Il cinema è un’arma?
To shoot.
Nel cinema questo verbo significa girare, registrare una scena. L’atto di registrare con una videocamera si trasforma metaforicamente in uno sparo. In una minaccia. La macchina da presa, come la macchina fotografica, diventa metaforicamente un’arma e il nostro cervello comincia a normalizzare questa metafora. Cominciamo così ad interpretare e pensare al cinema come morte e non vita.
Ma quand’è successo?
Quando il cinema è diventato un’arma?

«Like a car, a camera is sold as a predatory weapon»
(Susan Sontag, On Photography, 1977)
Nella prima parte di Bestiari, erbari, lapidari, documentario di D’anolfi e Parenti, tra operazioni chirurgiche e immagini d’archivio tratte dai primissimi filmati di animali, viene mostrata una battuta di caccia. Il cacciatore con il fucile in mano è intento a sparare. Accanto a lui il cameraman pronto a riprendere con la sua mdp. To shoot. L’atto di sparare e l’atto di riprendere, fianco a fianco. Mirano allo stesso soggetto.
Ma l’intenzione?
Cosa differenzia il primo dal secondo atto?

«The camera/gun does not kill, so the ominous metaphor seems to be all bluff […] Still, there is something predatory in the act of taking a picture. […] Just as the camera is a sublimation of the gun, to photograph someone is a sublimated murder—a soft murder, appropriate to a sad, frightened time.»
(Susan Sontag, On photography, 1977)
La fotografia e la mdp catturano le prede attraverso l’arma della propria tecnica e cristallizzano un momento, una posa, un evento, una storia. Barthes, ne La camera chiara (1980), sosteneva che la fotografia si fa portatrice di un memento mori. E la fotografia cattura questa presenza di morte. Così la mdp sarebbe strumento di morte, minaccia perenne, oggettivazione del soggetto fino alla sua morte.
Eppure il cinema è altro. E se è vero che le verità sono solo un «mobile esercito di metafore» bisogna saper scegliere le giuste metafore per le giuste verità.

Immagini di qualcosa che non esiste più
Kamal Aljafari, impegnato in ricerche e preparativi per il suo prossimo film, – dopo quel che è stato il potentissimo sabotaggio militante di A fidai film (2024) – si imbatte in 3 sue vecchie mini dv risalenti al 2001. La protagonista è sempre Gaza, la sua terra. Nel cuore della Seconda Intifada (scoppiata nel 2000 e che si protrarrà fino al 2005 mietendo migliaia di vittime e sancendo una momentanea resa degli israeliani), Aljafari decide di viaggiare dal nord al sud della Striscia, guidato da Hasan, in cerca di un amico con cui aveva condiviso la cella durante la reclusione dell’89. Aljafari trova questi filmati sporchi, lunghi, di un documentario che, lui stesso afferma in una delle riprese, è un progetto futuro, qualcosa di distante.
La scelta di accendere la camera per raccontare quel che vede con la consapevolezza che probabilmente non lo vedrà più. Quel mercato, quelle case abitate da signore che si chiedono “se questa è vita”, quei bambini che vogliono una foto, non esisteranno più.
Una terra ancora viva, un popolo che lottava, lotta e lotterà sia con le armi che con la vita quotidiana.
Quelle 3 mini dv che Aljafari ritrova impolverate e etichettate come “With Hasan in Gaza”, non si fanno arma, bensì atto di resistenza verso l’oblio, verso questa fantomatica presenza di morte nel cinema, guardando «the life of a place, of people, are being erased» come dice Aljafari durante la press Conference del film al Locarno film festival.

«Credo sia un tributo all’umanità»
(Kamal Aljafari)
With Hasan in Gaza, presentato nella categoria concorso internazionale della 78esima edizione del Locarno Film Festival, non è il ricordo di una morte. Quella, a Gaza, è ormai onnipresente. Quotidiana. Non c’è una mdp che ricorda che prima o poi si dovrà morire o una mdp che come un’arma oggettivizza ed uccide i suoi soggetti. Non è un cinema che si fa metaforicamente arma, né morte, perché a Gaza la morte non è metafora ma vita quotidiana. Il nuovo film di Aljafari, quindi, è un atto di resistenza perché mostra la vita. Guarda la vita.

