Tutti hanno paura dei draghi.
O forse sono solo le storie che ci hanno raccontato su di loro, ad essere spaventose?
La paura dell’altro, del diverso, dell’ignoto, accompagna l’umanità fin dalle sue origini ed è stata centro di innumerevoli riflessioni filosofiche. Secondo Zygmunt Bauman il diverso è stato costruito come un “nemico necessario”, funzionale a creare una coesione e un’identità forte all’interno di una società. Per Hobbes invece, la paura nasce dalla diffidenza: in un mondo privo di certezze, non possiamo conoscere le intenzioni dell’altro, e allora preferiamo difenderci.
Che si tratti di altri uomini, draghi o alieni il meccanismo è sempre lo stesso: temiamo ciò che non comprendiamo, e lo raccontiamo come minaccia.
«La comprensione nasce dalla capacità di gestire. Ciò che non siamo in grado di gestire ci è ignoto; e l’ignoto fa paura».
(Zygmunt Bauman, Paura Liquida)

Fin dalle origini, l’umanità ha affidato al mito il compito di incasellare ciò che non riusciva a comprendere. E il mito ha spesso risposto con figure mostruose: sirene che trascinano nel fondo, ciclopi, chimere. Il diverso era fuori dalla polis, fuori dall’umano: un corpo altro da respingere.
Il cinema eredita questo immaginario e lo amplifica. Dalla creatura del Dottor Frankenstein ad Alien, dal mostro della laguna nera a Edward mani di forbice, ciò che non appartiene al mondo noto viene rappresentato come pericolo. Non per ciò che è, ma per ciò che incarna: instabilità, contaminazione, caos.
Già alle prime luci di quella che poi sarebbe diventata Hollywood, D. W. Griffith, uno dei padri del cinema americano, realizzando Intolerance (1916), provò a raccontare come la violenza affondi le radici nella paura del diverso. Attraverso quattro epoche storiche distinte, Griffith aveva già tentato di farci comprendere un meccanismo che si ripete: la religione, la morale e il potere che strumentalizzano la differenza per giustificare l’odio.

Dean DeBlois invece, 100 anni dopo, ci riporta nel mondo di Dragon Trainer per mostrarci ancora, questa volta in live action, che solo lo sguardo puro riesce ad andare oltre la forma, dove la paura si dissolve nella conoscenza e nell’empatia.
Lo fa portandoci lontano. In un tempo vago, in un’isola ai margini del mondo, abitata da vichinghi e creature volanti. Perché solo nell’altrove, nel fantastico, possiamo vedere più nitidamente il nostro presente. Il cinema si traveste da fiaba per parlare dritto alla radice: ci mostra draghi, ma ci parla di noi.
E questa volta ci chiede: cosa vedremmo se imparassimo a guardare con occhi diversi?

L’isola di Berk su cui è situato un villaggio di vichinghi è un luogo isolato, roccioso, battuto dal vento: lo specchio di una società chiusa, ostile al cambiamento, che vive nella convinzione di essere in guerra contro i draghi ladri e incendiari. Una dicotomia rigida: umano contro bestia, civiltà contro caos, ordine contro natura. Un’identità collettiva che si fonda sul rifiuto del diverso.
Hiccup, figlio del capo villaggio Stoick, non riesce a riconoscersi come parte della comunità guidata dal padre, non si riconosce nella forza come misura del valore, né nella guerra come forma d’identità. Nonostante provi con tutto se stesso ad entrare nei meccanismi e nelle credenze del villaggio, quando si trova di fronte al leggendario Furia Buia, invece di ucciderlo, lo avvicina guidato da una curiosità gentile.
C’è un momento di esitazione. Hiccup tende la mano, il drago si avvicina. Non servono parole: basta il gesto, il silenzio, lo spazio condiviso. Da lì nasce un legame fondato sull’osservazione, sull’ascolto, sulla cura reciproca. Hiccup e Sdentato (il nome che il ragazzo dà alla creatura) imparano a conoscersi, a leggersi nei gesti, fino a condividere un linguaggio nuovo fatto di fiducia, grazie al quale la narrazione del nemico si incrina per la prima volta.
Il conflitto, allora, non è più tra uomo e drago, ma tra due visioni del mondo: quella che alimenta la paura nutrita dall’ignoranza, e quella che osa attraversarla per costruire una relazione. Dragon Trainer mostra con chiarezza che la violenza verso il diverso è appresa, tramandata, educata. E può essere disimparata.

Hiccup è troppo giovane per appartenere pienamente al mondo degli adulti, ma abbastanza sensibile da cogliere l’incoerenza delle sue regole. Elliot non studia E.T., lo accoglie. Chihiro non combatte gli spiriti: li ascolta, li serve, li chiama per nome. È sempre lo sguardo bambino, non ancora addestrato alla paura, a rendere possibile l’incontro. Il mostro smette di essere minaccia non perché diventa simile a noi, ma perché qualcuno ha deciso di conoscerlo.
Il bambino, in queste storie, è molto più di un personaggio: è un ponte. Non ha ancora appreso del tutto le geometrie rigide dell’adulto, non parla il linguaggio della paura, non conosce ancora il confine tra il buono e lo sconosciuto. Per questo può attraversarlo. Hiccup, come Elliot o Chihiro, non si oppone all’ordine perché vuole cambiarlo, ma perché semplicemente non lo riconosce come unico. Non agisce per trasgredire, ma per conoscere. E nel conoscere apre uno spiraglio.
Anche Astrid, inizialmente scettica e ostile, incarna qualcosa: il passaggio dalla paura al riconoscimento. È la prima a vedere da fuori il legame tra Hiccup e Sdentato, ed è proprio questo che la spinge a rivedere le proprie convinzioni.
Hiccup: «La leggenda dice che quando la terra trema o sputa lava sono i draghi che aspettano che noi impariamo ad andare d’accordo con loro».
Nel gesto fragile e radicale – tendere la mano al drago, accogliere l’alieno, servire lo spirito – si rompe l’incantesimo della diffidenza.
È lì che nasce un altro mondo possibile, uno dove l’identità non si costruisce più per opposizione all’altro, ma grazie all’altro.




