Il significato di Dostoevskij dei fratelli d’Innocenzo: la morte è un bezoar

Paolino Santaniello

Giugno 12, 2025

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Un gioiello, Dostoevskij, la serie dei fratelli d’Innocenzo. Non un diamante luccicante, prezioso e frutto dei segreti della terra.
Il gioiello di cui parlo qualcosa è di diverso, di alchemico: brilla delle viscere dell’umano. È qualcosa di orrorifico, perché questa serie spinge a entrare in contatto con i misteri più oscuri dell’esistenza.

Lo paragonerei a un bezoar, un aggregato di ruminati, che secondo la medicina orientale può avere effetti curativi.

Ma quale malattia è al centro di quest’opera dei fratelli d’Innocenzo? 

Cosa tortura il protagonista Enzo Vitello (strabiliante Fabrizio Timi) fino a desiderare la morte nella scena di apertura?

Non è possibile comunicare certi sentimenti a parole, perché nel tentativo di spiegarli verbalmente, quelle stesse parole, con la loro inadeguatezza, finirebbero per assorbire ogni significato. La grandezza dei due registi sta proprio nell’intavolare una scenografia studiata nei minimi particolari, girando in non luoghi della campagna laziale facendo dell’immagine e del piano fisico il primo protagonista dell’opera. La scelta di girare in pellicola Super 16 mm rimuove quei filtri patinati a cui siamo ormai abituati per consegnarci un ambiente scenico a cui gli occhi devono prima abituarsi, prima di ricordare che la nostra realtà non ha filtri, specie di fronte alla miseria.

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Un diario della corporeità annichilita

Dostoevskij è una serie che gioca molto con i sensi e con la fisicità. Anzi, Dostoevskij è un diario della corporeità annichilita, dove tutto si svolge su un piano squisitamente fisico. Nonostante la complessità delle dinamiche psicologiche che la serie narra, giunge un monito allo spettatore: tutto sorge da ciò che percepiamo dall’esterno, perciò tutto quello che restituiamo lo rendiamo all’esterno, al mondo. E oltre alle lacrime, al suono del riso, vi è anche il vomito come canale di comunicazione, vero protagonista della prima scena di questo dramma biblico.

Il noir e il caso degli omicidi del killer scrittore sono come lo scivolo dell’esofago che conduce lo spettatore tra le viscere di Enzo Vitello, interpretato da un leggendario Filippo Timi. Un poliziotto disilluso, cinico in modo viscido, vissuto. È estraneo al proprio corpo tanto quanto lo è dal mondo. Alcool, sigarette, pillole. Sembrerebbe quasi di aver a che fare con il detective tenebroso e ossessivo. Ma non è così.

Enzo Vitello è un fauno. Un essere metà uomo, metà capro. Ha un mestiere, una casa che sembra un sepolcro, indossa jeans e maglietta bianca, fuma sigarette e beve birra dopo il lavoro. Ha una figlia che ha abbandonato, ma verso cui prova sempre affetto. Una figlia che non riesce a perdonarlo per averla abbandonata a se stessa.

Una figlia, interpretata da Carlotta Gamba, che ha nella droga un nuovo genitore. La sua sciatteria, il suo modo di mangiare, le sue labbra corrose ispirano un misto tra disprezzo e tenerezza. È un conflitto vivente, proprio come suo padre.
Anzi, è una figlia schiacciata dai conflitti di un padre che non ha mai avuto il coraggio di tenerli solo per sé.

Enzo Vitello dice di sé che non è una brava persona. Non è affatto facile empatizzare con quei suoi occhi neri, profondi, con capillari rotti per la privazione di un sonno ristoratore. Il suo corpo è sempre curvo, proteso all’involuzione. Non entra in scena per redimersi dal passato non capta la benevolenza con citazioni filosofiche che impreziosivano True Detective. Le uniche riflessioni sono quelle del killer che, dopo aver massacrato le sue vittime, scrive delle lettere con cui narra gli ultimi istanti della loro morte. È un killer che uccide per imprimere il suo significato a delle persone perfettamente sconosciute, al punto da impressionare Enzo, che non resiste al richiamo del killer, con cui instaura un peculiare rapporto epistolare.


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Di corpi strascicati e organi sottosopra

Vitello legge e rilegge quelle lettere. Ne conosce a memoria il contenuto, lo stile, recita quelle parole nella sua mente come una preghiera. Dostoevskij guarda alla realtà come corpo che porta su di sé i segni dell’esistenza. È il corpo il nostro essere nel mondo.

È il corpo che vive, che agisce, che sente. Che pulsa.

È dalla polvere sui mobili che senti il peso di un tempo indefinito, dalla muffa sulle pareti che percepisci la qualità del materiale umano in scena. È dalle sterminate e buie campagne prive di segnaletiche che comprendi quanto l’uomo sia una ben misera cosa a fronte del dramma dell’esistenza. Che non risparmia nessuno, perché le pulsioni dell’uomo non conoscono l’innocenza.

Filippo Timi e Carlotta Gamba portano in scena un rapporto padre e figlia che si dipana tra droga, rabbia, disgusto, abbandoni e morte, per insegnarci che alcuni amori, anche quello per la vita stessa, possono nascere ed essere dediti all’oscurità.

Il loro rapporto non è un classico amore padre/figlia. È qualcosa che nasce dal sangue, dalle viscere del dolore, intriso di succhi gastrici e biliari. Chi lo tocca ne resta invischiato, corroso, creando un legame altrettanto indissolubile quanto quello che si crea con un abbraccio, ma nella sua versione oscura.

