«Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene.
Questo Dio lo sa,
E lo so anche io.»(Giulio Andreotti ne Il divo, 2008)

Chi sei Paolo?
Le tue ultime opere suscitano questa domanda. Ogni personaggio, ogni storia, ogni domanda sussurrata e ogni risposta silenziosa, sei sempre tu. Lo spettatore allora si chiede chi tu sia. Ma come dice il tuo “papa nero”, che un po’ sei anche tu: «non è nostro compito fornire le risposte». Eppure io un’idea me la sono fatta, ma non di chi tu sia, non mi interessa. Mi sono fatto un’idea del perché tu ci sia sempre, e troppo.
Questo dio lo sa, e forse lo so anche io.

Cielo azzurro e nuvole bianche. Sullo schermo scorre l’Art.87 della costituzione: «Il presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale». L’articolo dice anche che «promulga le leggi ed emana i decreti», che «nomina … i funzionari dello Stato», che ha «il comando delle Forze armate». Poi i tre Aermacchi e le stelle tricolore riempiono lo schermo.
Questo incipit, con quelle parole così gravi e quel tricolore, fa pensare all’Italia de Il Divo, a quell’odore ferroso di sangue che copre qualunque altro odore mentre Andreotti/Servillo pronuncia la sua confessione. E anche il Servillo de La grazia, come dice a tavola la sua grande amica Coco Valori «non parla, si confessa».
Eppure nessun odore di sangue questa volta. Nessun mistero. Ma soprattutto nessun male necessario per raggiungere il bene. E forse questa assenza pesa. Ma tanto sei sempre tu Paolo, e probabilmente sei sempre stato tu.

La Grazia è un film sull’amore, dici tu Paolo, ovvero su ciò che «determina il dubbio, la gelosia, la tenerezza, la commozione, la comprensione delle cose della vita, la responsabilità.». C’è un uomo, come sempre, alla fine di qualcosa: un uomo in declino, che è stato inscalfibile fino al momento in cui si avvicina a questa fine.
Ci deve essere, allora, in questa ricerca del senso che, da buon esistenzialista quale sei, sai di non poter trovare, l’ambiguità. Devono esserci il dubbio, la contraddizione, il vuoto dell’esistenza che ogni tua immagine emana. Il vuoto dell’esistenza, del mistero del cinema e della poesia. E allora i personaggi saranno inevitabilmente dostoevskjiani: tanti Rashkol’nikov in cera del senso, sempre in dialogo con la fede, dio, i concetti assoluti e, infine, il mistero.
Ma che questa ripetitività, questi dubbi amletici, efficacemente nascosti dalla tua intelligenza narrativa, dalla tua eleganza, dalla tua capacità a disattendere, siano uno scudo? Una corazza per difenderti proprio da ciò che ti sta più caro: essere imprevedibile?
Perché sai, Paolo, potrebbe cominciare ad avere ragione questo tuo Servillo/Presidente della Repubblica ovvero che è e sei l’argomento più noioso che c’è.
Troppo te, stanca.
Dov’è finito il tuo sguardo verso l’altro? Dov’è finita quell’ardente fiamma esistenzialista che avrebbe messo con le spalle al muro anche l’uomo più integro? Sei cambiato? Cerchi pace e rifuggi il conflitto?

Chi sei Paolo?
Sicuro sei un grande amante delle donne. Le ami talmente tanto, che non ti ci sai immedesimare. I tuoi protagonisti, per avere spessore, devono essere uomini. Non può Parthenope stare al centro delle tue storie e inquadrature. La donna per il tuo sguardo deve essere sfuggente. Scappare dal punctum. Essere mortale a differenza dell’immortalità dei tuoi uomini. Per questo il tuo è un cinema dostoevskijano. La donna, nel tuo cinema, può creare il dubbio e al massimo migliorare il mondo con il suo sorriso, come ci tiene a dire il tuo “papa nero”. Non sarà uno sguardo legittimo? Questa tua incapacità di immedesimazione sembrerà sessista?
Va bene, sei sempre tu. Il tuo sguardo.
Ma allora mai più Parthenope (2024).
Però questo tuo nuovo soggetto esistenziale?
Questo tuo Presidente della Repubblica?
Dove sta la necessaria ambiguità del suo ruolo e del suo essere Rashkol’nikov?
«le responsabilità penali sono una cosa, l’affidabilità politica o come amministratori è un’altra»
(Paolo Borsellino)
«Voi giuristi e noi militari abbiamo pensato che la giustizia ci avrebbe esautorato dall’incombenza di avere una responsabilità»
(Il colonnello al presidente De Santis, ne La Grazia.)
E allora le responsabilità giuridica del tuo presidente della Repubblica? È l’approvazione o meno di una legge sull’eutanasia la tragica responsabilità che grava su un presidente della repubblica, giurista e che ha risolto 6 crisi di governo?
E la sua affidabilità politica?
Il presidente della Repubblica ne sarebbe immune?

De Santis soddisfa la percezione comune, il senso comune, del presidente della Repubblica come semplicemente rappresentante: una carica che serve solo ad approvare ciò che la maggioranza di governo decide, una posizione talmente carica di responsabilità che alla fine pare non averne.
Eppure quell’articolo 87 recita qualcos’altro. Parla di fondamentali responsabilità. Ma anche il filo narrativo del tuo La Grazia dovrebbe essere quello delle profonde responsabilità con cui il presidente della Repubblica si deve confrontare. Concedere la grazia.
Ma qual è il gravoso filo che pende sulla testa di De Santis?

L’eutanasia.
Un dilemma morale. In questo modo Sorrentino definisce i contorni della percezione che comunemente si ha del presidente della Repubblica, di una figura apparentemente neutrale, un simbolo, un uomo come Mattarella, integerrimo (anche se Maresco dissentirebbe).
Dunque nessuna traccia di personaggi come Scalfaro, definito dal magistrato Di Matteo «principale attore anche in vicende che hanno segnato snodi nel dialogo tra Stato e Mafia», o Napolitano detto il “Re” da Marco Travaglio, per i suoi 9 anni di presidenza. Sorrentino questa volta indietreggia; si allontana da Loro (2018) e chiude i conti con Il Divo; sceglie il bene per avere il bene; cerca pace, amore, dubbio e passione; riduce all’osso l’ambiguità e la tragedia del suo personaggio.
Le aspettative sono disattese, i dialoghi sono imprevedibili e le immagini poetiche, come sempre.
Il maestro dell’imprevisto, è, come sempre, imprevisto.

Ecco, Paolo, perché qualcosa di te l’ho capita. E forse, sto cominciando, troppo, a prevederti. Nel tuo cinema comincia a rimanere solo il gioco, il vizietto, di disattendere le aspettative. I tuoi personaggi, le tue storie intrinsecamente misteriose e ambigue, perché così vogliono l’esistenzialismo e i Rahkol’nikov, hanno perso il loro mistero. La tua mano ha perso coraggio. E quando un cinema si sovrappone troppo alle volontà dell’autore, annoia. Stanca. Diventa quello che dice De Santis «l’argomento più noioso».
O meglio, direbbe Marcello Dell’Utri, citando Montale:
«Ti dovrei rispondere con un ragionamento ma penso a una poesia, che è quella di un grande poeta che è Eugenio Montale. La poesia si intitola L’imprevisto, e recita testualmente: “Un imprevisto è la sola nostra speranza”. Però aggiunge tra parentesi un altro verso, dove dice: “ma, mi dicono, che non è una bella cosa”»
(Marcello Dell’Utri intervistato da Franco Maresco in Belluscone: una storia siciliana, 2015)




