adolescenza scopro la filosofia, la cultura, il cinema e la psicologia. Mentre mi laureo in psicologia alla Federico II scopro ArteSettima, la disoccupazione, i virus cinesi e le malattie mentali in età evolutiva. Attualmente scrivo approfondimenti antieroici su serie tv e film più o meno noti direttamente dalla Calabria, dove mi trovo per un dottorato di ricerca. Sperando che il precariato, un giorno, sia solo un ricordo.

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