David: «C’è un tempo e un luogo per soffrire»
Così afferma David (Jesse Eisenberg) in A Real Pain, e le sue parole risuonano con inquietante familiarità. Il XXI secolo è l’era della compartimentazione: viviamo in un tempo in cui ogni aspetto della nostra esistenza viene organizzato in settori ben distinti, dalla vita lavorativa separata rigidamente dalla sfera personale, ai sentimenti da mostrare solo in contesti appropriati. Persino il tempo libero viene incasellato in attività precise: c’è il momento della produttività, quello dello svago e perfino quello della mindfulness, come se ogni emozione e azione dovesse trovare il suo giusto spazio e non potesse fluire liberamente.
Il dolore non fa eccezione. La sofferenza va incasellata, gestita, contenuta.
Basti pensare alle giornate della memoria, che illuminano per un istante un dolore inconcepibile, solo per lasciarlo poi svanire nell’ombra della quotidianità. Abbiamo stabilito un tempo preciso per il lutto – il funerale – oltre il quale ci si aspetta che tutto torni alla normalità. Persino la psicoterapia, che dovrebbe essere uno strumento di sostegno ed esplorazione interiore, viene talvolta ridotta a un luogo in cui confinare la sofferenza, così che non disturbi il mondo esterno.
Jesse Eisenberg – sceneggiatore, regista e interprete in A Real Pain – afferma in un’intervista con The Guardian di interrogarsi spesso sul tema del lutto, senza riuscire a darsi una risposta:
«I think about grief all the time, for reasons I don’t wanna divulge. When is it appropriate? How do we present grief to the world, when is it self-serving and when is it helpful?»
(Jesse Eisenberg)
In questo suo secondo lungometraggio da voce ai due lati di questa medaglia attraverso i personaggi di David e Benji (Kieran Culkin). Da una parte c’è David, metodico e razionale, che delimita la sofferenza entro i confini di una norma sociale condivisa, quasi un galateo emotivo. Il suo opposto, Benji, rifiuta invece di isolare questa sofferenza, si muove come un fiume in piena nel ricordo di un dolore individuale e collettivo, senza alcuna remora a trascinare gli altri nel suo tumulto interiore.

Il film segue i due cugini in un tour della Polonia che rievoca la memoria della loro storia familiare, scavando nel terreno fertile delle loro radici ebraiche. Il viaggio, che inizia come un’occasione per riconnettersi con il passato e tra di loro, diventa presto un confronto diretto con il dolore ereditato e il modo in cui ciascuno di loro sceglie di affrontarlo. David, più riservato e controllato, cerca di incanalare la sofferenza in un percorso di elaborazione interiore. Al contrario, Benji la esterna senza filtri, destabilizzando il gruppo e mettendo in discussione l’intera esperienza commemorativa.
Il dolore e la sua espressione: chi ha il diritto di soffrire?
David accetta la sofferenza come un fatto ineluttabile della vita, ma ne nega il carattere eccezionale. Di conseguenza, tiene il suo dolore per sé, senza chiedere conforto.
David: «Non stiamo tutti soffrendo? So che il mio dolore non è eccezionale e per questo non peso sugli altri»
In lui si avverte l’eco di un certo stoicismo esistenziale, un’accettazione silenziosa della condizione umana che si traduce in un distacco quasi ascetico dal proprio sentire.
Benji, al contrario, è un vulcano. La sua sofferenza è visibile, deborda dalle sue parole e dai suoi gesti, sconvolge la linearità del viaggio e destabilizza l’armonia del gruppo. Durante una cena con gli altri partecipanti al tour, David si sente infatti in dovere di giustificare il comportamento del cugino:
David: «Sta chiaramente soffrendo»
Eppure, la sua stessa ammissione non porta a un’accettazione di quel dolore così smaccatamente espresso: lo riconosce, ma non lo legittima. La sofferenza è accettata solo se adeguatamente filtrata, se non disturba il decoro delle interazioni quotidiane. Al contrario, Benji rifiuta questo patto implicito.
Benji: «Le persone non possono essere felici tutto il tempo»
Il dolore per Benji non è qualcosa da nascondere, ma da esibire come monito, come memoria vivente. Ma a quale prezzo? Il suo modo di stare al mondo lo isola, lo condanna a una paralisi da cui non si riesce a liberare.
È proprio questa inettitudine che David non riesce ad accettare. A differenza del cugino, che vive ancora con i genitori, David incarna l’ideale di chi “ce l’ha fatta”: ha un lavoro, una famiglia, una vita strutturata secondo un modello di efficienza in cui il dolore deve essere solo una breve parentesi. La sofferenza va isolata, incasellata in momenti precisi, non solo per rispettare le convenzioni sociali e non gravare sugli altri, ma soprattutto per non compromettere quello standard di produttività che oggi viene equiparato al successo.
Non c’è tempo per soffrire, bisogna andare avanti. Non c’è tempo di soffrire, ci si deve dare da fare.
Alla luce di queste considerazioni, l’ultima sera trascorsa in Polonia, David chiede al cugino quali siano i suoi piani una volta tornato a casa. Non è una semplice domanda di cortesia, ma un’esortazione: il suo diritto di soffrire è terminato, ora è tempo di rimettersi in marcia.

