Esiste un sottosuolo negli Stati Uniti che da sempre decostruisce i miti favoleschi e salvifici della perversa civiltà del sogno contemporaneo. Anora di Sean Baker è erede concreto di questa antica tradizione.
Perché potremmo riflettere su quando sia iniziata la controcultura cinematografica statunitense. Potremmo rintracciarla nei finali alienanti di Buster Keaton, che ai suoi happy ending rispondeva spaesato e senza sorriso. Potremmo osservarli già nascosti con maestria da autori come Billy Wilder e King Vidor. Resi poi espiciti già in opere come Sunset Boulevard.

Quando Scorsese girava Taxi Driver ci mostrava con forza questo sguardo infernale sul mondo americano: per essere uomo in America, devi essere un eroe. Se fallisci il tuo sogno eroico, perdendoti, mostrando la tua fragilità in modo spaventato e frammentato, allora sei alieno. Eppure, quando esplodi nella violenza della tua solitudine, i giornali devono comunque riportarti al loro mito.
Travis Bickle torna eroe, la sua amata lo vuole di nuovo, eppure il suo sguardo nello specchietto è spaventato dal suo stesso volto. E così potremmo proseguire, mostrando come questa radice si è dispersa in mille nuovi autori e autrici che hanno costruito, silenziosi, nei non luoghi americani, un cinema indipendente.

In modi diversi Korine, Jarmusch e tanti altri hanno raccontato storie altre, abitate da personaggi altri, tutti invasi e intrisi di quella cultura del sogno già smascherato, nelle periferie, nei cementi abbandonati dove il mito è nato già morto.
E di quella dimensione mortifera ma autentica si nutre Sean Baker, che con la dolcezza di chi osserva l’umanità che le grandi storie ignorano, o al massimo normalizzano, ritrae la bellezza di quell’America che ancora si sta cercando tra i frammenti di un impero nato già vecchio.

Baker pian piano si afferma come autore delle storie che vivono accanto, di lato ai luoghi che tutti subiamo e bramiamo. Luoghi reali e metaforici allo stesso tempo, come la Disney World di Florida Project, o la Las Vegas di Anora.
Perché Anora è la storia accanto a Pretty Woman, che si specchia in essa svelandone le crepe, i riflessi menzogneri. Cenerentola crede ancora nel principe perché non ha altro in cui credere. E così, nel linguaggio pop, eccessivo e luminoso del contemporaneo, si sviluppa la storia di una solitudine vera.

Anora si muove tra i generi, dalla rom-com al grottesco, facendoci vivere in maniera realistica e concreta un sogno vuoto. Non c’è cosa più potente di un film che è eccessivo nella menzogna e sottratto nella verità. Perché quando tutto crolla, dopo un tempo rallentato dall’assurda ricerca di un principe tornato rospo narcisista, ogni cosa è svuotata.
Così il finale, dove resta l’essenza di uno scambio che non ha più fine, né l’amore che salvi, né il sesso che venga pagato. Rimane lei, donna, solitudine, storia altra già dimenticata dai suoi vicini dopo averla illusa di essere mito.




