Il cinema di Gregorio Mattiocco nasce da un’urgenza semplice: guardare un bambino negli occhi, riconoscersi, e non distogliere lo sguardo.
In Piccolo Attila, il suo nuovo cortometraggio distribuito da Pathos Distribution, questo gesto si fa filmico. Armandino, il protagonista, è un bambino che brucia di energia trattenuta, di attese fini a loro stesse, in un vuoto domestico fatto di assenze, sostituzioni e imposizioni. Nella relazione mimetica e riflessa con il fratello maggiore, Giorgio, il salotto si trasforma in uno stadio senza pubblico, la casa uno spazio blindato dove si gioca una partita silenziosa, senza cronaca ma con un’esplosione finale. L’ammirazione fraterna si fa tensione autoritaria, il tifo calcistica si fa parabola sociale, e solo il conflitto si rivela spazio di autentico riconoscimento.
Lo sguardo dei regista si affida ai volti, alla durata dei primi piani, ai silenzi che diventano discorso. La camera trova la propria strada attraverso il bambino: lo segue, lo insegue, a volte si perde. E in questa perdita si rivela qualcosa di più profondo: la possibilità di un cinema che cresce nel momento stesso in cui si misura con i suoi limiti, nella percezione del mondo e nell’auto-riconoscimento attraverso la relazione con l’Altro.
Piccolo Attila è prodotto da Panoramic Studio e supportato da Rai Cinema Channel, con la distribuzione di Pathos Distribution. Presentato in anteprima ad Alice nella Città, il corto conferma l’urgenza di una nuova generazione autoriale che sperimenta, rimettendo al centro l’infanzia come luogo di resistenza, invenzione, conflitto.
Abbiamo incontrato Gregorio Mattiocco per parlare di cinema, fratellanza, tifo, politica. E di cosa significa oggi, per un regista piccolo, voler diventare grande.

Ciao Gregorio, come stai? E come sta il tuo Piccolo Attila?
GREGORIO MATTIOCCIO
Ciao Settima, qui Gregorio Settimo! A Roma tutto bene. Il conclave si è chiuso un mese fa, ma il mio pontificato è attivo solo nell’industria cinematografica… per ora. Piccolo Attila sta bene anche lui: ha avuto la sua prima ad Alice nella Città, proprio dentro le mura vaticane, appunto… Ora, a fine mese, voleremo a Sofia per il Festival In The Palace. Ringrazio Pathos che continua a sostenermi in questo viaggio.
Il titolo Piccolo Attila è già un manifesto: un bambino e una forza distruttrice nella stessa immagine. Chi è davvero Armandino per te? Da dove nasce questo personaggio?
GREGORIO MATTIOCCIO
Armandino nasce nelle mura domestiche, nel nido, nella paura di uscire e vedere come è il mondo lì fuori. Per questo la scelta di raccontare la vicenda in una casa. Armandino incarna questa paura e cerca di rispettarne i confini, non lo vediamo mai oltre quelle 4 mura. Anche quando è solo in casa. Per lui c’è tanto da scoprire come la camera del fratello. Conduce la sua indagine e lo fa silenziosamente, sa bene che se viene sgamato, quelle stesse mura protettive possono diventare una gabbia opprimente.

La dimensione calcistica è onnipresente, ma mai in primo piano. La curva, il coro e lo stadio si percepiscono come mito, come proiezione. Ma che rapporto c’è tra te e il rito collettivo del tifo? Che valore volevi che avesse nel tuo film? E il fumogeno finale?
GREGORIO MATTIOCCIO
La curva nord è una metafora, a me il calcio non interessa ma le tifoserie si. Sono andato spesso allo stadio. Nelle curve ci sono dei sentimenti unici. C’è un amore condiviso ed è una cosa bellissima, ma c’è anche tanta gerarchia, un po come tra i due fratelli. Ovviamente i cori che ho scelto non sono casuali, sono collegati direttamente a canti Militari, il cameratismo dei due fratelli è forte. La Lazio non c’entra. Premetto che i due attori Gianmarco (Giorgio) e Davide (Armandino) sono due Romanisti sfegatati. Ma hanno creduto in me e hanno accettato di interpretare due laziali… che eroi.
Il film si muove tutto all’interno di uno spazio domestico, uno stadio chiuso, un teatro di potere. Che significato volevo attribuire a questo interno?
GREGORIO MATTIOCCIO
Si la dimensione chiusa è una dimensione simbolica, noi vediamo la storia di un fratello piccolo che scopre il mondo e emula il fratello grande. L’idea è quella di raccontare un rapporto universale, tra il piccolo e il grande tra il nuovo e il vecchio, tra quello che c’è stato e quello che deve ancora venire. Spesso mi sento un piccolo Attila, soprattutto quando mi scontro con i “grandi” di questo mondo… Armandino ha voglia di varcare quella dimensione, vuole oltrepassarla… alla fine lo fa, in punta di piedi, felice, canta.