Il dolore generazionale e la memoria dell’Olocausto
Il dolore di cui si parla in A Real Pain non è solo individuale, ma profondamente radicato nella storia della comunità ebraica. L’ombra dell’Olocausto permea il film, non solo come elemento di fondo, ma come questione centrale: la memoria di un trauma collettivo che rischia di essere dimenticato o banalizzato.
Eisenberg ha rivelato che l’idea del film gli è venuta dopo aver visto una pubblicità che proponeva un tour dell’Olocausto con “pranzo incluso”. Questo dettaglio sconcertante evidenzia come la compartimentazione del dolore ci porti a trasformare la tragedia in un’esperienza quasi turistica, un episodio distante e circoscritto nel tempo.

Benji sembra percepire questa pericolosa rimozione, ed è per questo che esprime il suo dolore senza freni. Per quanto siano tutti profondamente scossi alla visita al campo di concentramento, è l’unico che durante il viaggio di ritorno si abbandona a un pianto disperato. Benji abita il dolore, piuttosto che ricacciarlo sotto un ammasso di polvere. Il suo è un dolore troppo grande da mascherare poiché non è solo personale, ma storico.
La sua rabbia nasce dalla consapevolezza che il mondo dimentica troppo in fretta, che il male può ripetersi proprio perché non viene davvero interiorizzato.
Ma il ricordo, per molti, è solo un rituale formale. Forse è proprio per questo che lo rinchiudiamo in giornate della memoria e momenti e luoghi strettamente demarcati, per isolarlo dal quotidiano. A Real Pain non offre risposte, ma ci spinge a chiederci se il modo in cui ricordiamo sia davvero sufficiente. Al tempo stesso il film ci mostra che vivere sempre in piena consapevolezza di questo dolore, individuale e collettivo, ci blocca in una paralisi come quella di Benji.
L’aeroporto: il non-luogo del dolore
Il film si apre e si chiude con l’immagine di Benji all’aeroporto. Un luogo in cui tutto è provvisorio. Qui Benji può nascondersi dal ritorno a casa, dalla solitudine della sua esistenza. Il suo dolore non può essere contenuto in una vita ordinaria, nei ritmi placidi dell’esistenza quotidiana. Deve essere esposto, condiviso, quasi gridato.
David, invece, accetta il ritorno. Per lui, il viaggio è un percorso di comprensione più che di ribellione. Il dolore è sempre con lui, ma non è qualcosa che lo spinge a evadere. Piuttosto, lo abita nel silenzio, lo accetta come parte di un’esperienza collettiva e individuale insieme.

Allora la domanda che pone A Real Pain è: come si dovrebbe affrontare la sofferenza? La compartimentiamo, come fa David, o la esprimiamo senza filtri, come fa Benji? La memoria del dolore serve a evitare che si ripeta, o rischia di diventare un peso che ci imprigiona? Il film non prende posizione, ma ci lascia con un’immagine indelebile: quella di Benji che sceglie l’aeroporto, il rumore, il movimento.