Come il found footage si fa cinema
«La memoria non è un deposito di immagini morte, ma un’energia viva che rianima il passato e lo reintegra nel presente.»
(Henri Bergson, Materia e memoria, 1896)
Aljafari lavora sulla memoria cercando di mantenere la purezza di quelle registrazioni; usando il montaggio interno della camera; mostrandole nella sequenza temporale in cui sono state registrate. Permette al ricordo, a qualcosa di dimenticato, ad immagini che si erano perse, non solo di tornare a galla, ma di cristallizzare una vita. Un territorio. Un periodo. La pratica del found footage che rimescola frammenti di immagini antiche, disperse, incomplete, disinnesca, con il suo stesso meccanismo e risultato cinematografico, l’idea di un cinema della morte. Rivitalizza, rende eterno, proprio perché in continuo movimento, i soggetti e i luoghi che quelle immagini avevano ripreso.
«Yes we are watching a place and we are watching people that no longer exist. Whether killed or displaced, they had no life. This is were cinema has a completely different meaning than the usual, because it becomes a document. It becomes like keeping lifes alive. Lives that no longer exist. They exist only on screen»
(Kamal Aljafari da Q&A a Locarno Film Festival, 2025)

Dall’arma alla resistenza
Ma in With Hasan in Gaza c’è qualcosa di più. Nel ritrovamento di queste mini dv e nel tentativo di Aljafari di riconsegnarle con la spontaneità e l’estemporaneità di quando sono state realizzate, c’è una profonda consapevolezza di ciò che oggi questo cinema provoca, crea e risemantizza. Nel film stesso, internamente,i soggetti cambiano il modo di relazionarsi con la mdp di Aljafari, muta, nel corso del film, il rapporto di fiducia tra i soggetti e la mdp.
Il primo soggetto che Aljafari cerca di riprendere si nasconde. Chiede di spegnere la camera. Appare aggressivo. Vede lui e la sua mdp come una minaccia per la sua sicurezza: come un’arma pronta a sparargli in qualsiasi momento. Poi si rende conto dell’intenzione di Aljafari e allora accetta la ripresa, anzi lo invita a riprendere alcuni luoghi, alcune macerie, fino a condurlo alla propria casa. La mdp da arma diventa documento, risponde alla volontà di imprimere il ricordo di qualcosa che forse non esisterà più ma che in quel momento esiste, è vivo. Viene colta dal soggetto l’intenzione di Aljafari, così quell’atto così politico di accendere una videocamera diventa un atto di resistenza.

Poi Aljafari incontra i bambini che giocano. Che non hanno paura della mdp e anzi ne richiedono l’accensione. Vogliono essere ripresi e fotografati. Si mettono in posa. Scherzano. Questa nuova relazione dei bambini con la mdp connette la consapevolezza della resistenza alla vitalità. Alla vitale spontaneità di soggetti che non sono stati ancora compromessi dalla metafora dell’arma. Per i bambini quella scatola è una magia che, inconsciamente, gli ricorda che esistono. Che stanno vivendo.
Infine Aljafari incontra gli animali. Soggetti non curanti della mdp. A cui la metafora non può far male. Non può dire nulla. Così vengono ripresi e non catturati. La mdp li osserva e cristallizza piuttosto che shoot come in Erbari Bestiari Lapidari. Questo ultimo rapporto della mdp con i soggetti sgancia l’immagine rendendo la ripresa libera di raccontare e non più solo riprendere. Di vagare indisturbata e consegnare allo spettatore quell’intenzione iniziale: di guardare posti e persone che non esistono più, ma che questo cinema salva dall’oblio. Resiste.
«So there is a kind of inner logic in life that make things happen in the way they happen.»
Kamal Aljafari

Da prigione a genocidio
Se con A fidai film Aljafari e il suo team sabotavano le immagini riprese dall’esercito israeliano, riappropriandosene e risemantizzandole tramite montaggio e suono, con With Hasan in Gaza il found footage si fa atto di resistenza per la purezza, spontaneità e scoperta con cui si mostra. Il film trasforma la metafora dell’arma in atto di resistenza e Aljafari mostra ciò che Gaza stava diventando: «the largest prison in the world».
Oggi invece è il più grande cimitero del mondo: la prigionia è diventata genocidio.