Cosa e perché ti interessava raccontare di questo rapporto tra fratelli?
GREGORIO MATTIOCCIO
Credo che al contrario di altre culture dove ci sono sempre dei genitori e dei figli, quello dei fratelli sia un rapporto radicato profondamente nella nostra cultura: da Caino e Abele, Romolo e Remo, e se dovessi pensare al cinema aggiungerei Rocco e i suoi fratelli. Anche se non c’è un vero e proprio fraticidio, Piccolo Attila è una storia aggressiva o almeno lo spero. Serve lo scontro tra i due fratelli per creare qualcosa di nuovo.
Com’è stato lavorare con il personaggio di Armandino? Vedendo il film sembra che tu ci abbia molto legato. Sembra che l’operatore faticasse a staccarsi dal suo primo piano.
GREGORIO MATTIOCCIO
Davide Cofani (Armandino) aveva 13 anni quando abbiamo girato, io non lo conoscevo prima. Lavorare con lui è stato un modo per tornare bambino anche per me. Spesso lasciavamo la macchina da presa in rec. senza dirglielo, il suo volto ci illuminava a tutti. Credo che chiunque vorrebbe tornare ad avere quello sguardo sul mondo, che solo a quella età puoi avere. Rivolto alla realtà che si propone davanti, all’indagine del mondo che verrà e non di quello che c’è stato. Abbiamo cercato di muovere la macchina da presa in questo senso con l’intenzione di svelare e conoscere il mondo insieme ad Armandino.

Hai parlato del film come di un “testamento di un regista piccolo che vuole diventare grande”. Cosa significa per te oggi, in un contesto come quello del cortometraggio, “voler crescere”? E quali sono i rischi o le urgenze che ti porti dietro?
GREGORIO MATTIOCCIO
Io ho 26 anni e mi spesso mi vedo circondato da vecchi. Sento che le pareti che delimitano lo spazio filmico di Piccolo Attila siano un po’ le stesse pareti opprimenti del cinema italiano. Manovrato da fratelli maggiori che hanno perso la capacità di interrogarsi sul mondo e di riconoscere nei piccoli una scintilla. Credo serva molto, ogni tanto, che qualcuno di noi accenda un fumogeno, un punto luce in una gabbia buia da anni. Il “voler crescere” è il motore della nostra conoscenza. Ho una maglietta rubata a mio padre con la faccia di Einstein e una scritta che dice “I’m just a curious man”. I rischi fanno parte del gioco, bisogna solo essere consapevoli e cercare di arrivare al punto.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Panoramic Studio è passata da collettivo a casa di produzione. Cosa significa per te fare cinema in forma condivisa, e quanto conta avere una comunità creativa attorno?
GREGORIO MATTIOCCIO
Panoramic Studio nasce a marzo del 2024, un anno fa. La nostra forza è quella di essere una casa di produzione libera da tutti i confini. Essere attivi sia su Roma che su Milano ci permette uno scambio continuo di sguardi su due orizzonti che crescono parallelamente. Stiamo facendo tanti progetti e l’obiettivo è quello di mantenere una visione alternativa. Siamo pronti a sperimentare e abbracciamo chiunque condivida il nostro stesso approccio. Fare cinema in forma condivisa credo sia indispensabile sia come metodologia di lavoro, ma sia anche come esperienza per vivere la vita! Un saluto.