Il vomito in Dostoevskij non è solo una reazione al disgusto o un meccanismo di reazione psico-fisico: è il più istintivo mezzo di comunicazione con il mondo esterno quando si esplora con tutto sé stessi le lande oscure dell’animo umano. È un atto di rinnovamento, che svuota lo stomaco e il cuore da qualcosa di vecchio e rancido, ingurgitato e mal digerito chissà da quanto tempo. Enzo Vitello pronto al suicidio, in procinto di morire dopo aver ingurgitato un quantitativo di pillole in grado di frantumare il più coriaceo dei fegati lascia una lettera a sua figlia.

“Alle persone buone capitano cose bellissime, così il contrario”
E poi, Vomito.
Un elemento che torna spesso in questa storia.
Figlia, morte, vomito.

È col vomito che Enzo torna alla vita. Mentre è lì, pronto a tuffarsi nell’oblio dopo un’overdose di farmaci, la telefonata del collega che gli annuncia il primo massacro di quel killer che sarà soprannominato Dostoevskij lo riporta in vita. Gli dà una reazione istintiva per voltare le spalle al tunnel della morte e ritornare nelle campagne laziali. Il killer Dostoevskij lo riporta alla vita  con un canto funebre e il tanfo dei cadaveri.

L’indagine dell’identità

La stessa figlia verso cui prova un amore malato e maledetto odora della bile di Enzo. Ha le labbra screpolate, come quelle di chi si nutre con acide verità. Come lui si droga, come lui vive il corpo come una dannazione, pertanto una prigione da abbattere.

Ma se il padre cerca di sopprimere il corpo per non essere ciò che è destinato ad essere, la figlia lo sopprime per non sentire quella orribile verità che nel profondo ha sempre sentito: l’orrore di essere l’oggetto del desiderio carnale del proprio genitore. Un rapporto che strazia.

È davvero difficile guardare la terribile scena dell’Hotel, in cui finalmente Enzo riprende su di sé i suoi conflitti, si assume le sue responsabilità, anche al costo di frantumare quella figlia ormai dilaniata. Una scena orribile, in cui a questo padre e questa figlia è concesso l’unico momento di contatto intimo e senza filtri, attraverso il vomito. A parere di chi scrive, è una delle scene più terribili del panorama seriale e cinematografico italiano contemporaneo.

È questa la vera indagine di Dostoevskij. Non l’identità dell’autore degli omicidi, non il suo movente, anzi: è il concetto stesso di identità il vero criminale di questa storia, dove la più grande conquista dell’uomo è il totale rifiuto di esistere, della coscienza di sé.

È un continuo tentativo di vomitare fuori dalle viscere caprine di Enzo Vitello quell’antidoto da quel veleno che è la vita: la morte, intesa come abbandono più totale.

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Questa strana bellezza che è la morte

L’autore russo che dà il nome alla serie affermava che “la bellezza salverà il mondo”. E la bellezza che salverà il mondo, secondo Vitello, è proprio la morte.  Non scegliamo noi cosa ci rende vivi. O almeno, così ci raccontiamo. Ma sappiamo cosa può renderci prigionieri, ed Enzo è ormai stanco di sé stesso.

La morte è l’atto ultimo che dà significato a una vita insignificante, indegna di essere vissuta se non nel momento dell’ultimo sospiro, quell’istante in cui ti lasci andare. Essere padroni di quel momento significa essere, per un singolo istante, Dio.

Il crimine dell’assassino che Enzo tanto ammira non si limita alla privazione della vita: sottrae alle proprie vittime la possibilità di dare un significato al proprio vissuto, di portarle a una conclusione coerente con la propria percezione di sé.

È questa l’idea che affascina Enzo: trovare il proprio senso nella vita sottraendo agli altri il potere di trovare quel senso. Ma questo è solo la base ideologica su cui si fonda la ricerca del poliziotto. Ed è così che alla fine, quell’uomo, colui che si chiamava Enzo Vitello, che aveva potuto vivere la propria bestialità attraverso la negazione cosciente più ferrea, si tramuta in una figura demoniaca, nel nulla più totale, quel luogo in cui l’unico idolo da dissacrare è la vita.

Assorbirà il killer, i significati delle vite strappate delle sue vittime e Vitello non ci sarà più. Materialmente, Vitello uccide Dostoevskij, ma spiritualmente Vitello è l’ultima vittima del killer. La morte è il bezoar che lo ha curato dal quel malessere chiamato “vita”.

Esserci nel nulla

Nessuno saprà se esiste. I cadaveri abbandonati da lui sono simulacri vuoti di quei fardelli chiamati volontà e coscienza. Essere l’abbandono. Cercare l’abbandono, diceva Carmelo Bene. Chissà cosa avrebbe detto di questo magnifico prodotto che merita di restare nella storia del grande cinema, come avrebbe disapprovato questo stesso articolo, in cui parlo di un’opera che è “atto” allo stato puro. Non c’è alcuna morale da ricavare, non c’è alcun significato da disvelare, solo una storia da raccontare che, però, sceglie di non far parte della Storia.

I registi, pur narrando una storia dagli eventi lineari, realizzano una grande sospensione tragica, che soverchia qualunque soggettività, tanto dei registi quanto degli spettatori. Abbandonare la volontà di esserci, di esistere, di essere parte: perdersi nell’atto, può essere il più grande atto di affermazionen in negativo, che avvicina l’uomo a quel Dio tanto temuto e tanto creativo: il Nulla.

Ma nel momento in cui si è atto, in cui si è nulla, non siamo più noi. Siamo completamenti immersi nell’atto, che prende il sopravvento sulla soggettività di chi lo compie. Vedere questa serie, significa perdersi in questo immenso atto di cinema, per rinsavire soltanto alla fine dello stesso con una sola e unica domanda:

Che cosa abbiamo visto?

Leggi anche: La geografia del dettaglio in Dostoevskij: D’Innocenzo e Moresco

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